Commiato

Nell’età di internet, dove tutto è permanente, nulla resta per sempre. Fra i tanti riferimenti letterari, questo non l’ho mai rivelato: il mio blog preferito si chiama Le Malvestite, e ha smesso di parlare da un pezzo. Se mi aveste chiesto diversi anni fa perché mi piacesse, avrei risposto che mi divertiva senza mai essere banale. Ora credo — e voglio pensare che inconsciamente la risposta dovesse essere la stessa quei diversi anni fa — che mi piaceva il suo impegno a fare una e una cosa soltanto: esplicitare la sua opinione.

Quando penso che la matematica sia difficile, mi basta pensare ad alcuni colleghi che insegnano matematica: se l’hanno capita loro, posso capirla io; anzi fermi: la può capire chiunque. Vedete, una volta in una biblioteca (siamo al tempo stesso alla fiaba, e all’episodio reale) vidi una persona stupida con una maglietta che diceva fidatevi di me, sono un ingegnere. Che poi andasse perso il fatto che uno studente di ingegneria non è un ingegnere, poco importa, importa però — e per non perderci per strada — che quella maglietta stava in fondo a dire che sulle faccende ingegneristiche un’opinione debbono avercela solo gli ingegneri. E così via, sempre di più, siamo scivolati nel bellissimo paradosso in cui ci esprimiamo tutti su tutto, ma soltanto gli esperti hanno davvero il diritto di dire qualcosa, ché essendo esperti, sarà qualcosa di intelligente.

Mondogaggio è nato diversi anni fa soltanto per dire qualcosa e — temo, spero, credo fate un po’ voi — qualcosa l’ha detta. E magari non capisco nulla e non ho mai capito nulla di tante cose di cui parlavo: una padronanza profonda di dinamiche sociali, rapporti di classe, strutture e sovrastrutture, non la ho mai avuta. Una opinione sì, ed è quanto basta. Non ho finito le opinioni, e neppure le parole, ma riconosco che ho concluso una stagione.

In qualche modo avevo già finito da tempo di scrivere su questo blog e, seppure non finirò mai di scrivere in qualche maniera, Mondogaggio, come Le Malvestite smetterà di parlare. Un giorno poi, chissà.

il punk adolescenziale ci ha rovinato la vita.

Metti che sei in classe, alla ricreazione, ti distrai un attimo e bam: testa, spalla, ginocchio, se ti muovi sei un finocchio. Dovevi vivere in uno stato di perenne allerta. Anche una presentazione poteva costarti cara: Piacere — dici il tuo nome; Piacere — risposta — Ginu lu pesce, più me la tocchi più mi cresce. Dai, neanche ci conosciamo e già… Aspetta, abbassi la guardia, sei distratto (sei un bambino, certo che sei distratto) Ti piace? ti chiedono. Che cosa? rispondi. La minca pelosa: URLATO. Ah ah ah ah schiamazzi e tu che fai la figura del jollone. Vita quotidiana, negli anni novanta. Le prendi alle elementari e se non sviluppi degli anticorpi… figurati quante ne prendi alle medie! Vuoi giocare a rampazzo? ti chiede il bulletto di seconda, con i capelli a caschetto e la sfumatura. E ora che cosa rispondo? Dì di sì ti consiglia qualcuno. E tu lo dici, incerto, ma lo dici: jollone. Ok risponde quello: tu metti il culo e io metto il cazzo. Quante volte te lo abbiamo detto che sei un jollone?

La situazione è più o meno questa: sto camminando vicino al Pacinotti quindici anni dopo che ci andavo a scuola e sento che è uscito un nuovo album dei blink-182. Chi resiste ora che manco devo più scaricarlo per sentirlo? È letteralmente un viaggio nel tempo, come se non fossero passati 15 anni da quel 2000, e se non guardi il tuo riflesso ce li hai ancora 15 anni, con lo zainetto a sacchetto all’ingresso di scuola, speriamo che oggi abbiano chiamato per dire che c’è una bomba. Dopo quell’infanzia guardinga, comincia l’adolescenza, l’età più fragile per eccellenza, dove essere un jollone rischia di compromettere il resto della tua esistenza ed ecco che ti ritrovi ad ascoltare, a scoprire!, il punk adolescenziale sognando California. Agiti un po’ la testa, è la colonna sonora di un bel po’ di film che hai visto al cinema, e subliminalmente, attraverso testi che non riesci ancora ad afferrare ti vengono impartite alcune fondamentali lezioni.

La fine di una storia d’amore è una tragedia. Se tu lasci una ragazza non ha importanza, è una storiella, perché quella a cui tieni, be’ sarà sempre lei a lasciare te. Per poi sbatterti in faccia la sua nuova vita sorridente, con il suo nuovo ragazzo (hai sentito? se l’è scopata) e farti capire che probabilmente eri proprio tu la ragione della sua infelicità. Cerca di capire che, se una relazione è finita, il problema eri proprio tu. Sei un perdente ed essere perdenti non è brutto, ma non è neppure bello: è ciò che sei, continuerai a prenderle e non ci sarà mai una ragione, né tantomeno un’occasione di riscatto. L’equazione adolescente = perdente è svelata senza troppi passaggi in quei quattro accordi e in quelle voci poco intonate.

Il messaggio di fondo, quello più importante era questo: ti hanno fatto credere, da bambino, che potevi diventare tutto ciò che avresti desiderato, che il cielo era il limite, che le cose basta volerle, sudare, impegnarsi e arriveranno. Ecco, caro mio, mettiti in testa una cosa: the times they are a-changing. Non avrai ciò che vorrai, non riesci ad avere la fighetta del secondo banco, figurati se farai un lavoro che ti piace. Sì, certo, a differenza dei tuoi genitori avrai una laurea, ma probabilmente non ti servirà a nulla. Farai il lavoro che capiterà, sarai più povero dei tuoi genitori e continuerai a prenderle. Però noi tutto questo te lo stiamo dicendo e, dato che anche se non lo sappiamo siamo degli spinoziani, puoi accettarlo sub specie aeternitatis, cioè esserne consapevole.

