metrocagliari (3)

Quando Ugo si era messo a letto la sera precedente non aveva fatto caso che fosse venerdì sera e aveva quindi dimenticato di disattivare la sveglia. Fortunatamente il sonno aveva vinto l’epica battaglia con l’allarme e quindi resuscitò che era già mezzogiorno e anche l’infernale attrezzo si era stancato di suonare a vuoto. Impiegò del tempo a realizzare le proprie coordinate spazio-temporali, poi pensò che c’era stato qualcosa di insolito, ci ripensò ancora e poi scrollò le spalle e lasciò perdere. Era sabato mattina, così diceva il cellulare, perché la TV non funzionava da quando si era dimenticato di comprare il decoder per il digitale terrestre e perché ormai sapete cosa pensava dei giornali. Anche il cellulare, in costante assenza di credito, resisteva a malapena nella sua vita. Ma perché affliggersi con altri problemi ora che si era liberato involontariamente di quello di lavare la macchina? Forse questo creava un nuovo problema, ovvero avere un mezzo di locomozione, ma c’era la nuova metro che inauguravano il… già, quando la inauguravano? Il vecchio problema di giornali e TV. Fu così che decise di uscire di casa e andare a controllare di persona come stavano le cose. Sapeva, ora lo sapeva, che era sabato, quindi non ci sarebbero stati lavori in corso e operai a cui chiedere in caso la metro fosse stata ancora chiusa, ma sapeva anche che poteva imbattersi in un personaggio che avrebbe risolto i suoi dubbi. Si trattava di un consigliere comunale di vecchia data che compariva puntualmente in punti strategici dopo aver studiato la lista (occulta) dei cantieri in apertura. Tale personaggio era solito arrivare, raccogliere le proteste locali — del tipo ma qua non fa a passare, ma l’hai vista la strada? tutta a buchi e poi diamo le case agli zingari — dire tronfio «ci pensu deu», far finta di fare una chiamata e dire «risolto tutto, domani arrivano a sistemare». Ugo era certo che se l’inaugurazione fosse stata vicina, il consigliere di vecchia data sarebbe stato lì. Mentre era assorto in questi pensieri, il cellulare squillò.

«O’ Ugo!»

«Sì, pronto? Dimmi» era Giorgio, suo collega della biblioteca.

«Ma tagazzu dimmi! Ma la stai sentendo questa storia?»

«Giorgio? Cosa? Che storia?»

«Ceee no, ma sei serio?»

«Sì sì, non ti capisco».

«P…zz…e..zzztz…n…zzz».

«Giorgio, non ti sento più».

«Minc…zzz…tzzz….z».

Vabbe’, un problema in meno, pensò Ugo lasciandosi il cellulare alle spalle. Quello che vide quando arrivò in piazza Yenne lo perplesse: le transenne del comune bloccavano l’accesso a tutto il largo Carlo Felice e un numeroso contingente delle forze dell’ordine teneva lontani i curiosi che si affollavano in cerca di risposte. Non dirmi che oggi c’è Sant’Efisio, pensò Ugo. Il Santo stavolta non c’entrava nulla, ma lui, attaccato al mondo esterno solo dalla suola delle scarpe, lo ignorava. Eppure nell’aria non c’era quell’odore di persone sudate misto a sterco animale che da decenni caratterizza la processione cittadina. Forse era il caso di chiedere a qualcuno, ma il rischio di mostrare la propria ignoranza su quello che sembrava l’avvenimento del secolo era troppo grande. Allora lasciò perdere, come faceva di solito e tirò dritto cercando di carpire qualcosa dallo jus murmurandi che la gente esercitava con trasporto.

«Iiih no, l’hai vista quella foto?» «Mabba’ che dev’essere finta» «Eh, giallo so, giallo» «E l’ha detto a signora Maria… ci dari pappara!» «Guarda che il sindico non è persona affidabile. Me l’ha detto mio figlio che lo vedeva buffendi birra» «E va?» «No macchè!».

Poi vide il consigliere. Era attorniato da persone, gesticolava con l’esperienza che aveva nel gesticolare e trasmetteva un rilassante senso di calma, di padronanza della situazione. «Signori, vi sto dicendo che ci sono qua io. Eia, tranquilli». «Troppo togo su consiglieri. Vai gosì!» rispondeva la folla entusiasta. Ugo aveva avuto la risposta che cercava, puntò verso il porto e per un attimo ebbe l’idea di tuffarsi, ma un branco di muggini che — poteva giurarlo — lo fissava gli fece cambiare idea e andare verso un bar. Mentre camminava, mani in tasca e ciondolante, pensò: ma da quando i muggini sono verdi? C’entra sicuro la Saras. E proseguì.

