Ingegneria per pivelle.

Perizoma nero che dire succinto è dire poco, capelli perfetti anche al mare, occhiali da sole specchiati. Uhhhh sembrerebbe di essere davanti a Diane Court e tutta la spiaggia è il preside nero che annuncia: hey world, take a look at me. Sì ecco, lo avete capito che è agosto, niente lezioni, niente biblioteca, domani comincio, come la dieta. Però non avete dubbi, la descrizione calza: quella va in viale Fra Ignazio.

Poi la doccia fredda: faccio ingegneria. Cooome?

Emancipazione, parità dei sessi, femminismo in pillole. Fermi tutti, quell’altra la conosciamo: quella che fa Lettere e si siede nel sedile di dietro se il ragazzo guida e sale un altro maschio. Però i tempi in cui studentessa universitaria uguale professoressa del liceo sono finiti. Finiti forse da quando al Pacinotti fece la sua comparsa un giovane professore di Matematica che metteva jeans e maglietta intima.

Ora capita, con maggiore frequenza che le ragazze facciano pure Ingegneria. Non solo nerd e nuoresi, ma pivelle cagliaritane DOC, Pailotte-JKO-Hogan-Instagram-dimmicicciamascherzigrisalo. Capita da quando tutti vogliono fare Me-Di-Ci-Na, da quando Lingue è diventato un carnaio, da quando o dai Analisi o sei come minimo sotto QI 70. Mmmmpppff quello fa Beni Culturali. Aspetta, aspetta: com’è possibile che ti sei laureato in Lettere e non hai la coda e i pantaloni larghi? Appunto, ho studiato Lettere: mica presentato il Karaoke negli anni ’90.

Metti pure il caso che vai a Torino. Avete notato quanti cagliaritani vanno al Politecnico ora? L’Ivy League di casa nostra. Fatto sta che lei, che si piazza tranquillamente in viale fra Ignazio senza pensarci sopra, che al giorno del giudizio finisce nel girone fashion, ora fa Ingegneria. E quando una così, una da cuori in tripla cifra, da biddio scoperto da selfie, da iPhone che brucia per quanti dati trasmette, la pacchia è finita per le altre. Quali? Quelle che facendo meccanica se la potevano tirare a prescindere, perché comunque erano due o tre in un oceano di maschi e voi sapete come finiva nel Medioevo nei conventi o nelle navi, quando si era solo maschi? Non restringiamo l’orizzonte temporale: buttate una sola donna nella Santa Maria e Colombo col cazzo che ci arriva nei Caraibi a non rendersi conto di non essere in India.

Se dobbiamo usare il circolo ermeneutico, lei, quella dell’incipit, quella con vestito nero e tacco 12, gambe da paura, poggia-pollici disegnati da Raffaello, fa Biomedica. E allora ci puoi scommettere che con la plebe non ci parla: no nerd, no nuoresi e no soprattutto ragazza barbaricina talmente brutta da essere associata a quelli con colletto alto e vellutino.

Tutte specie diverse accomunata da… l’Analisi. E a furia di calcolare e disegnare, vuoi vedere che ti nasce pure l’Amore. Coppie di ingegneri, che convivono in biblioteca e capita pure che fanno la tesi in due. In coppia. Questa è tutta roba vera, ce l’ha confermata un nostro amico che ha dato Analisi. Però ci viene da pensare a lei un po’ fuori posto. Quando vai in Viale devi vestirti in un certo modo perché i professori lo pretendono. Professori 2.0 che ti dicono su Facebook cosa è lecito o illecito indossare quando ti presenti davanti alla commissione. E a te, capelli sempre perfetti, brasiliana fosforescente, la cosa non dispiace. L’etichetta. Però quando lo fai in Ingegneria, dove i professori si vestono con la roba dell’Auchan, come ti giustifichi? Non ne hai bisogno, sei stupenda, tu lo sai, gli altri lo sanno, lo devono sapere.

In ogni caso, se non ti vuoi mischiare, calcolatrice alla mano vai in un’altra biblioteca. In Viale, alla MEM, all’acquario nella cui rete prima o poi finiscono tutti. La riconosciamo dal Bacio Sociale. Borsina che cola dal braccio, guancia su guancia, smack. Tesoro stupenda la maglietta. Sìììì? L’ho presa da Zara.
Puoi pure andare a fare Ingegneria, che se sei figa, ti invitano comunque. Non è come al liceo, che o fai quelle tre scuole consentite o sei out. Vi immaginate la nostra ragazza che fa il nautico? Impossibile.