Bene, raggiungere questa consapevolezza, citando una loro famosa canzone, supponga sia crescere.

La più calda delle estati.

E chi se li dimentica i pomeriggi estivi a giocare a pallone in qualche campetto che spuntava fra le case popolari o le mattine a inseguire quello stesso pallone lungo le distese di sabbia bianca del Poetto? Perché facevamo forse altro in quei giorni d’estate di inizio millennio che pensare al pallone? Badate bene che era prima che perdessimo la nostra guerra contro le ragazze, quando ancora facevamo fatica ad ammettere che ci piacessero, quando nascondevamo l’idea di stringerle per mano e accettare la sconfitta.

Al mare in autobus, con le scarpe e i calzini, a giocare a biliardino (male e con frullata annessa) a sentire terribile musica dance italiana e aspettare il Festivalbar la sera, quando una sorella o un fratello più grande ti spiegavano quale fosse la differenza fra esibirsi dal vivo e cantare in playback. Quaranta minuti il viaggio d’andata, quaranta quello di ritorno, due ore di partita, sudati da far schifo e un ombrellone neanche a pagarlo. Era interdetto ai minori di 18 anni portarsi l’ombrellone al mare: quello di casa non te lo avrebbero mai lasciato i tuoi genitori, che sapevano quanto eri coglione e quanto avresti pensato di trasformare anche quello in un palo e magari dimenticarlo lì. Grupponi di soli ragazzi, zanetti Nike a sacchetto, manco belli da vedere, con l’adolescenza esplosa addossa sotto forma di peli e odori poco rassicuranti. Certo niente perizomi e brasiliane in giro, ma anche se fosse, quello è un pallone, vuoi mettere con il migliore dei culi.

Niente caffè al bar, niente aperitivo la sera. I pomeriggi a Monte Claro, che avevano inaugurato da poco, e poi la sera in discoteca, di nuovo al Poetto, troppo ubriachi per essere attraenti. Poi il primo tradì, cominciò ad andare verso un altro parco, con una ragazza. E noi incazzati e traditi, intenti a parlarne male, a dargli dei soprannomi. Invece, uno per volta, tradimmo tutti e ce lo portammo perfino a Monte Claro le ragazze. Ciao ciao palloni e cassonetti come pali, e assieme alla patente spunta il primo ombrellone.

Quindici anni dopo siamo su una sdraia a fissare il solito mare e a non credere che davvero andasse così.

Generazione riga-in-mezzo.

Televisore grosso e pesante, un parallelepipedo irregolare di plastica, manopole e tubi a raggi catodici, le 20:30, la famiglia seduta a tavola. Lo schermo si colora di blu e oro e parte l’attacco del Te Deum di Marc-Antoine Charpentier: ecco il faccione di Ettore Andenna, ecco la faccia dell’Europa.

Prima della BCE e del ce-lo-ha-chiesto-Bruxelles, l’integrazione europea aveva le sembianze del sabato sera e di Giochi senza frontiere. Ogni settimana una città diversa presentava la sua nazione, con un video introduttivo sulle meraviglie di quel posto non troppo lontano evidenziato in giallo sulla mappa. Di quegli anni ruggenti e pluralisti la più grande eredità resta nelle persone che incontriamo per le strade di Cagliari che parlano in euro, ma pensano in lire e dicono «alle volte in una mattina riesci anche a farti le venti euro».

Ora abbiamo quell’età di mezzo per cui alcuni di noi si sono trasformati in ciò che chiamano generazione Erasmus, una presunta rivoluzione sessuale e culturale che comunque ci appare, la maggior parte delle volte, solo il modo in cui una nutrita schiera di jolloni ha varcato le furono-frontiere come unica alternativa per conoscere l’emozionante tocco dell’altro sesso. Chi però non ha disertato, chi preferisce quell’altra di Europa, chi si emoziona a vedere Sergio Volpi e Paolo Poggi, è ancora parte della generazione riga-in-mezzo.

Mettiamola così. Di fronte a un evento inspiegabile, se tentiamo di risalire alle sue cause potremmo procedere a lungo fino a rifugiarci nella volontà divina, che alcuni chiamano asilo dell’ignoranza. Di fronte a una nostra vecchia foto imbarazzante facciamo la stessa cosa: fino a quel porto lontano che prende il nome di si usava così. Nelle foto di quegli anni, un preoccupante numero di noi ha questo aspetto: scarpe da basket nere Nike, viso pallido e la riga in mezzo che termina in due ciuffi cascanti sulla fronte. Fatecene pure una colpa se proprio volete: ma che il più bono della boy band di maggiore successo, i BackstreetBoys, portasse la stessa identica acconciatura non era proprio un deterrente. Se le ragazze così volevano (e del perché decidessero loro abbiamo già parlato e qui ci limitiamo a dire che le clausole del trattato di pace furono a noi maschi sfavorevoli) chi eravamo noi per opporci? Se insomma, l’alternativa era fra riga in mezzo e barbarie, era chiaro che dovessimo scegliere la riga in mezzo. C’era pure una tecnica piuttosto precisa: bagni il pettine e te lo passi fra i capelli tirandoli tutti in avanti. Centri la metà del cranio e tracci la linea: poi disponi a destra e a sinistra. Infine bagni nuovamente il pettine, lo pieghi sul lato destro e tracci il ciuffo destro e ripeti l’operazione a sinistra. Era necessario rispettare quest’ordine di destra e sinistra? Sì. I mancini non è che fossero ancora figli di Satana, ma ci piacevano poco.