Incuriosirà il lettore sapere che se solo Ugo avesse prestato orecchio al consigliere per un minuto in più, lo avrebbe sentito dire: «Ho già contattato Obam». «Obam?» chiese qualcuno. «Eh, su presidenti americano». «Obama, vorrà dire». «Si scrive Obama ma si legge Obam, è inglese». «Ah». «Comunque, l’ho sentito al cellulare e gli ho detto O’ mr president, c’è un problems, Cagliari is piena di aliens». Hai visto come lo parla bene l’inglese, altro che tuo figlio che lo istudia a scuola! «E mi ha detto che ci pensa lui. State tranquilli, è risolto».

Il ballerino.

Il tipo sale sul 3, ha la solita bandana a stelle e strisce, il solito grembiule da lavoro blu, la solita coda di cavallo, i soliti ciondoli, la solita «borsa» fatta con le buste e i manici con lo scotch, la solita radio, è il solito tipo.

Indica un senegalese: «sono questi i veri americani, mica gli indiani».

E poi un po’ come tutti si lascia ai ricordi possibili, ai futuri possibili ai se se se. «Ma se ero in America ora, potevo cantare in strada mi facevo ricco. C’ho un amico che me lo dice sempre di andare».

Poi vedo lo stesso tipo, sullo stesso pullman o su un altro, guarda un vecchietto e gli balla vicino con la musica che parte dal suo stereo, qualcosa di old school alla rappers delight. Fa la scossa, si butta a terra, guarda il vecchio e dice «questo è il giro portoricano». Dio, che idolo!

Parla con gli autisti, li conosce tutti, anche se non ha mai pagato un biglietto. «O’ fra, sono venute queste tipe mi hanno chiesto o’ ma sei tu quello che balla, gli ho fatto un flic-flac all’indietro si sono state zitte». Quasi convinco un amico a sfidarlo a fare un flic-flac, il mio amico non lo sa fare, ma almeno così lo vediamo all’opera, perché io manco so cosa sia un flic-flac.

Quando passi cinque anni a prendere sempre gli stessi pullman è inevitabile che vedi sempre le stesse persone. E lui c’era sempre sul 3 al ritorno dal Pacinotti, o a volte in centro sull’8, quando l’8 saliva ancora a Buoncammino. Aveva anche il cellulare e ci giocava come un bambino. «Cess questa è Jessica» parla con l’autista «mi fa lo squillino… ce ce mì un altro… no mi sta uccidendo.. minchia anche Gianni ora» e ride e ride. E ogni tanto balla. Lo fa anche in giro, alla fermata, come se fosse in America dove pensa, anzi sa, che avrebbe un palco e sarebbe ricco. Poi gli fanno un video che finisce su youtube, lo prendono in giro, alla fine lo intervista l’Unione ed è proprio la fine perché dice che è stanco, è stanco di essere preso in giro e quell’intervista è davvero ridicola. Così si taglia i capelli, non porta più la radio, non fa più giri di testa. Lava solo le vetrine e io lo incontro ancora, gli è rimasto solo il grembiule blu, non ha più neanche la collana di Bob Marley. È come un bambino a cui hanno detto che Babbo Natale non esiste. Chi gliel’ha detto, è proprio uno stronzo.

Il Poetto da quando non ci sono i casotti.

In politica, e non solo, è reazionario chi intende tornare indietro e rifare un’esperienza superata. Reazionario è quindi sinonimo di retrogrado, tradizionalista, nostalgico. Quando si dà del reazionario a qualcuno di solito non lo si fa per fargli un complimento, eppure sono convinto che c’è almeno un fronte sul quale tutti noi siamo schierati dalla parte della Reazione. Non intendo dire che questo fronte sia comune per tutti, ma che in fondo in fondo c’è un aspetto della vita per il quale pensiamo che sì, si stava meglio prima. Infatti, passando ai sinonimi, abbiamo difficoltà a dirci retrogradi, ma non neghiamo di essere un po’ nostalgici. Poi c’è chi è nostalgico di esperienze che non ha mai vissuto, ma c’è anche chi è convinto di essere una gallina, quindi è patologico, ma neanche così grave.