Ma all’università sei tranquilla. La verità è che oggi la gente è disposta a invitarti in ogni modo, finché sei utile e decorativo, finché vali la pena. E se all’improvviso scadi dalle grazie non t’inviteranno più, per quanto possano esserti socialmente debitori.

Gli amori del sabato.

E quindi per andare all’Arveskida non ti metti la camicia a maniche lunghe con il costume? Certo che lo fai, quando l’estate è tarda, il sole è una palla rossa che comincia a nascondersi troppo presto e la sabbia di Chia è soffice e fresca.
La realtà è questa: sei hai dai 18 ai 40 anni, sei single e spensierato, non ti accontenti di andare al mare per definire un’estate. Sì, bello tutto quanto, ma la sera è determinante per tirare un bilancio positivo. Al mare ti rilassi, adocchi qualche culo mentre sei protetto dalle lenti specchiate degli occhiali da sole, però quando sei in grinta, al top che fai? In serata, ovviamente: e d’estate, che fa caldo e il tramonto casca proprio all’orario giusto la serata comincia prima, con il DJ che mette la musica in spiaggia e il secchiello di Mojito. Parentesi paradossale, in primavera han portato una sera un bar-limone al Magistero e la barista, ore 5 del pomeriggio, si avventurava fra gli studenti a dire: movimentiamo un po’ questa serata? Roba che neanche Isaac Asimov, per dire.

Gli amori al sabato, d’estate nascono alle 19, l’ora dello stereotipo. Già, perché è lì che arrivano quelli con la camicia e il costume, o la maglietta con lo spacco a V (chi cazzo sei, Garrison?), l’abbronzatura a puntino e quel modo di ballare che è un ondeggiamento leggero leggero delle ginocchia. Sono loro, quelli dello stereotipo, che poi appariranno nelle foto lombrosiane del giorno dopo. E sono loro che lì, all’Averskida, alle Pailotte, al baratto di Tuerredda o dove preferite, cercano l’amore per coronare un weekend o un’intera estate. A che serve la grinta, se non la sfoghi così: sguardo da duro, muscoletto tirato, bicchiere alla mano?

Dall’altra parte però, Grease dei nostri tempi, ecco arrivare le ragazze. Gonne lunghissime o biddio fuori, come si usa quest’anno, nel grande revival degli anni ’90. Al mare le abbiamo viste sempre in gruppo, ma con qualche ragazzo, amico geloso, chissà segretamente innamorato. Stasera saranno da sole, ci daranno l’occasione di mettere in pratica ciò che abbiamo studiato su Instagram? Lei, loro presenziano, non dicono in grinta, non sono al top, ma sono pur sempre con le amichedaunavita e vuoi che non debbano comparire nel punto giusto, nell’apogeo estivo del hey-mondo-eccomi-qui.
È pur sempre Cagliari, ahimè, e la faccenda della V e poi la A e poi la F ecc. incise sulle fronte vale più dei caratteri cubitali del palazzo di giustizia. Senza intermediario nulla. Però insisti, frequenta, ché magari ti presentano la persona giusta ed entri in quella cerchia, una breve presentazione, ci vediamo all’Arveskida e poi un po’ di Rum e una scarsa capacità di giudizio, immortali alleati, faranno il resto. E vedrai da vicino quel perizoma che era stato solo una foto.

Ogni anno la stessa storia, ci si stanca prima o poi. Si esce dal tunnel, attraverso una relazione a lunga durata e le lamentele degli amici perché la tua grinta è finita. E visto che il paragone con la tossicodipendenza si è fatto, non può mancare una triste postilla: c’è chi non ne esce proprio più. 40 anni e non sentirli, non in senso buono però, cioè ancora lì, all’Averskida, con la camicia, l’abbronzatura, il bicipite e la vita che va avanti mentre lui resta a guardarla, su Facebook, il giorno dopo.

Le 10 cose che ho imparato sui gaggi.