Quando salimmo sul nostro primo aereo, un DC-9 Alitalia con bibita e scelta dolce o salato non fu con la rivoluzione sessuale in mente. E seppure il calcio europeo ci affascinasse, se la domenica nei campi di periferia tiravamo su il colletto perché così faceva Cantona aprendo un buco nel petto di un demone, quando dovevamo scegliere chi interpretare preferivamo Roberto Baggio oppure Fabian O’Neill. Privi dei filtri dei cellulari, ci era dato dichiararci di persona alle ragazze, diventare bordeaux, abbassare lo sguardo e gestircela poi fra coscienza e stomaco. Anche a noi chiamavano i giovani d’oggi, nonostante le ricerche le facessimo sul Televideo e sull’Enciclopedia che i nostri genitori avevano comprato poco dopo il matrimonio e il caffè lo bevevamo, poco più di un’unghia, soltanto le domeniche a casa di nonna.

Forse eravamo meno europei, meno rivoluzionari e meno moderni. Ma era comunque un mondo felice quello in cui un pallone Tango e due figurine introvabili rappresentavano l’apice dell’adolescenza.

Cinque minuti di educata conversazione.

Se ci conosceste meglio sapreste che fine abbiamo fatto ultimamente. Prima, però, le brutte notizie: è gennaio. La truffa delle vacanze natalizie è che dopo non cambia un bel nulla. Ci aspettano tre mesi climaticamente uguali ai precedenti, anzi peggiori, con il sole che si spegne presto e manco ci sono più le luminarie di via Sulis a scaldarci il cuore. Gennaio, letargo dell’anima. Quando realizzate che mancano ancora sei mesi a mostrare le cosce e i bicipiti, quando vi illudete che si stia per uscire dalla stagione più buia e capite invece che è appena cominciata. Quando inizia a piovere e non vi restano più neppure le domeniche al Poetto. Dovevate saperlo, quel torrido luglio di Pasadena, che il vostro sarebbe stato un destino infelice, cari e amati lettori.

E veniamo ora alle buone notizie, o alle rivoluzionarie proposte. Eravamo in fila alla cassa di un negozio sportivo, sulle spalle una rete da beach volley nella sua lunga e pratica custodia. Un vecchietto dietro ci dice: «Cos’è, un fucile?». «Una rete da pallavolo» replichiamo noi sorridenti. «Ah no, perché ora si usano i fucili, non lo sapevate?». E così ha continuato a parlare con noi, qualche altra battuta su armi da fuoco e cose del genere, con una certa tendenza a confondere la Sardegna con l’Oregon. E insieme abbiamo avuto i nostri cinque minuti di educata conversazione. Allora perché non dovremmo fare lo stesso con ogni persona che incrociamo per strada e che sembra ispirarci una certa simpatia? Con lo spirito degli anziani in fila a una cassa, che hanno un sacco di tempo libero e di cosa accadrà domani gli importa poco. Senza tutto il rituale dei cuori su Instagram e dei mi-piace su Facebook, liberi finalmente dalle spunte blu e dal suono del cellulare. Liberi dalla paura del vaffanculo stampato in fronte.

ll nuovo abito della domenica.

La messa e il catechismo domenicale conservavano ancora intatto un mondo che andava sgretolandosi mentre fissavamo per la prima volta lo screensaver di un computer. Resisteva nel suono della sveglia posticipata, ma pur sempre tale, l’idea di un’Italia vecchia di almeno un secolo nella quale c’erano degli abiti adatti soltanto per il giorno del Signore, da indossare ben stirati quelle quattro volte al mese in cui la comunità del quartiere ancora si incontrava compatta, per cantare la sua gloria. In ritualità di questo tipo trovava il suo ultimo bastione quello spirito di frugalità delle madri che ti impedivano di indossare qualcosa di nuovo se non la domenica, quasi che così si potesse sconfiggere il tempo. Allo stesso identico modo, il giorno di Natale, migliaia di bambini e genitori vestivano le cose ricevute la notte precedente e accorrevano prima all’altare e poi a deliziosi banchetti allestiti nelle case dei nonni.

Così impacchettati, con ai piedi le scarpe della domenica, abbiamo partecipato anche noi al rito che si è sempre riproposto all’ombra dei campanili di questo paese. Ultimi anelli della catena, il rito si è interrotto e non siamo mai stati né adolescenti, né sposi, né genitori con l’abito della domenica. Mentre iPhone e scarpe dai costi vertiginosi ammazzavano lo spirito di frugalità, questo si trascinava nell’aldilà delle idee il concetto stesso di domenica, giorno da spendere ora con la canadese o perfino in pigiama, senza fare la doccia, davanti alla televisione.

Avremmo dovuto avvertire questi sentori quando divenne comune per le nostre amiche comprarsi il pomeriggio qualcosa da indossare il sabato notte, alla prima serata in discoteca. Stavano in frasi del tipo non posso mettermi quella maglietta, l’ho già messa due settimane fa. L’abito della domenica passava al sabato e ogni sabato diventava Natale, il giorno in cui mettere qualcosa di nuovo. Restava tuttavia una laica divisione fra routine di tutti i giorni — vita scolastica, sport la sera e così via — e fine settimana. Gli armadi si dilatavano, eppure quella divisione fra ciò che potevi mettere a scuola e l’abito nuovo, della grande serata, era tutto sommato salda, una cortina di ferro delle ante in legno e delle pastiglie anti-tarlo. Il giubbotto nuovo però lo si metteva più spesso, quasi fosse una cosa da nulla, quasi non fosse costato dei soldi. Quando però la moda si trascinò dietro pantaloni a vita bassa, maglie sportive e scarpe da ginnastica, la cortina cadde e il sabato sera perse l’aura di sacralità che aveva ereditato dalle domeniche dell’Ottocento.