Citando una canzone nota da queste parti, c’era una volta (la vedete la Reazione?) la nostra spiaggia, bella anche se piena di gente un po’ gaggia. Parlo a quelle generazioni del post-casotti, quelle che sono nate dopo il loro abbattimento o che erano troppo piccoli per ricordarlo — poi che alcuni rimpiangano i casotti e ti dicano quanto erano belli nonostante abbiano 18 anni è un altro discorso che scivola nell’immaginario. Come si può non essere reazionari, retrogradi, tradizionalisti e nostalgici quando si parla di Poetto e di quella parola, che nessuno conosceva e che ora è nota quanto «Natale», ovvero «ripascimento»?

Il fiore all’occhiello dell’orgoglio cagliaritano completamente appassito. Certo sono passati dieci anni e qualcosa è di nuovo cambiato. Il mare si è rimangiato rapidamente la sabbia e il ponte del Lido è tornato a essere toccato dalle onde (ricordo che la prima estate dopo il disastro c’erano almeno cinque metri di sabbia a separarli). Non ci sono più i perdigoni che ti accoglievano appena scendevi dal 9P e giocare a calcio è meno doloroso. Qualcuno azzarda di nuovo qualche rovesciata, anche se è un’altra cosa rispetto a quando si atterrava su quel morbido manto bianco e quando correre per recuperare il pallone calciato dalla prima alla quarta al grido di «ma se era in porta già la vedevi» era molto più faticoso perché si affondava come a Chia. Gli anni prima della raccolta differenziata, dove porta era lo spazio da un cassonetto-dimensione-ragazzino-di-12-anni all’altro.

Fortunatamente i cagliaritani sono tenaci e la spiaggia non l’hanno mai abbandonata. E se per una storia di quello che è successo nel primo decennio del secolo XXI, vi rimando all’archivio, cosa caratterizza il microcosmo estivo del Poetto agli albori del secondo? La grande novità dei chioschetti vintage (ma con l’Emerson che resiste integro) è accompagnata da una delle trovate più geniali (e con geniali intendo idiote) che in anni e anni di frequentazione del Poetto abbia mai visto.

Anche al mare si sciora. Primo modo per farlo è avere il costume giusto, anche perché il resto dell’abbigliamento resta al suo posto giusto per il tratto che conduce dalla strada al mare (che sa tanto di dalla culla alla tomba). Ci sono stati gli anni dei Falanx, gli anni del Sundek, gli anni del costume da surfista e gli anni dello slip. Fra i più giovani ora si diffonde però un’idea del tipo ta gazzu costume. Non nel senso che fanno nudismo, ma nel senso che mettono mutande e pantaloncino da calcio. E ci si fanno il bagno, la doccia e tutto quello che si fa con il costume indosso. Lascio immaginare quale estro ci possa essere nell’usare, invece che un costume da bagno, un qualcosa che non è fatta per essere bagnata (se non in lavatrice). Fra le tante cose questa è forse quella che mi lascia più basito. E se la brasiliana, con soddisfazione dei nativi, è sempre più un must, talvolta dando luogo a risultati grotteschi, può lo scioro fermarsi qua?

Certo che no. Tornando alla nostalgia, la spiaggia è un diritto di tutti, con questa scusa han buttato giù i casotti, lasciando in piedi gli stabilimenti, sono proprio questi il teatro del vero scioro, filtrato fra scuole, università e frequentazioni giuste. Esiste una fetta di gioventù che va al Lido o al D’Aquila con l’abbigliamento necessario e passa tutta la mattinata, o pomeriggio, o giornata, al bar. Andare al mare per stare al bar, magari senza neanche il costume. Quanto è poetico?

Fra amianto e bonifica, nuovi movimenti migratori interessano gli spazi balneari, i gaggi privati della loro roccaforte si muovono in massa verso la prima, dove un’avanguardia c’è sempre stata ma il Twist, nella nuova versione rosso-vintage, resiste alle recinzioni arancioni. La grande estate è appena cominciata e a sei in bolla, zio si accompagna un nuovo modo di chiamare gli altri: mister.