Mentre voi vi facevate la vacanza a Lloret de Mar o a Ibiza, ad alcolizzarvi lontano da casa (e poi vi lamentate che non passate il test di medicina), noi abbiamo pensato, come sempre, alla cultura. Se non vi è sfuggito fra un Mojito nel secchiello e un calice di vino in Ogliastra, ricorderete che siamo stati in missione di studio ad Alghero e questo articolo qua che leggete si chiamerebbe Un estate gaggia, per quanto abbiamo sentito lì Giuni Russo, non fosse che… Non fosse che voi cliccate su tutti i post delle ’10 cose che’, quindi per farci leggere vi abbiamo dovuto ingannare.

 

Se è appurato che al caldo sono immuni solo le tossine, l’estate è per definizione la stagione del gaggio, quella in cui si può esprimere con la maggiore libertà. Il tuffo ‘a Cristo’ a Cala Mosca, il salto in acqua ‘alla Sant’Elia’ (battendo cioè le mani sulle cosce), a petto nudo anche a Monte Claro, tatuaggi in vista. La famiglia gaggia anni ’80 è al Poetto che si raduna con dirigibili di angurie, pance mostruose e tatuaggi della carpa da vecchio pescatore. ‘Oh aspetta, odore di merda’, un gaggio apostrofa l’altro. Si rende con di aver esagerato e si scusa con gli altri: ‘Eh, mi stava scocciando’.

All’aria aperta poi, lontano dal pallore delle case di Piazza Medaglia, le urla le sentono tutti e tutti sono partecipi dell’Universo Gaggio. Madri che minacciano di strappare i capelli alle figlie, ragazzini che promettono ad altri buchi all’orecchio — non spendi neanche 3 euro — ragazzi un po’ più grandi che minacciano quelli più piccoli: ‘mì che ti ribalto’. L’odore del porro, il cappellino all’indietro, la birra portata da casa. Ricordiamo con affetto il giorno in cui una giovane gaggia intimò a un’altra di non andare in discoteca perché ci sarebbe stato anche il suo ex ragazzo. L’altra non disse nulla, non accettò la sfida, chinò la testa. La sfidante allora, forse stupita che l’altra si fosse passata tornò indietro e aggiunse: Puttanella. A destra delle Palmette il gaggio è a suo agio e tu fai lo slalom fra cannoni da competizione e casse portatili che sparano musica reggaeton.
Perciò per fare la morale, una cosa sui gaggi l’abbiamo imparata. Avete presente quando vi insegnano che esistono diversi registri linguistici? Che a tuoi amici dici ‘Ciao’, ma nell’email a un professore non devi mettere l’emoticon? Il gaggio più che un solo registro linguistico ha un solo registro di vita. Poco importa la situazione, il contesto: lui si esprime nell’unico modo che conosce.

Ed ecco in Piazza Yenne un nostro amico che cammina tranquillo e un pugno gli colpisce la spalla. Il gaggio sedicenne lo sfida, lui non gli dà corda, alle medie avrebbero detto che si stava passando, e quello dice: e fattela una scazzottata. Pescate voi il numero di cose che avete imparato sui gaggi, la prossima volta vi racconteremo dei nostri entusiasmanti martedì pomeriggio e di come siamo sopravvissuti a Michelle Pfeiffer.

Il culo più famoso di Facebook.