Forse è stato quello il cimitero del costume primo-repubblicano: dopo anche gonne e camicie sono diventate roba di tutti i giorni. Il nuovo abito della domenica oggi lo indossiamo il lunedì o il giovedì, come se non ci fosse differenza alcuna. E ci sembra normale — anzi, ci sembra irrispettoso il contrario — andare a scuola o all’università senza indossare qualcosa di nuovo, al passo con il gusto, perfino elegante. Sarà per ragioni di questo tipo che non sentiamo più dire in giro: sei venuto tutto scerpato.

Se succede qualcosa sticazzi. Una modesta proposta per vivere meglio.

Credo che ogni tanto, rifugiarsi nella cultura pop della fine del secolo scorso aiuti a vedere le cose con maggiore prospettiva storica. Prendiamo l’opprimente questione del giorno-dopo-il-sesso. Vent’anni fa, intere relazioni si costruivano e disfacevano intorno alla telefonata del giorno dopo. Chiamare era un atto di buona educazione, una chiara dichiarazione di intenti, un dovere morale. Non chiamare significava l’esatto opposto e spesso scivolava nel campo della bestialità più cinica e immonda.

Fare una telefonata, cioè una sola telefonata, il giorno dopo oggi equivale a essere identificati con il male. L’altra persona si aspetta infatti un’impennata del già alto traffico di megabyte fra i due numeri come passo iniziale, come semplice gesto di cortesia. Ognuno di quei byte, ognuno di quei messaggi, sarà poi analizzato e setacciato, sempre alla ricerca dell’immonda bestia che può nascondersi al suo interno. Viviamo in un momento in cui i nostri appuntamenti sono guidati passo per passo che ci pare impossibile ricordare un mondo in cui ci si dava appuntamento il martedì per vedersi direttamente il sabato. Ci aspettiamo invece che sabato ci si dia la conferma, e che più tardi arrivino istruzioni dettagliate: sto uscendo di casa, sto parcheggiando, sono fuori dal locale. La realtà è che whatsapp ha trasformato le nostre vite sentimentali in telecronache. Vogliamo la diretta: sapere cosa l’altra persona sta facendo, quando si è alzata dal letto, quali sono i suoi programmi per la giornata, ci aspettiamo tutta una serie di convenevoli che si chiudono con la buonanotte. Tutto ciò che viene di meno è il frutto dell’immonda bestia. Spesso non siamo neanche capaci di accettare una risposta che non sia immediata e ancora vorremo sapere cosa diavolo sta facendo in quel momento in cui non sappiamo perché la telecronaca si è interrotta. Quanto ti costava dirmi che stavi andando a pranzo invece che lasciarmi così.

Il problema, a mio parere, è che la tecnologia ci ha resi maniaci del controllo. L’accesso a informazioni istantanee, la possibilità di comunicare in presa diretta con il mondo ci hanno dato la presunzione di poter controllare ogni cosa. La grande diffusione delle teorie di complotto nasce proprio da questo: dall’incapacità di accettare che ci sono forze che non possiamo controllare, eventi che non possiamo prevedere, finali ai quali non possiamo sfuggire. Una discreta percentuale di noi nel corso della sua vita si ammalerà di cancro. Non c’è una spiegazione precisa del perché capiti ad alcuni e ad altri no. Non c’è una spiegazione del perché alcune persone debbano morire di cancro prima di compiere i loro vent’anni. Allo stesso modo, sotto eventi naturali quali terremoti, alluvioni ed eruzioni perderanno la vita altre persone, la cui unica colpa sarà di essere stati nel posto sbagliato al momento sbagliato. La nostra incapacità di dare senso a una spiegazione di questo tipo si è tramutata nella ricerca di una causa ultima che stia all’interno della nostra società o della nostra specie. Ci rifiutiamo di accettare l’assenza di un responsabile, di un colpevole. Probabilmente non siamo più in grado, o abbiamo perlomeno grande difficoltà, a dare alle nostre vite un senso che esca dalla nostra stessa persona. Si capisce perché un genitore il cui figlio viene colpito dall’autismo finisca per dare la colpa ai vaccini e ai medici che li hanno prescritti, agli infermieri che li hanno somministrati, alle case farmaceutiche che li hanno distribuiti.

Nella nostra vita quotidiana cerchiamo di esercitare lo stesso tipo di controllo. Qualche mese fa, alla porta di una coppia di genitori americani ha suonato un poliziotto in compagnia dei loro figli. I bambini tornavano da soli a casa dal parco, il poliziotto li ha incontrati e ha ben pensato di scortarli a casa e redarguire i genitori affinché un fatto del genere non avvenisse più. La coppia fa parte di un’associazione che si impegna per tornare a uno stile di vita ed educazione dei figli meno incentrato sul controllo. Vent’anni fa, una scena come questa non si sarebbe mai verificata: anche l’autore di questo articolo tornava a casa dalle scuole elementari da solo, pur abitando in un quartiere popolare di Cagliari. Eppure il mondo di oggi non è meno sicuro di quello di ieri, anzi i dati dicono l’esatto opposto, è l’istantaneità e la diffusione delle notizie a farci credere il contrario. In tempi di culto dell’esistente ci appare che il contemporaneo sia sempre qualcosa di nuovo e mostruoso al quale non eravamo abituati. Siamo così tanto ossessionati da internet che ci viene difficile capire come si potesse vivere senza. Quale fosse il modo di provarci con una persona a prescindere dai like su facebook.