Ieri comunque c’era la bassa marea, l’acqua era pulitissima e la prima fermata (sabbia a parte) sembrava i caraibi. Ho una vecchia foto fatta in una giornata del genere, del Poetto pre-ripascimento. È bello da far venire i brividi, con la gente con l’acqua alle caviglie e poco da invidiare a Stintino. Guardando quella foto, guido le forze della Reazione.

metrocagliari (2)

I binari s’immergevano nell’asfalto all’altezza del grande stazione metrocagliari in piazza Repubblica, ultima fermata alla luce del sole in arrivo da Monserrato, direzione piazza San Michele. Gli scavi erano proceduti con ordine, avevano sventrato il terreno lungo via Dante, via veloci a fianco al cimitero per poi allargarsi nella nuova fermata di viale Bonaria. Poi da lì la linea continuava verso via Roma, nuova stazione con tre uscite, una sul porto, una su piazza Matteotti con lo snodo degli autobus, una sotto i portici così che si potesse venire accolti dagli invitanti odori dei ristoranti della Marina. Ogni nuovo raccordo una nuova inaugurazione alla presenza delle autorità, un nuovo discorso sul progresso, sulla città più vivibile, più a misura d’uomo. I binari ruotavano poi bruscamente e risalivano il largo Carlo Felice ma, all’altezza di piazza Yenne si interrompevano bruscamente su una immensa voragine. La città, l’altra città, stava lì addormentata, abbandonata in perfetto ordine senza un solo vetro rotto. Era uno spettacolo, per quei pochi privilegiati che potevano esserne spettatori, da mozzare il fiato. Grossi palazzi grigi che si estendevano per decine di metri con forme a spirali e poi s’intrecciavano l’un l’altro. Le strade larghe, costruite con uno strano materiale che rispecchiava il cielo lontano. Una pianta a cerchi concentrici che s’irradiava a partire da una grossa sfera centrale e una temperatura stabile, piacevole, da tarda primavera. L’architetto che mai avesse provato a realizzare la città perfetta, l’avrebbe fatta così. Non era però a misura d’uomo, perché di umano non aveva nulla. Gli appartamenti erano alti un metro e mezzo, le porte avevano minuscole maniglie, per le finestre passava a stento un cranio di homo sapiens sapiens. I materiali erano risultati tutti sconosciuti alle più attente analisi, gli elementi costitutivi sembravano venire da un’altra tavola periodica. La grande sfera centrale era inaccessibile, la superficie perfettamente liscia, senza neanche il minimo spiraglio e splendeva di luce propria, generando l’effetto del sole venti metri sottoterra e alimentava tutta la città.

Il sindaco aveva appena dato l’annuncio alla popolazione e sedeva pensieroso nel suo studio del palazzo comunale. Gli occhi erano fissi al telegiornale nazionale che riportava la notizia in un’edizione straordinaria. La cronista, in diretta da Cagliari nascondeva la propria agitazione.

«Pagu bona puru» commentò il sindaco.

«Ha chiamato, signor sindaco?» chiese il suo assistente.

«No, no» si affrettò a rispondere lui «pensavo a voce alta».

«Comunque, se lei è pronto possiamo andare».

Fece un cenno con la testa e insieme s’incamminarono verso la macchina che li attendeva nel piazzale. Per quanto si trattasse di poche centinaia di metri era meglio evitare la folla. Entrò nel cantiere in compagnia del prefetto e di qualche tecnico, indossò il caschetto di sicurezza e poi in religioso silenzio seguì la squadra lungo i binari. Era la prima volta che vedeva l’altra città e ne rimase estasiato, l’immediato confronto con la città che lui amministrava lo fece scivolare nello sconforto. Toccò con mano le strade e i palazzi e si bloccò impietrito di fronte alla sfera.

«Questa è cosa seria. Alto che l’IMU» appuntò preoccupato.

Fu in quell’istante che un piccolo oblò si disegno sulla sfera per poi aprirsi proiettando un raggio di luce che accecò temporaneamente tutti.

«Ciao capo» disse una voce.

metrocagliari

Antefatto

Scava che ti scava che ti scava. Tutto iniziò così, una mattina che si scavava per fare la metro a Cagliari. Le macchine del progresso penetravano in profondità ma s’interruppero d’improvviso quando, venuta giù la terra si aprì una voragine e dentro la voragine una città. Gli operai si fermarono, gli ingegneri si fermarono, si fermò anche un cane che morse il gatto che mangiò il topo e poi sapete com’è andata a finire quella storia lì. Ma questa è un’altra e ve la racconterò, come posso e come mi è concesso. È la storia di quello che successe da quel momento in poi e se c’è attinenza con delle persone, mi scusino i gentili signori.

