ll nuovo abito della domenica.

La messa e il catechismo domenicale conservavano ancora intatto un mondo che andava sgretolandosi mentre fissavamo per la prima volta lo screensaver di un computer. Resisteva nel suono della sveglia posticipata, ma pur sempre tale, l’idea di un’Italia vecchia di almeno un secolo nella quale c’erano degli abiti adatti soltanto per il giorno del Signore, da indossare ben stirati quelle quattro volte al mese in cui la comunità del quartiere ancora si incontrava compatta, per cantare la sua gloria. In ritualità di questo tipo trovava il suo ultimo bastione quello spirito di frugalità delle madri che ti impedivano di indossare qualcosa di nuovo se non la domenica, quasi che così si potesse sconfiggere il tempo. Allo stesso identico modo, il giorno di Natale, migliaia di bambini e genitori vestivano le cose ricevute la notte precedente e accorrevano prima all’altare e poi a deliziosi banchetti allestiti nelle case dei nonni.

Così impacchettati, con ai piedi le scarpe della domenica, abbiamo partecipato anche noi al rito che si è sempre riproposto all’ombra dei campanili di questo paese. Ultimi anelli della catena, il rito si è interrotto e non siamo mai stati né adolescenti, né sposi, né genitori con l’abito della domenica. Mentre iPhone e scarpe dai costi vertiginosi ammazzavano lo spirito di frugalità, questo si trascinava nell’aldilà delle idee il concetto stesso di domenica, giorno da spendere ora con la canadese o perfino in pigiama, senza fare la doccia, davanti alla televisione.

Avremmo dovuto avvertire questi sentori quando divenne comune per le nostre amiche comprarsi il pomeriggio qualcosa da indossare il sabato notte, alla prima serata in discoteca. Stavano in frasi del tipo non posso mettermi quella maglietta, l’ho già messa due settimane fa. L’abito della domenica passava al sabato e ogni sabato diventava Natale, il giorno in cui mettere qualcosa di nuovo. Restava tuttavia una laica divisione fra routine di tutti i giorni — vita scolastica, sport la sera e così via — e fine settimana. Gli armadi si dilatavano, eppure quella divisione fra ciò che potevi mettere a scuola e l’abito nuovo, della grande serata, era tutto sommato salda, una cortina di ferro delle ante in legno e delle pastiglie anti-tarlo. Il giubbotto nuovo però lo si metteva più spesso, quasi fosse una cosa da nulla, quasi non fosse costato dei soldi. Quando però la moda si trascinò dietro pantaloni a vita bassa, maglie sportive e scarpe da ginnastica, la cortina cadde e il sabato sera perse l’aura di sacralità che aveva ereditato dalle domeniche dell’Ottocento.

Forse è stato quello il cimitero del costume primo-repubblicano: dopo anche gonne e camicie sono diventate roba di tutti i giorni. Il nuovo abito della domenica oggi lo indossiamo il lunedì o il giovedì, come se non ci fosse differenza alcuna. E ci sembra normale — anzi, ci sembra irrispettoso il contrario — andare a scuola o all’università senza indossare qualcosa di nuovo, al passo con il gusto, perfino elegante. Sarà per ragioni di questo tipo che non sentiamo più dire in giro: sei venuto tutto scerpato.

Se succede qualcosa sticazzi. Una modesta proposta per vivere meglio.

Credo che ogni tanto, rifugiarsi nella cultura pop della fine del secolo scorso aiuti a vedere le cose con maggiore prospettiva storica. Prendiamo l’opprimente questione del giorno-dopo-il-sesso. Vent’anni fa, intere relazioni si costruivano e disfacevano intorno alla telefonata del giorno dopo. Chiamare era un atto di buona educazione, una chiara dichiarazione di intenti, un dovere morale. Non chiamare significava l’esatto opposto e spesso scivolava nel campo della bestialità più cinica e immonda.