Quegli stessi genitori che mandavano i loro figli alle scuole elementari da soli, pretendono ora di essere aggiornati sugli spostamenti di quegli stessi figli che adesso fanno l’università magari da fuori sede. Mandami un messaggio quando arrivi a casa. A un bambino di otto anni viene dato il cellulare affinché possa sempre essere monitorato quando si presuppone che un bambino di otto anni sia monitorato all’origine: cioè che i suoi spostamenti siano decisi dai suoi genitori. Sono trent’anni che sento dire con le cose che succedono oggi che mi viene da pensare che questo oggi sia un po’ più lungo del previsto.

Il cellulare a scuola diventa uno strumento indispensabile per gli stessi genitori. Altrimenti come posso avvisare mio figlio? La testa è sempre orientata alle disgrazie, che per definizione sono dietro l’angolo. L’ossessiva domanda che aleggia su di noi e sulla nostra società è: e se succede qualcosa? E ancora una volta, come per l’internet, viene da chiedersi come si potesse vivere in un mondo che non aveva i cellulari quando, inevitabilmente, sarebbe successo qualcosa. Viviamo con i caricabatterie dei cellulari appresso perché se si scarica la batteria e poi succede qualcosa… Quando troviamo il coraggio di tenere spento il cellulare la notte, il nostro prossimo ci ammonisce: e se succede qualcosa? Se il consueto traffico di megabyte si interrompe o si riduce allora potrebbe essere successo qualcosa. Siamo talmente ossessionati da ciò che ci inventiamo metodi per sfuggire alla reperibilità. Installiamo widget per whatsapp affinché possiamo visualizzare i messaggi di nascosto, visualizziamo la posta di facebook dall’anteprima per la stessa ragione, oppure ricorriamo alla modalità offline per risolvere tutti questi problemi contemporaneamente.

Basterebbe invece, ma è estremamente difficile, affidarsi davvero a una parola: sticazzi. Sembrerà menefreghista ma invece è liberatoria ed è forse anche la posizione più sincera nei nostri confronti e più onesta nei confronti del mondo. Il problema è che sì, le disgrazie nella nostra vita accadranno e che sì, saranno inevitabili. E probabilmente accadranno nel momento meno opportuno. Quella telefonata o quel messaggio la cui ombra aleggia sulla nostra vita arriverà probabilmente mentre saremo in aereo, o magari mentre siamo in classe se siamo dei professori di liceo, o durante una lezione se facciamo gli istruttori in palestra, o nel mezzo di un’importante riunione della società per cui lavoriamo. E non ci potremo fare assolutamente nulla. Ci capiterà di trovarci nel posto sbagliato al momento sbagliato e ancora non ci potremo fare assolutamente nulla. E la qualità della nostra relazione non dipenderà da quella telecronaca che va avanti ininterrottamente, anzi sarà proprio quella una delle ragioni della sua fine.

Accettare che la nostra capacità di controllo sula nostra stessa vita è limitata e che continuare a credere il contrario è solo un atto di presunzione può sicuramente migliorare le cose. Non importa quanto siano dolorosi certi eventi, credere di poterli in qualche modo evitare è solo un’ulteriore supplizio. Per conto mio, quando penso a certi incontri, a malattie e a morti, a libri che ho estratto dallo scaffale di una biblioteca e mi han fatto una forte impressione, dico che siam in mano al caso, e sebben la risposta sia vecchia, non ne trovo una migliore.

Il primo giorno di università.

Statini di carta, libretti di un azzurro sbiadito, file interminabili alla segreteria e il trovarsi curiosamente in minoranza nell’essere di Cagliari: l’università quel mio primo autunno sapeva di queste cose qua. Non era più fatta da quei tizi che odiavo mentre ero sull’8 e andavo a scuola e loro andavano verso la Cittadella di Monserrato e sembravano così altezzosi parlando di colleghi e appelli mentre io ero affezionato a compagni e interrogazioni. Non era più nemmeno quella frase di un paradiso perduto che mio zio aveva detto a mia sorella quando, qualche anno prima di me, aveva manifestato la sua scelta di iscriversi al liceo scientifico. «Se scegli un istituto professionale se vuoi puoi lavorare subito dopo il diploma, miga come al liceo che poi devi fare l’università». Posto pubblico, pensione vicinissima e sessant’anni lontani, che ne poteva sapere mio zio di cosa sarebbe accaduto dopo?

No, l’università non era più qualcosa di indefinito e lontano. Mi era pure passato il disprezzo per la parola collega che ora provavo quando la pronunciava mia sorella. L’università divenne i mercoledì pomeriggio, quando l’unico corso che noi del primo anno seguivamo cominciava alle 18 e quindi a novembre era buio e su una panchina vicino a quella su cui stavo con dei… colleghi, una coppia di… colleghi pomiciava pesante e lui dopo un po’ si avvicinò a noi per chiederci qualcosa e, sotto i jeans — noi seduti, lui in piedi: visualizzate la scena — emergeva una violenta erezione. Divenne quella tizia che mi disse di non seguire un corso perché il professore faceva lezione il sabato mattina alle 8. «Minca, sabato scorso sono andata ancora e c’era una tizia ancora fusa coi capelli gonfi così, sembrava un leone». Non l’ho più vista, non penso si sia mai laureata, ma le ho voluto un gran bene quel giorno.

C’erano due cose straordinarie del fare l’università. La prima era che nessuno il lunedì mattina poteva rompermi le palle con i risultati della mia squadra in campionato. La seconda era che le lezioni avevano un andamento irregolare: ore vuote, giorni liberi, sabati puliti (se seguivi i consigli giusti). A questa seconda cosa si legava la possibilità di uscire molto più spesso, in notti delle quali prima conoscevi a mala pena l’esistenza, con ogni volta l’idea manifesta di ubriacarti.

