La fila all’ufficio pubblico.

Il comune di Cagliari ha attivato un servizio online, però mezza password ti arriva via posta e chissà quando arriva. Quando arriverà vedrò se internet è servito davvero a qualcosa, oltre che a pubblicare foto di gatti, migliaia di foto di gatti. Ora non c’è, quindi vado all’ufficio a fare la fila.

È un po’ come andare dal dottore, ma senza le riviste e la segretaria del dottore che intrattiene il pubblico. Mi siedo e aspetto. La prima legge è che arriverà sempre un over 60 che vorrà passare davanti a tutti e nel modo più subdolo possibile: se sei bravo, te ne accorgi dalla camminata. Appena mette piede dentro l’ufficio inizia ad andare un po’ storto, come signor Bolla il finto Helen Keller che chiede/va l’elemosina in un range da piazza Matteotti a via Paoli. Poi parla fra sé e sé, ma facendo in modo che gli altri sentano. Che stanchezza. Lamenti vari ohi ohiche caldo. Faccia sofferente che cade su di te come il tizio che sull’autobus vuole il posto a sedere e ti fissa come si fissa il mostro di Firenze. Vorrei essere a casa, sono stanca, sto un po’ male. Sa, signora, anch’io sono stanco, ho altro da fare, caldo e vorrei essere ovunque ma non qui, eppure non è una buona ragione per non lavarsi, come invece sembra che faccia lei. Non glielo dico, ma vorrei.

C’è anche quello più smaliziato che si alza, guarda dentro l’ufficio, si agita. Non si capisce se cerchi un modo per infilarsi o se così facendo speri di velocizzare le operazioni. Ecco il pretesto per parlare del funzionario: lento, svogliato, demotivato, raramente competente. Io mi chiedo se davvero esistano pratiche che richiedono mezz’ora. Poi quando entro e fa tutta la roba che deve fare e ci mette poco, penso che la colpa non sia sua. Se non fosse che, sul cartellino ha scritto DOTT. Oh wow, dott. di/in cosa? La titolomania italiana, anche gli sportellisti si fregiano del titolo di dottore. Sì, la colpa dev’essere sua.

Dalla webcam a instagram: come ti evolvo la fotografia.

O storia telematica della fotografia.

In principio era lo scanner, pesante, grande e lento. Scusa hai una tua foto? Ah no, peccato. Potresti descriverti? Alta normale, capelli castani, occhi verdi. Wow sembri carina! Che tempi! Quando internet è venuto alla scoperta e ha compiuto quel passo evolutivo ben più importante del famoso anello mancante le chat erano affidate a certi siti web — tipo il mitico jumpy — o a programmi come mIRC, ICQ o C6. Gli anni del web 1.0, dell’anonimato, del non-ti-dirò-mai-il-cognome ma soprattutto gli anni in cui avere una foto dell’interlocutore era complesso. Lì sì che gli appuntamento erano davvero al buio e dovevi essere davvero bravo a inventare scuse per scappare via. La foto la ottenevi in due modi: quando l’altra persona aveva lo scanner o quando aveva la webcam. Meglio il primo, diciamo che la qualità delle foto nel secondo caso non era proprio eccelsa e quindi l’appuntamento se non proprio al buio rischiava di essere almeno in brutte tonalità di grigio.

Fu proprio la webcam però a cambiare le cose. Chiusi nella propria stanza ci si poteva fare foto in posizioni seducenti, ben studiate, controllare il risultato e scattare di nuovo. Così se ti chiedono le foto ne hai una figa. Vi immaginate farsi una foto di quelle da braccio allungato e obiettivo puntato verso se stessi con un rullino da 24? Se non esce è un bel casino. Oppure mamma mamma scattami una foto mentre tengo un ditino provocante sulle labbra. E insomma, voi lettori che siete gente attenta sapete già che il passo successivo è stata la digitale, che permetteva di farsi le foto in bagno. Fu così definitivamente sconfitta l’immaginazione susseguente a una descrizione poco precisa, era impossibile che tu non avessi foto. Nel frattempo C6 moriva e arrivava MSN che poi permetteva anche di mettere una foto direttamente a fianco al proprio nickname. Per di più il nickname si poteva cambiare e così sparirono le identità virtuali fatte di nomi e numeri tipo bambolina87xx. V’immaginate se Batman si chiamasse batman@hotmail.com e potesse cambiare nome ogni volta? Bel casino.

Archiviato rapidamente l’esperimento Badoo, venne Facebook. Ora non si trattava più di chiedere e inviare una foto, la foto era già lì che ci aspettava. Non più sembri carina, ma fammi controllare se sei figa. Sono gli anni che hanno permesso a truzzi e bimbiminkia di venire fuori, che hanno inaugurato (anche prima di facebook) l’effetto in post-produzione del tipo TUNZ TUNZ, c’è chi può e chi non può e tante altre che avete visto così tante volte che non vi sto a dire più. Ma anche gli anni delle foto con la bocca a culo di babbuino.

Poi Facebook ha messo il tasto mi-piace, perché già, non ce l’aveva da subito e così si è avuto anche un riscontro numerico. E siamo arrivati a oggi, quando l’ultimo trend è la frase ad effetto di commento. Una cosa del tipo: la verità? me ne frego di tutto a condire la foto di un culo incorniciato in brasiliana. 488 mi piace. La maggior parte dei 488 ovviamente la frase non l’ha letta, non gliene facciamo una colpa, però la perla spesso è lì. La ciliegina, che poi è quasi sempre un inno alla pseudo-ribellione e soprattutto al fregarsene. Mi viene in mente una famosa domanda: scusa cara cosa cazzo c’entra il commento con il tuo culo? Ancora più stronzo, Facebook mette in luce i vostri amici che apprezzano le foto altrui A Tizio e altre 487 persone piace questa foto. E così vengono fuori i polvi, che inevitabilmente hanno un mi-piace in tutte le foto di questo genere.

Altro che descriversi, le foto ormai lasciano poco all’immaginazione. Sopratutto quelle estive, con costumi succinti, spesso primi piani di culi con però la motivazione: ho messo questa foto perché sono le tue amiche. Ah già scusa, non le avevo notate.