Il sindaco si asciugò la fronte con un fazzoletto, visibilmente turbato. Schiarì la voce un po’ troppe volte, poi, di fronte alla sala gremita di giornalisti e autorità disse: «Vi devo dare una notizia… paurosa. Una bomba». Tutti tacquero. «Abbiamo dovuto arrestare gli scavi della nuova metrocagliari essendoci imbattuti in un bene di estremo valore sepolto proprio sotto la nostra città. Non si tratta di…» esitò «catacombe. Tutti gli indizi portano a pensare che si tratti di una civiltà di origine non terrestre».

Stupore, mormorio, non ci credo, com’è possibile, mormorio mormorio, chiasso, strilla di cosa sta parlando? sguardi increduli, mormorio minca ti caghi.

Capitolo I

Ugo si svegliò perché era un giorno come gli altri. Poi si svegliò di nuovo, venti minuti più tardi, perché era un giorno come gli altri. Si scaravento giù dal letto perché era tardi, lui era in ritardo, come tutti i giorni, perché quello era un giorno come gli altri. Si infilò sotto la doccia dopo aver acceso il fornello con una caffettiera da quattro sopra, uscì dalla doccia con l’asciugamano intorno alla vita mentre la caffettiera borbottava e sputacchiava qua e là. La spense, giurò che ne avrebbe comprato una nuova, tirò giù il caffè bollente e senza zucchero e poi corse a lavarsi i denti. Un giorno come gli altri, la solita faccia allo specchio. Anzi, le solite due facce allo specchio, una spettinata e disordinata, l’altra verde, piccola, con le orecchie a punta ma verso l’esterno più che verso l’alto e una linguaccia viola. Che lo fissava. Fece per uscire di casa, poi ci pensò meglio: di facce di solito, ne aveva una sola. Tornò in bagno, guardò nello specchio e infatti ne vide solo una. Scrollò le spalle e uscì.

Era imbottigliato nel traffico mentre cercava di raggiungere la biblioteca nella quale lavorava, tutti suonavano, lui tirò su i finestrini, regolò l’aria condiziona su MAX e accese la radio. «Il sindico è in collegamento per un annuncio straordinario». E mo’ cosa sta succedendo? si chiese Ugo. Ziiiiip. La radio si spense e con questa la macchina, una vecchia cinquecento di quelle squadrate, verdolina, nota fra gli amici come senegal-mobile. Per fortuna che fra poco inaugurano la metro pensò Ugo mentre scendeva dalla macchina e la lasciava in mezzo al traffico continuando a piedi, senza accorgersi però che nessuno si preoccupò dell’intralcio al traffico, fissi tutti come erano sulle loro autoradio e sul messaggio straordinario.

Arrivò a lavoro che grondava sudore così come il cagnolino della carta igienica gronda tenerezza.

«Ugo» gli disse una collega.

«Sì, sono in ritardo» rispose lui.

«No, non intendevo…»

Ugo la interruppe «recupererò, vado via più tardi» ma pensava tanto tu non fai mai un cazzo, stronza.

Gli studenti facevano più rumore del solito. «Ma l’hai sentita questa storia?» «Che roglio!» Si affollavano sui giornali e nessuno shhh li interrompeva minaccioso. Ugo non leggeva i giornali locali, aveva smesso di farlo quando, pochi anni prima, in seguito a un omicidio avvenuto nel suo palazzo, il giornalista di cronaca aveva fatto testimoniare lo zio di Ugo, morto già da diverso tempo. Passò così la mattinata e il pomeriggio, non interessandosi neanche di colleghi e colleghe che parlavano più del solito, sicuramente — così pensava — del ragazzo della figlia di quella signora che una volta aveva preso un libro lì, che l’aveva reso in ritardo e ora era non solo tossicodipendente, ma praticamente aveva un contratto a tempo indeterminato con la droga. Andò poi a cena con Sandro, vecchio compagno di classe, ora cultore della materia, ovvero volontario contro la sua volontà. Ordinò una bistecca che arrivò fumante e più grande del piatto, con pochi colpi di coltello e dei morsi famelici la ridusse a dimensioni standard poi guardò Sandro, che era rimasto stranamente zitto, e gli chiese:

«Ma spiegami una cosa, ma com’è che fra le allieve del tuo professore non ce n’è una che esca dallo stabulario?»