Da buon cagliaritano ho scoperto la geografia della Sardegna nelle pause fra quelle lezioni, quando i tuoi colleghi ti svelavano il loro paese di origine e tu non avevi nessuno smartphone per controllare dove fosse. Ho imparato a riconoscere se una ragazza avesse o no il fidanzato nel suo paese: se in biblioteca ci andava in canadese il messaggio era abbastanza esplicito. Senza il potere omologante della galassia internet, più il paese era lontano più te ne accorgevi dai piccoli dettagli. Nessuno delle altre province metteva le Hogan, se dobbiamo essere espliciti, e soprattutto alcune enclave erano molto identitarie, non ancora sedotte dalla vita notturna della Capitale, con free drink organizzati ad hoc, nessuno che ci andava scerpato, e non certo al JKO.

L’università porta con sé un grande rischio e oggi, che più o meno tutte le persone che conoscete vanno all’università, è ancora più grande di ieri: quello di rimanere fuori dal mondo. Il primo giorno di scuola, grembiulino e zainetto, va tutto bene. Il primo giorno delle medie, anarchia senza grembiule, zaino su una sola spalla e tutto va bene. Il primo giorno delle scuole superiori impari cosa è lecito che gli altri si aspettino da te. Cosa devi indossare e come lo devi fare, cosa devi dire e come lo devi dire, quale zaino o quale borsa la tua condizione ti impone di trascinarti dietro. Sei talmente dentro il mondo che tuo malgrado sei aggiornato su tutto, perfino sui lacci delle scarpe che sai se puoi o non puoi, se devi o non devi, legare. Sai se la canadese va bene per i jolloni oppure è tutto sommato necessaria, non importa quanto sia gaggia.

Il primo giorno di università, se non stai attento, cominci a rilassarti un po’ troppo. Sei felice di essere uscito da quel mondo invadente e ingombrante che poi ti ritrovi a mettere le scarpe sbagliate senza accorgertene. Incautamente arriva la tua prima estate, hai studiato sessione invernale e sessione estiva, vai alle Pailotte e: come cazzo ti sei vestito? E se sei una ragazza non ti puoi illudere che basti seguire due o tre fashion blogger (gente che mentre tu studi, fa i milioni facendosi foto allo specchio) per capire ciò che Cagliari ti comanda. Grisi un’uscita di giovedì, salti un weekend e già cominci a perdere il contatto con la realtà. E se magari si è tornato a rispondere chiaro al posto di  e zero al posto di no e tu non lo sai? Quanto sei diventata pacchiana. Non ti salva più nemmeno l’instagram dove fingi di avere le occhiaie quando ti fai un selfie per dirci che stai studiando. No, non ti salva se poi non ti metti le seppiette con i tacchi che certo, fanno schifo a chiunque abbia un cuore, ma vanno un casino. Ed è peggio se te le compri per la volta successiva, ormai sei marchiata, sei arrivata tardi.

Nessuno ti ha detto che l’università è più crudele della scuola. È una doppia maratona, la prima fra esami e tesi, poco importa se parti forte, conta come arrivi. La seconda è con il mondo di fuori, quello della trasgressione e della vita sociale. Quando cominci a perdere contatto con il gruppo di testa, di quelli che contano, e ti accorgi che il fiato è corto e il distacco diventa sempre più grande, incolmabile. Quel giorno, un sabato mattina di ottobre, ti troverai al Poetto con noi di mondogaggio: saremo felici di ascoltare la tua storia.

Guida intelligente alle biblioteche cagliaritane.

Ora che la stagione volge al termine, che gli impegni pressanti vi strappano dall’abbraccio della spiaggia, che gli esami vi dicono che no, anche se si sta bene, il mare ve lo sognate,  che le notti brave saranno relegate a concludere poche fortunate giornate, che gli amori estivi sono finiti, ecco emergere pressante l’interrogativo dell’anno nuovo. In che biblioteca andrò? E voi che non siete degli sprovveduti, ma dei campioni, non siete disposti a scegliere a casaccio.

Acquario: Alcuni la chiamano Interfacoltà, si chiamerebbe Dante Alighieri, ma noi la chiamiamo ancora Acquario perché ci piace la tradizione. Ci sono tre assiomi su cui si fonda il sistema-Cagliari: 1) A Cagliari ci sono più salite che discese, 2) Le estati durano ogni anno un giorno in più, 3) Comunque tu la veda, tutte le ragazze cagliaritane sono fidanzate. Se fai l’università da queste parti finisci con aggiungere un corollario che suona più o meno: c1) Mano a mano che la carriera di un universitario cagliaritano si allunga, la probabilità che vada a studiare all’Acquario si avvicina a uno.

Puoi fare tutta la resistenza che vuoi, rinchiuderti nella più profonda delle hipsterie — e parliamo per esperienza personale — che prima o poi finirai su quei banchi bianchi e lungo quelle ringhiere rosse, in mezzo agli scaffali pieni di libri dei quali probabilmente non ti fregherà, a te che fai ingegneria, proprio nulla. In perenne lotta con l’aria condizionata, l’acquario può essere bollente in estate e di inverno mostra una poco piacevole tendenza ad allagarsi quando piove un po’ troppo. Ma la piazzetta lì di fronte è troppo golosa e la gente è così tanta e le ragazze così bone e la situazione così ideale per fare quel piccolo passo che ti può cambiare un’intera sessione di esami se non proprio un semestre, che non puoi resistere troppo a lungo. Intorno a te il grande alveare, il ronzio di voci, che sembra non cessare mai se non soltanto alle 14, quando tutti iniziano una lunghissima pausa pranzo che talvolta conduce al turno notturno — la seconda ora, come ci piace chiamarla. E poi prese di corrente a profusione, per placare la nostra sete di kWh e l’internet che va una meraviglia, così salvi byte, ma mantieni un contatto con chi sta fuori (anche se magari a quel qualcuno non fregherebbe un cazzo della tua faccia che, selfie dopo selfie, continui a proporre in globovisione sull’instagram).