Fare una telefonata, cioè una sola telefonata, il giorno dopo oggi equivale a essere identificati con il male. L’altra persona si aspetta infatti un’impennata del già alto traffico di megabyte fra i due numeri come passo iniziale, come semplice gesto di cortesia. Ognuno di quei byte, ognuno di quei messaggi, sarà poi analizzato e setacciato, sempre alla ricerca dell’immonda bestia che può nascondersi al suo interno. Viviamo in un momento in cui i nostri appuntamenti sono guidati passo per passo che ci pare impossibile ricordare un mondo in cui ci si dava appuntamento il martedì per vedersi direttamente il sabato. Ci aspettiamo invece che sabato ci si dia la conferma, e che più tardi arrivino istruzioni dettagliate: sto uscendo di casa, sto parcheggiando, sono fuori dal locale. La realtà è che whatsapp ha trasformato le nostre vite sentimentali in telecronache. Vogliamo la diretta: sapere cosa l’altra persona sta facendo, quando si è alzata dal letto, quali sono i suoi programmi per la giornata, ci aspettiamo tutta una serie di convenevoli che si chiudono con la buonanotte. Tutto ciò che viene di meno è il frutto dell’immonda bestia. Spesso non siamo neanche capaci di accettare una risposta che non sia immediata e ancora vorremo sapere cosa diavolo sta facendo in quel momento in cui non sappiamo perché la telecronaca si è interrotta. Quanto ti costava dirmi che stavi andando a pranzo invece che lasciarmi così.

Il problema, a mio parere, è che la tecnologia ci ha resi maniaci del controllo. L’accesso a informazioni istantanee, la possibilità di comunicare in presa diretta con il mondo ci hanno dato la presunzione di poter controllare ogni cosa. La grande diffusione delle teorie di complotto nasce proprio da questo: dall’incapacità di accettare che ci sono forze che non possiamo controllare, eventi che non possiamo prevedere, finali ai quali non possiamo sfuggire. Una discreta percentuale di noi nel corso della sua vita si ammalerà di cancro. Non c’è una spiegazione precisa del perché capiti ad alcuni e ad altri no. Non c’è una spiegazione del perché alcune persone debbano morire di cancro prima di compiere i loro vent’anni. Allo stesso modo, sotto eventi naturali quali terremoti, alluvioni ed eruzioni perderanno la vita altre persone, la cui unica colpa sarà di essere stati nel posto sbagliato al momento sbagliato. La nostra incapacità di dare senso a una spiegazione di questo tipo si è tramutata nella ricerca di una causa ultima che stia all’interno della nostra società o della nostra specie. Ci rifiutiamo di accettare l’assenza di un responsabile, di un colpevole. Probabilmente non siamo più in grado, o abbiamo perlomeno grande difficoltà, a dare alle nostre vite un senso che esca dalla nostra stessa persona. Si capisce perché un genitore il cui figlio viene colpito dall’autismo finisca per dare la colpa ai vaccini e ai medici che li hanno prescritti, agli infermieri che li hanno somministrati, alle case farmaceutiche che li hanno distribuiti.

Nella nostra vita quotidiana cerchiamo di esercitare lo stesso tipo di controllo. Qualche mese fa, alla porta di una coppia di genitori americani ha suonato un poliziotto in compagnia dei loro figli. I bambini tornavano da soli a casa dal parco, il poliziotto li ha incontrati e ha ben pensato di scortarli a casa e redarguire i genitori affinché un fatto del genere non avvenisse più. La coppia fa parte di un’associazione che si impegna per tornare a uno stile di vita ed educazione dei figli meno incentrato sul controllo. Vent’anni fa, una scena come questa non si sarebbe mai verificata: anche l’autore di questo articolo tornava a casa dalle scuole elementari da solo, pur abitando in un quartiere popolare di Cagliari. Eppure il mondo di oggi non è meno sicuro di quello di ieri, anzi i dati dicono l’esatto opposto, è l’istantaneità e la diffusione delle notizie a farci credere il contrario. In tempi di culto dell’esistente ci appare che il contemporaneo sia sempre qualcosa di nuovo e mostruoso al quale non eravamo abituati. Siamo così tanto ossessionati da internet che ci viene difficile capire come si potesse vivere senza. Quale fosse il modo di provarci con una persona a prescindere dai like su facebook.