«Ma nel senso di cocciulasa?»

Il famoso occhio lungo della scienza. La cena continuò su questo tono, sembrava che Sandro, troppo preoccupato, volesse parlare d’altro ma non trovasse il modo per farlo e intorno il vocio era sempre più assillante. Eppure Ugo lasciava passare, fra una birra e l’altra, incurante di tutto se non del suo piccolo mondo. Tornò a casa che era mezzanotte, con la bistecca, le birre e tanta stanchezza sul groppone, alla fine di una giornata come tante altre. Gli occhi erano rossi e restavano aperti a malapena, puntò il letto e ci si fiondò sopra senza neanche spogliarsi.

«Ciao capo» disse una voce che proveniva dal comodino.

«Ciao» rispose lui un nano-secondo prima di addormentarsi, tanto ai santi, soprattutto quelli che parlano non ci credeva. E tra l’altro foto di santi sul comodino, a differenza di sua madre, non ne aveva mai avute.

Il processo di infighettimento dei gaggi.

C’è differenza fra abitare in un posto ed essere di quel posto. È la differenza fra residenza e appartenenza, la stessa differenza che passa fra quel vostro amico che è andato a lavorare a Milano ma ogni giorno muore un po’ e quell’altro che alla Sardegna ci pensa sì con nostalgia, ma anche con distacco. Non si può appartenere a una città senza conoscerne alcuni posti e non intendo conoscerne le coordinate ma capire dal loro nome cosa questi vogliano dire. «Andiamo in viale» per un cagliaritano ha un significato sul quale ci si potrebbe scrivere un libro e così quando Giorgio Porrà dice alla TV che ama tornare a Cagliari per sedersi al bastione di S. Croce, tutti conosciamo quella sensazione.

A questo, nell’epoca del web 2.0, possiamo aggiungere alcuni video o materiali multimediali di riferimento. Non si può essere di Cagliari senza conoscere He-man e il provino del grande fratello, senza che le parole «scusi, permesso, signora, mi faccia passare… caghino!» suscitino in noi facili ricordi, senza aver mai sentito il grande successo ma già sei bellino o sapere che a Monserrato sono stronati.

C’è però un video che girava due anni fa su Facebook che si chiama Eravamo tutti molto allegri all’Eurogarden (che ora riportiamo alla celebrità che merita) e che rappresenta una miniera per antropologi volenterosi. Lasciando perdere i facili commenti sulla teoria del fascino-io-ce-l’ho si può, con buona volontà, fare un’analisi comparata dell’evoluzione della discoteca cagliaritana grazie alla fotografia digitale che conserva e cataloga materiale per lombrosiani in erba. Una prima e scontata verità è che, sul finire degli anni ottanta, ci si vestiva veramente male, nel senso che si era proprio brutti. Ma quello era l’abbigliamento socialmente accettato per andare, usando una terminologia contemporanea, in serata. Fra quel video e una qualsiasi foto delle serate cagliaritane anno 2012 emerge però un’altra differenza, ovvero l’omologazione che è oggi imperante. Se fra gli anni ’80 e ’90 il gamberone aveva un look che lo distingueva come tale (pantaloni in pelle, magliettine con i buchi e così via) ora non si entra in discoteca senza sembrare gamberoni, seppure, ovviamente, anche il gamberone ha cambiato modo di vestire spinto com’è dalla subcultura hipster (vale anche per il taglio di capelli).

Ma quando è avvenuto il cambiamento? In uno dei primi post di questo blog ho avanzato la teoria per la quale c’è stato un momentaneo livellamento fra gaggi e fighetti con l’avvento della subcultura hip-hop e l’invasione di Nike Air Max 97, magliette Converse e così via. È una teoria che sostengo ancora così come ritengo che da lì in poi si è passati al processo inverso. Ovvero, se i fighetti si sono dovuti imburdire per un certo periodo (forse sono rinsaviti quando ci si è spinti troppo in là, ovvero con le magliette de puta madre) ora i gaggi si sono dovuti infighettire.