Non è il posto migliore dove stare se per studiare hai bisogno di concentrarti, ma è il posto più simile all’ora di ricreazione di un Liceo anni novanta come li abbiamo scoperti nei telefilm.

Viale Fra Ignazio: Quale migliore monumento a una vita universitaria che sia anche mondana? D’altronde la scuola è finita, non hai più quel migliaio di occhi che ti guardano e manco tu hai più la possibilità di guardare che rischi di perdere il contatto con la società, con la moda, con i tempi. Rischi di ritrovarti ancora con i pantaloni a vita bassa, o con le scarpe che si usavano due anni fa. Per fortuna però che, anche se non studi nel polo di viale Fra Ignazio, le sue biblioteche ti possono accogliere, il suo baretto ti può far credere di essere ancora vacanza e puoi quindi accorgerti di cosa si può e non si può indossare, fare le prove generali di quelle famose serate che concludono solo alcune giornate di cui parlavamo prima. All’Acquario per la quantità, in viale Fra Ignazio per la qualità ci dicevano i nostri amici maliziosi. E nonostante ciò puoi studiare dignitosamente, i banchi ti lasciano un po’ di privacy e l’afflusso è minore, così come quell’insistente ronzio è soffocato. Ma anche da queste parti devi passare se per te l’università conta qualcosa in più che la semplice cultura e se non vuoi rischiare di diventare tu quel jollone o quella soggetta che per cinque anni hai visto isolarsi dal mondo nel quale viveva.

MEM: Guardiamo in faccia la realtà, le sfilate all’Acquario, la passerella del viale sono solo una preparazione rispetto alla grande vetrina della Mediateca del Mediterraneo, che manco è universitaria a dirla tutta, quindi non devi manco fare pace con te stesso e la tua anima che ti rimprovera che dovresti studiare di più. Bar e ristorante, spazi grandi e pochi posti per essere davvero esclusivi, bagni puliti, chiusura alle 22 pronti per andare da qualche parte e rilassarsi dopo l’intensa giornata di studio. Aperta a tutti, certo con qualche pazzo che gira (ma quelli dove non arrivano?), ma con una variegata popolazione di studenti delle scuole superiori o di future matricole in attesa dei test di ingresso per la facoltà a numero programmato. E poi vetri ovunque, esposizione a tuttotondo, quando ti alzi e cammini per andare a fare pausa tutti ti possono davvero guardare e puoi trattarti bene, te lo meriti, puoi andare in un bar che si rispetti invece che bere quel surrogato di caffè delle macchinette.  E sai che delizia escono le foto con una luce del genere? O quanto stia meglio un hashtag come #facciadastudio o #sessionediesami con una bella sedia marrone sullo sfondo e il cielo sopra di te, piuttosto che con monotoni banchi pasticciati che manco quelli di scuola?

Se davvero punti in alto, se temi che qualche serata il venerdì o il sabato non basti a tenerti nel mondo delle persone che esistono in questa Cagliari che dormicchia di inverno, non puoi non andare qualche volta alla MEM. Con buona pace dei sensi di colpa.

Provinciale: Noi l’abbiamo conosciuta nello scantinato. L’abbiamo guardata da fuori e abbiamo detto: ma davvero è una biblioteca? Poi siamo entrati, ci siamo guardati intorno e abbiamo dovuto prendere il giornale e guardarlo per bene per renderci conto di non aver fatto un viaggio nel tempo, un vortice indietro fino agli anni ottanta. Eppure la provinciale si presentava così: brutta, senza internet, con aggressive bibliotecarie che ti sloggiavano se occupavi il posto per più di mezzora. La domenica una guerra per trovare posto, l’unica biblioteca aperta in città, ressa ai cancelli manco la mattina a messa le signore dei primi banchi. Poi ci hanno detto che la trasferivano a Monte Claro, lassù in alto dove alcune coppie si spingevano a pomiciare quando avevano sedici anni e il sole tramontava presto e non avevano le macchine dove chiudersi e coprire con il proprio vapore. Ci è voluto del tempo — del parecchio tempo — ma alla fine è successo: nella città dove ci sono più salite che discese, la biblioteca più moderna, luminosa e condizionata sta proprio sulla punta di una dei suoi colli. Quindi per salirci o usi la macchina oppure ti fai coraggio e ti arrampichi come un pirata, ragion per cui la trovi piena per la sessione invernale, ma raramente ti lascia in piedi in quella estiva. Signori anziani in cerca delle notizie del giorno fanno da contorno a banchi nuovi e condizionatori da supermercato che d’estate ti metti la felpa e d’inverno le maniche corte. Una sorta di custode onnipresente sorveglia su tutto e tutti, e una misera macchinetta per la distribuzione automatica non le dà quella marcia in più per affermarsi. Basterebbe metterci un piccolo bar o un chiosco che la gente comincerebbe a salire entusiasta e a far battaglia come si fa la domenica e i prefestivi.

È la più democratica delle biblioteche, chiunque riesca a salire ha diritto a stare senza troppi patemi. Può trovare la sua nicchia per studiare, ha gli spazi per gozzovigliare, si può leggere la stampa sportiva, può sciorare o disinteressarsi, il ricambio di persone è così intenso che presto comunque si dimenticheranno di te. Perché qualche fedelissimo permane, ma senza il giusto spirito non tutti riescono a salire giorno dopo giorno. Può un panorama così bello, il mare all’orizzonte, i castelli da entrambe le parti, giustificare questa fatica? Non sempre.