Quegli stessi genitori che mandavano i loro figli alle scuole elementari da soli, pretendono ora di essere aggiornati sugli spostamenti di quegli stessi figli che adesso fanno l’università magari da fuori sede. Mandami un messaggio quando arrivi a casa. A un bambino di otto anni viene dato il cellulare affinché possa sempre essere monitorato quando si presuppone che un bambino di otto anni sia monitorato all’origine: cioè che i suoi spostamenti siano decisi dai suoi genitori. Sono trent’anni che sento dire con le cose che succedono oggi che mi viene da pensare che questo oggi sia un po’ più lungo del previsto.

Il cellulare a scuola diventa uno strumento indispensabile per gli stessi genitori. Altrimenti come posso avvisare mio figlio? La testa è sempre orientata alle disgrazie, che per definizione sono dietro l’angolo. L’ossessiva domanda che aleggia su di noi e sulla nostra società è: e se succede qualcosa? E ancora una volta, come per l’internet, viene da chiedersi come si potesse vivere in un mondo che non aveva i cellulari quando, inevitabilmente, sarebbe successo qualcosa. Viviamo con i caricabatterie dei cellulari appresso perché se si scarica la batteria e poi succede qualcosa… Quando troviamo il coraggio di tenere spento il cellulare la notte, il nostro prossimo ci ammonisce: e se succede qualcosa? Se il consueto traffico di megabyte si interrompe o si riduce allora potrebbe essere successo qualcosa. Siamo talmente ossessionati da ciò che ci inventiamo metodi per sfuggire alla reperibilità. Installiamo widget per whatsapp affinché possiamo visualizzare i messaggi di nascosto, visualizziamo la posta di facebook dall’anteprima per la stessa ragione, oppure ricorriamo alla modalità offline per risolvere tutti questi problemi contemporaneamente.

Basterebbe invece, ma è estremamente difficile, affidarsi davvero a una parola: sticazzi. Sembrerà menefreghista ma invece è liberatoria ed è forse anche la posizione più sincera nei nostri confronti e più onesta nei confronti del mondo. Il problema è che sì, le disgrazie nella nostra vita accadranno e che sì, saranno inevitabili. E probabilmente accadranno nel momento meno opportuno. Quella telefonata o quel messaggio la cui ombra aleggia sulla nostra vita arriverà probabilmente mentre saremo in aereo, o magari mentre siamo in classe se siamo dei professori di liceo, o durante una lezione se facciamo gli istruttori in palestra, o nel mezzo di un’importante riunione della società per cui lavoriamo. E non ci potremo fare assolutamente nulla. Ci capiterà di trovarci nel posto sbagliato al momento sbagliato e ancora non ci potremo fare assolutamente nulla. E la qualità della nostra relazione non dipenderà da quella telecronaca che va avanti ininterrottamente, anzi sarà proprio quella una delle ragioni della sua fine.

Accettare che la nostra capacità di controllo sula nostra stessa vita è limitata e che continuare a credere il contrario è solo un atto di presunzione può sicuramente migliorare le cose. Non importa quanto siano dolorosi certi eventi, credere di poterli in qualche modo evitare è solo un’ulteriore supplizio. Per conto mio, quando penso a certi incontri, a malattie e a morti, a libri che ho estratto dallo scaffale di una biblioteca e mi han fatto una forte impressione, dico che siam in mano al caso, e sebben la risposta sia vecchia, non ne trovo una migliore.

Il primo giorno di università.

Statini di carta, libretti di un azzurro sbiadito, file interminabili alla segreteria e il trovarsi curiosamente in minoranza nell’essere di Cagliari: l’università quel mio primo autunno sapeva di queste cose qua. Non era più fatta da quei tizi che odiavo mentre ero sull’8 e andavo a scuola e loro andavano verso la Cittadella di Monserrato e sembravano così altezzosi parlando di colleghi e appelli mentre io ero affezionato a compagni e interrogazioni. Non era più nemmeno quella frase di un paradiso perduto che mio zio aveva detto a mia sorella quando, qualche anno prima di me, aveva manifestato la sua scelta di iscriversi al liceo scientifico. «Se scegli un istituto professionale se vuoi puoi lavorare subito dopo il diploma, miga come al liceo che poi devi fare l’università». Posto pubblico, pensione vicinissima e sessant’anni lontani, che ne poteva sapere mio zio di cosa sarebbe accaduto dopo?