Un ultimo selfie davanti allo specchio. Prima di andare in serata con il vestito bianco da salto in lungo (questo è un concetto complesso e spinoso da spiegare, ma iniziamo con l’introdurlo)? Per mostrare il nuovo costume quanto adoro l’estate? Oppure sui libri, espressione disperata, trucco perfetto faccia da studio? E ancora niente specchio, al mare, con l’inseparabile compagna amichedaunavita ❤?
Ecco, la ragazza che aspiri alla mondanità cagliaritana non può prescindere da un discreto seguito su Instagram. L’amicizia a tutti su Facebook, di questi tempi, non la dà più nessuno. Lei più che una persona è un concetto, le sue foto le abbiamo viste, il suo nome lo conosciamo, le serate che deve frequentare le frequenta, i cuori li raccoglie in tripla cifra, Kobe Bryant dei social network. La moda la segue, la detta forse, decide quando i fiori diventano di nuovo indossabili anche se non ha mai visto Seinfeld e nonostante tutto a guardarla bene il suo punto di forza è quella masiniana scritta sulla fronte: vaffanculo. Inavvicinabile ai non iniziati, lei è modello e anti-modello e del suo culo ne parlano tutti. Con certe foto poi, chi non lo farebbe? Per mesi quei pollici trasformatisi in cuori lo hanno immaginato, poi arriva l’estate, finiscono gli esami ed ecco, incorniciato da una brasiliana o da un tanga fluo, che quest’anno va un casino, il culo più famoso di Facebook prende forma concreta.
Non pensate che lei non lo sappia. Lei che non è una persona, ma un prototipo. Non ce n’è una, è un titolo che si muove, che si tramanda, che coesiste in più entità: di re sparsi per il mondo avete idea di quanti ce ne sono? Qualcuno le avrà dedicato il verso di una canzone, lei avrà usato un commento trasgressivo, oppure avrà chiarito a tutti che è quella roba lì è proprietà privata, foto con il pivello #noi #love #insieme. Lo sguardo può essere malizioso oppure rispecchiare la filosofia che dicevamo prima. E quando ti cammina vicino non ti guarda, come avevano insegnato le madri a fare quando passavi in via Emilia.
Quando arriva al mare, quando passeggia sul bagnasciuga, la Sella del Diavolo sullo sfondo, il concetto si incarna. La popolarità nella Città del Sole è stata raggiunta, quanto a lungo durerà? E fra tutte loro solo alcune hanno il talento della campionessa, costruiranno un personaggio a tutto tondo. Non solo selfie, non solo serate: uscite da una relazione racconteranno di come ora basta, ci vuole una bella pausa, e poi una storia per-tutta-la-vita. All’università arrancheranno dietro un esame rendendoci partecipi delle loro sfighe, dai tesoro non abbatterti. E se saranno riuscite a entrare in medicina scriveranno med-student nella foto in bikini. Sei stupenda — sei bellissima — amore. Raramente soddisfatta oddio che faccia, chissà se la riconosceremo fra 10 anni.
Quindi, nativi digitali, svegliatevi: smettetela di farvi chiamare gli sdraiati uscite al sole di agosto, lei è lì che vi aspetta e magari per-tutta-la-vita è uno di voi. Come sempre: forza Simba, sei tutti noi.

L’ora delle pignegne.

L’ora in cui la grande pandemia di AIDS ci sembra più vicina sono le 3 del pomeriggio. È quella infatti l’ora in cui le pignegne, cariche di metadone e perciò insensibili al caldo, prendono possesso delle strade. Chi altro vedete affrontare l’afa torrida non solo con così tanto coraggio, ma anche con qualche brivido di freddo?
La mattina li vedete arrampicarsi a Monte Claro, verso il SERD; chissà se poi berranno dalla bottiglietta magica o la venderanno per qualcosa di più prezioso. Shcusacelihaiventicentesimi? Si mangia un po’ le parole, la pignegna in tarda mattinata, quando ti incrocia in cerca di quelle ultime monetine che gli permetteranno una rapida visita in via Cinquini, laccetto, cucchiaino e limone. Ho capito solo da grande perché nel mio palazzo gli adulti si arrabbiavano quando trovavano un cucchiaio abbandonato la mattina. Chiudete sempre la porta, ci raccomandavano.
Se poi pensiamo a tutto il lavoro che richiedeva un po’ di sballo negli anni ’90, apprezziamo le pigne vecchio stile più della generazione-pastiglie. E agli anni ’90 sono rimasti alcuni vecchi tossici, Scusa zio ci apostrofa la sera uno di questi. Capelli radi e lunghetti, giubottino in jeans, mi ricorda l’infanzia, i tempi di Luca Ta’, la pignegna più scallata, tanto da non riuscire ad articolare le parole. Pare sia morto in un carcere a Napoli, pace all’anima sua. Niente soldi per lui però, qualcuno gli consiglia la comunità di recupero. Lui però ribatte: ma mi fanno shtudiare lì? perché mi manca un esame per laurearmi in chimica e medicina. Sì, proprio con la congiunzione. Che eroe! La prossima volta gli daremo venti centesimi perché in tanti anni, fra le fantasie raccontate per dissimulare un po’, questa è per distacco la migliore.

Alghero, mon amour.