E ce ne sarebbero altre di biblioteche da frequentare, con i loro pregi e le loro doti nascoste. Facciamo gli snob anche noi e quella di Ingegneria la ignoriamo. C’è anche un posto bello più degli altri che ci piace però tenere nascosto e del quale non parliamo mai, perché quando qualcuno della nostra redazione va a studiare da quelle parti gli piace l’idea di sospensione del tempo che lo circonda. E temiamo il momento in cui incontreremo anche là qualcuno che conosciamo e i nostri sensi di colpa torneranno a bussare alla porta.

Solo l’amore può salvarci.

Ogni anno, più o meno a dicembre, la mia scuola superiore veniva occupata. Durava poco, una notte, magari due, giusto il tempo di giocare goliardicamente con il cognome del preside e, nel post-11/9, chiamarlo negli striscioni Osama Bin Loddo. Erano anni meno politicizzati rispetto a quelli che potevano raccontarmi i miei genitori, ma esisteva un forte gruppo di studenti di estrema sinistra che aveva una ragione per manifestare il suo dissenso; dissoltisi però i partiti politici formavano un gruppo eterogeneo nella sua composizione. Fra loro più di tutti ricordo Millino, così detto perché davvero ti chiedeva ogni singola ricreazione — manco un tossico al semaforo — un millino per comprarsi la merenda. Capelli spettinati, abiti consunti, straordinariamente bravo in matematica, assiduo frequentatore del Bastione negli anni in cui invece che il Caffè degli spiriti ci trovavi i fricchettoni, un 23 dicembre ci raccontò, con quel suo parlare velocissimo ma fluente, delle sue imminenti celebrazioni per capodanno. Minca mi metto il vino a tracolla la canna in bocca la pivella sulla schiena. Mi bevo il vino mi fumo la canna poi giro la pivella BAM BAM BAM poi mi ribevo il vino mi fumo la canna giro la pivella BAM BAM BAM. Aveva dei problemi molto seri, ma non ragionava male e un’idea politica — un’idea di politica — la aveva e la esplicitava. Potevi non essere d’accordo con lui o con chi con lui, in maniera più sobria e senza pomeriggi al bastione, occupava la scuola o dirigeva l’autogestione, ma non potevi non riconoscere la sua capacità di elaborazione.

Sarà un caso, ma in quello stesso anno (e se non proprio quello, quello accanto) Bruce Willis salvava il pianeta Terra dall’impatto con un asteroide sacrificando la sua vita, così come era stato Will Smith a depositare la bomba che avrebbe impedito agli alieni di colonizzarci. Erano gli eroi cioè, sempre e per definizione americani, a prendersi cura della nostra sorte. Lo scorso anno, invece, non è stato Matthew McConaughey a salvare il pianeta ben oltre l’orlo del collasso energetico e ambientale, ma… l’amore. Prendiamo quindi un gruppo di studenti universitari politicamente impegnati e il messaggio che portano sulle loro magliette: rLOVEution. Cioè, ancora una volta: non sarà la rivoluzione — come prospettava Millino — a salvarci, ma sarà… l’amore.

Sono finiti i tempi grami in cui gli amori potevano essere giudicati, setacciati, proibiti. Nessuno può più mettere in discussione il nostro diritto di amare e l’amore è l’unica forza, come la caritas cristiana che ci rende liberi. Non la lotta (di classe, di emancipazione, di liberazione) ma… l’amore. L’amore che è l’opposto della lotta, l’amore che è conciliazione e che non può essere discusso. Diritto non di studiare, ma di amare. Quindi niente Romeo e Giulietta, niente innamorati che chiedono la mano di riottosi padri, niente storie proibite. Non so che fine abbia fatto Millino, non so neanche che ha fatto all’università, se si è mai iscritto all’università. Però se questa eventualità si è realizzata, lo immagino ancora politicamente impegnato e lo immagino soprattutto diverso dalle giovani leve della sinistra universitaria che non hanno più vergogna di indossare le Hogan e possono non aver avuto mai alcun rapporto con le classi popolari. Sa di sinistra britannica o americana, di Kennedy, amanti del denaro ma anche, in qualche modo, della giustizia sociale. Però, ed è questo il grande però, devoti al ruolo salvifico dell’amore, libero e indiscusso che su ogni cosa trionfa. Millino, nelle sue convinzioni più intime, non poteva amare chiunque: chi portava le Hogan (che ancora erano appannaggio di pochi, selezionati, membri che ci piaceva chiamare Cremini) rappresentava il suo nemico, un modo di vivere e di intendere la vita — delle idee, cioè — che lui non poteva amare e che anzi doveva necessariamente disprezzare.

Ecco perché ora anche la sinistra erede di quella radicale può sfatare i tabù che erano stati della borghesia conservatrice urbana, può indossare i suoi simboli, può fare il suo stile di vita. Perché è solo l’amore che può salvarci e l’amore, quello vero, è cieco. E dato che Craxi è caduto sotto i colpi di Mani Pulite e i gaudenti socialisti degli anni ottanta sono diventati il simbolo di ciò che era sbagliato, questo amore che ci salverà non è quello sudato delle discoteche o volgare delle feste private. È l’amore della seconda lettera di San Paolo ai Corinzi, senza però un Dio a garantirlo e quindi è l’amore stesso, nella sua dimensione escatologica, l’unica cosa in cui credere. Fate l’amore non fate la guerra, storico slogan di battaglie passate, assume tutto un nuovo valore: vuol dire smettete di discutere, credete nell’unico messaggio possibile, rifiutate la lotta.

Magari anche io incontrerò di nuovo Millino che mi dirà, giovinezza alle spalle e ideali sulla poltrona, che è nell’aver eliminato il BAM BAM BAM e avere amato davvero che ha trovato la pace e che al bastione ora va, ma senza vino Brillò del supermercato, con un caffè o per un’apericena, seduto vicino ai suoi vecchi nemici che ora non sono più tali, perché l’amore ci ha salvati.