Basta una rapida visita alle fabbriche del divertimento notturno campidanese per notare che, pena l’esclusione dall’ingresso (vengono alla mente le immortali parole di Roger Monete non hai capito, facendomi storie per entrare) i gaggi devono rispondere dell’abbigliamento adeguato. Svestita la maglietta smanicata e il pantalone a tre quarti (capisaldi del gaggio-capo-famiglia) la notte il gaggio medio-giovane deve diventare più fighetto seppure raramente rinunci all’isolotto, che ora comunque va di moda.

Resta però il grande cruccio che mi accompagna da quando andavo all’Open Gate: perché la selezione — e qui ci sarebbe tutta un’altra storia da scrivere — lascia passare gaggi della peggior specie? È un po’ come il travestimento di Superpippo, solo a Topolinia possono essere così scemi da non accorgersi che sia lui, senza andare lontano a Paperopoli l’avrebbe smascherato subito. Le 7 camicie e il pantalone giusto, il look ricercato ma che puzza di battona di basso bordo ingannano le volenterose forze che difendono la tranquillità dei locali notturni.

Poi la domenica ci si chiede come mai scoppino certe risse e Cesare, buonanima, se la ride.

«Iiiihhh ci dari pappara!». Ius murmurandi rossoblù.

C’è silenzio, anzi c’è giusto un mormorio; qualcuno che parla con chi ha vicino, sicuramente un parente. La sala d’attesa è piena di gente che fa quello che si fa nelle sale d’attesa, si aspetta, come dal medico ma senza le riviste con tutti gli aggiornamenti su Giorgio Mastrota. Ma è come stare in una casa fuori Firenze mentre si combatte contro i tedeschi, c’è tanta polvere da sparo nell’aria che le candele si accendono da sole. Basta un scintilla e patapum.

«Ma io dico i soldi a questi cazzo di partiti perché glieli deve dare lo Stato? E scusate il termine» Eccola.

«No signora, è stata fin troppo buona!»

La signora continua, ne ha per tutti: politici e sindacati. Ha l’accento di Milano e allora qualcuno tira fuori il Trota. È caciara poi intervengono le forze giovani. «Io mi metterei fuori dal Parlamento, da una finestra e gli sparerei». «Basta come facevano le brigate rosse, li gambizzavano» dice la signora. «No no, gli sparerei in testa a tutti. Devono morire». È la voce della rabbia, sembra uno in fregola di dire «ci voleva Mussolini» ma non lo fa. Anche lui ne ha per tutti, Equitalia soprattutto che se la prende con i piccoli, poi il sistema satinario. «Ha ragione!» strilla qualcuno. Poi un ingenuo vecchietto osa dire «Monti sta salvando l’Italia». «Cosa è che sta facendo Monti?» dice il giovane ma a me sembra che dica «gosa è che shtai dicendo?» Si va avanti così, quello di Monti è a fianco a me e in vernacolo commenta «già chistiona pagu».

E quindi penso che la rivoluzione o la reazione covano lì, nella sala d’attesa della Clinica Lay. la gente stufa, quelli che non ne possono più, sono lì. Quello è ius murmurandi ecco quello che pensa la famosa gente dei famosi sondaggi. È un calderone di sentimenti e mi chiedo se si parte sempre così, basta un po’ di teppa a quella gente (perché le masse van bene ma alla fine ci vuole la teppa) per dare sfogo ai loro desideri più profondi? Ai gli sparerei, ai bisogna gambizzarli e così via? Qualcuno mi guarda ma io non ricambio lo sguardo, se non li guardi non ti vedono, penso, come faccio con mia cuginetta nelle giornate in cui è più frizzante. Così non devo parlare e me ne sto, con uno che legge il giornale nella congregazione degli apoti.

Arriva l’infermiera e la situazione si calma proprio mentre si parlava di Roma ladrona che non ruba solo a Milano ma, a quanto pare, a tutti. Ma non è tanto lei a far cessare la discussione, è un’altra signora che si lamenta perché aveva l’appuntamento alle dieci e sono le undici e un quarto. Le forze della rivoluzione o della reazione si placano e tornano al loro mondo da ceto medio. «E lo scopre Maria… iiiihhh ci dari pappara!»

L’invasione ingegneristica della facoltà di Lettere e Filosofia.