Avrete presente Eraclito che dice che non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume. Ecco, è lo uguale per la 131. Quindi riconosceteci come geniale l’intuizione per cui la 131 è una strada filosofica, in continuo divenire: non la percorrerete mai senza deviazioni, mai uguale alla volta precedente.
A vivere in Sardegna, chi non la percorre? Ti avventuri oltre il Middle Campidown, superi Oristano e la travolgente modernità dell’Autogrill e se ti avventuri fino a Sassari, prendi il bivio giusto e arrivi ad Alghero. Di tutte le — chiamiamole — città sarde al di fuori di Cagliari, è quella a cui siamo più legati, in cui ci capita di sentirci a casa come difficilmente può capitare nel classico paese via Roma-o-via nazionale-piazzetta-di-Chiesa-baretto-birrone-gente-che-ti-guarda-figlio-di-chi-sei e fermiamoci lì.
Sarà che anche Alghero ha le mura, o una spiaggia cittadina simil-Poetto, il Lido, che pure in alcuni giorni è caraibico e se non fosse per le docce ci farebbe sentire alla prima fermata, lato sinistro. E sarà anche che, un po’ come Cagliari, vive più che altro d’estate e che pure a Cagliari ha conteso il Pride, ragion per cui quest’anno abbiamo sentito Giuni Russo più di quanto ci augureremmo di fare. Sì, ecco Alghero ha l’inconveniente dei turisti, sui quali abbiamo già preso posizione, ma…
Prendi un giorno di agosto che non sia il 10, quando tutto vanno in pellegrinaggio a Jerzu, manco fosse Santiago de Compostela e in nome del peggior alcolismo. Vai al Lido che è mattina, un po’ tardi ché la gente ha la serata da smaltire, oppure al Lazzaretto o alle Bombarde. La città la lasci sullo sfondo in ogni caso, te ne porti un pezzetto, se sei un campione e quindi dal palato fine, se ti prendi una focaccia del Milese da divorare sotto il sole. Se vai dall’altra parte ti lasci dietro la ridente Fertilia, città di fondazione che riconosce un tale debito al proprio fondatore da essere ancora carica di fascisti. È lì che vediamo siringa e boccetta di metadone e ci rassicuriamo un po’: la tossicodipendenza c’è pure qui, viva la normalità, abbasso le squadracce.
Un nostro amico si guarda intorno sconcertato e commenta: ‘basta figa’, è volgare, lo sappiamo, ma lui dice che sono troppe e non riesce a concentrarsi sul libro che si è portato. Perché il nostro amico fa la vacanza che è anche cultura, non va miga a Ibiza a ubriacarsi, non va neppure a Jerzu. Torni a casa, in albergo, in campeggio (quest’ultimo lo fai se sei un selvaggio, pardon) e poi esci la sera. Coppie che passeggiano sui bastioni, sì, è una città da coppie, te ne eri già accorto al mare. I negozi aperti la notte, non solo il giovedì come dalle nostre parti, turisti spaesati in cerca di hashish e capita ovviamente che incroci Flavio Soriga. In piazza Sulis ragazze toscane trassate incespicano sui ciottoli, marciano verso le postazioni che conducono alla serata (ad Alghero non si dice in serata) al Ruscello. Gamberoni pierrano fra ragazzi di varia età, il Ruscello e la Siesta si contendono il mercato estivo: ne avessimo ancora l’età non andremmo alla Siesta perché è lì che alcuni nostri conoscenti hanno cominciato il cammino che conduce al Metadone.
Verrebbe pure da fare un commento romantico, ma la scienza vince sul cuore. Ci guardiamo intorno e gaggi non ne vediamo. Sì, le case popolari le abbiamo pure localizzate, una parvenza di Is Mirrionis, ma gaggi proprio no. Una gaggia c’era al mare, con tatuaggio e treccine, qualche canadese Adidas la sera, eppure nessuno urla e l’odore del porro è vago, arriva da un gruppo di turisti romani che litigano con degli spagnoli e per questi ci stanno cari. Un tipo mette la musica dalle casse in spiaggia, caso isolato però. Sì, qualcuno ci prova, servirebbe loro un corso di aggiornamento al Poetto, lato destro delle Palmette.
Torniamo a Cagliari con la certezza che con un furgoncino a nove posti e la giusta squadra di burdi, faremmo nostra la città: addio spagnoli e addio francesi, propaggine settentrionale di Cagliari. Ci accoglie il Maestrale e sopra la Città Mercato un grosso stormo di gabbiani. E non riesco, perché aggrediscono.