Arroccati sui bastioni, armi alla mano e libri nell’altra, fiero lo sguardo, forte lo spirito, la massa di studenti provava a difendere con sprezzo del pericolo e cavalleresco coraggio le posizione conquistate con una marca da bollo e un certificato d’iscrizione. Ma duro e deciso, l’impeto del nemico invasore si schiantava sui cancelli che già aperti crollavano ai passi della truppa che marciava in direzione opposta e contraria al deciso richiamo non avanzare è già indietreggiare. L’indomani e il giorno dopo ancora, all’alzarsi dei corvi che banchettano sulle vittime e sulle buste della spazzatura, l’immagine terribile della sconfitta piombava sulle balconate, recintati nelle loro nuove posizioni, gli invasori riempivano i banchi di geometria e analisi, li scalfivano e incidevano in penna bic coi loro calcoli integrali e nuove voci venivano portate dal vento che suonavano un po’ come «sei andato a registrare l’esame d’idraulica?» La rivoluzione industriale in tutto il suo ardore precipitava con il suo carico di asfalto e mostri meccanici, parcheggiati ovunque, a impedire l’accesso dietro l’abile guida di chi sa cos’è un pistone. La guerra si combatte per le più varie ragioni ma dietro le più false ragioni e così qualcuno disse che l’aria di via Is Maglias era malsana e qualcuno aggiunse che un continuo vociare impediva lo studio matto e disperatissimo al quale è solito aspirare ogni studente universitario nel pieno dei suoi vent’anni e della sua carica ormonale. Solo una volta lungo il corso delle sciagure umane si disse che ci si batteva per la figa, ma l’onestà dei troiani e degli achei è un lontano ricordo.

La resa incondizionata firmata sulle panchine rosse, l’onta come su quel vagone a Versailles, la macchia che solo un’altra guerra potrà cancellare. E tutti speranzosi volgono lo sguardo alle palme che sembrano spuntare sull’isola che compare un po’ più in là, i figli del custode portano la bandiera della revanche.

Vedi Cagliari e poi muori.

Mi manca Cagliari nel momento in cui salgo in aereo e non smette di mancarmi finché non torno, anche se sto fuori per poco. Non è campanilismo o patriottismo, mi manca come ti manca la mamma. Il mondo è bello e tondo e penso che il male più grande di questo pianeta siano quelle persone (8 volte su 10, italiane) che dicono che non ha senso visitare l’Australia se prima non hai visto la tua provincia, o la tua regione. Come se l’esplorazione andasse per cerchi concentrici e poi sì, son belle le cascate Victoria, è bello il polo Sud ma l’Italia è un’altra cosa. Sono brutte persone, persone che quando guardano le tue foto dicono «sì vabbe’, ma vuoi mettere il Colosseo? noi c’abbiamo la storia millenaria!», che poi quella storia la ignorino è un altro paio di maniche.

Nonostante ciò, Cagliari mi manca. Quando sono fuori penso a quel pezzaccio di terra lì che sta a galla nonostante tutto, dove di perfetto c’è poco, dove i treni non arrivavano in orario nemmeno quando c’era Lui, dove spesso quando si fa una scelta si fa quella più sbagliata e dove sta, arrampicata sui colli, una piccola città con la sua piccola vita. Sì, vai a Roma e vedi tanto e sai che c’è tanto ancora che non hai visto. Sai che Cagliari non è Roma sotto nessun punto di vista, sai che Roma è eterna e che conserva cose fra le più meravigliose al mondo.

Eppure quando esci e vedi che è una città popolata da macchine, quando immagini cosa voglia dire cercare un parcheggio, quando anche alle due di pomeriggio, col sole che cuoce, è pieno di gente con le macchine fotografiche pensi a quel pezzaccio di terra lì. La città che all’ora di pranzo muore, le serrande per metà abbassate e le finestre spalancate, pensi a quando esci dopo le 6, in un tripudio di odori e una luce straordinaria e non c’è una nuvola in cielo che sia una. Pensi che uscendo dal lavoro non vedrai mai Piazza S. Pietro ma puoi metterti un paio di infradito e andare al Poetto e riappacificarti con il mondo. Ascolti il telegiornale e l’esodo estivo dalle città e sorridi. E poi c’è il colle Sant’Elia quando arrivi con l’aereo con un mare splendido e c’è il vento quando scendi e le salite che ti fanno sudare e le vie della Marina e la gente che un po’ ti è familiare.

Non sono mai stato così felice come quando, dopo tre giorni da solo ad Ancona, in fila per il check-in un tizio davanti a me, parlando al telefono, disse: «ah sei a Maracalognis? Mì di non andare a mangiare in quel posto dell’altra volta… che non era cosa buona!»