No, l’università non era più qualcosa di indefinito e lontano. Mi era pure passato il disprezzo per la parola collega che ora provavo quando la pronunciava mia sorella. L’università divenne i mercoledì pomeriggio, quando l’unico corso che noi del primo anno seguivamo cominciava alle 18 e quindi a novembre era buio e su una panchina vicino a quella su cui stavo con dei… colleghi, una coppia di… colleghi pomiciava pesante e lui dopo un po’ si avvicinò a noi per chiederci qualcosa e, sotto i jeans — noi seduti, lui in piedi: visualizzate la scena — emergeva una violenta erezione. Divenne quella tizia che mi disse di non seguire un corso perché il professore faceva lezione il sabato mattina alle 8. «Minca, sabato scorso sono andata ancora e c’era una tizia ancora fusa coi capelli gonfi così, sembrava un leone». Non l’ho più vista, non penso si sia mai laureata, ma le ho voluto un gran bene quel giorno.

C’erano due cose straordinarie del fare l’università. La prima era che nessuno il lunedì mattina poteva rompermi le palle con i risultati della mia squadra in campionato. La seconda era che le lezioni avevano un andamento irregolare: ore vuote, giorni liberi, sabati puliti (se seguivi i consigli giusti). A questa seconda cosa si legava la possibilità di uscire molto più spesso, in notti delle quali prima conoscevi a mala pena l’esistenza, con ogni volta l’idea manifesta di ubriacarti.

Da buon cagliaritano ho scoperto la geografia della Sardegna nelle pause fra quelle lezioni, quando i tuoi colleghi ti svelavano il loro paese di origine e tu non avevi nessuno smartphone per controllare dove fosse. Ho imparato a riconoscere se una ragazza avesse o no il fidanzato nel suo paese: se in biblioteca ci andava in canadese il messaggio era abbastanza esplicito. Senza il potere omologante della galassia internet, più il paese era lontano più te ne accorgevi dai piccoli dettagli. Nessuno delle altre province metteva le Hogan, se dobbiamo essere espliciti, e soprattutto alcune enclave erano molto identitarie, non ancora sedotte dalla vita notturna della Capitale, con free drink organizzati ad hoc, nessuno che ci andava scerpato, e non certo al JKO.

L’università porta con sé un grande rischio e oggi, che più o meno tutte le persone che conoscete vanno all’università, è ancora più grande di ieri: quello di rimanere fuori dal mondo. Il primo giorno di scuola, grembiulino e zainetto, va tutto bene. Il primo giorno delle medie, anarchia senza grembiule, zaino su una sola spalla e tutto va bene. Il primo giorno delle scuole superiori impari cosa è lecito che gli altri si aspettino da te. Cosa devi indossare e come lo devi fare, cosa devi dire e come lo devi dire, quale zaino o quale borsa la tua condizione ti impone di trascinarti dietro. Sei talmente dentro il mondo che tuo malgrado sei aggiornato su tutto, perfino sui lacci delle scarpe che sai se puoi o non puoi, se devi o non devi, legare. Sai se la canadese va bene per i jolloni oppure è tutto sommato necessaria, non importa quanto sia gaggia.

Il primo giorno di università, se non stai attento, cominci a rilassarti un po’ troppo. Sei felice di essere uscito da quel mondo invadente e ingombrante che poi ti ritrovi a mettere le scarpe sbagliate senza accorgertene. Incautamente arriva la tua prima estate, hai studiato sessione invernale e sessione estiva, vai alle Pailotte e: come cazzo ti sei vestito? E se sei una ragazza non ti puoi illudere che basti seguire due o tre fashion blogger (gente che mentre tu studi, fa i milioni facendosi foto allo specchio) per capire ciò che Cagliari ti comanda. Grisi un’uscita di giovedì, salti un weekend e già cominci a perdere il contatto con la realtà. E se magari si è tornato a rispondere chiaro al posto di  e zero al posto di no e tu non lo sai? Quanto sei diventata pacchiana. Non ti salva più nemmeno l’instagram dove fingi di avere le occhiaie quando ti fai un selfie per dirci che stai studiando. No, non ti salva se poi non ti metti le seppiette con i tacchi che certo, fanno schifo a chiunque abbia un cuore, ma vanno un casino. Ed è peggio se te le compri per la volta successiva, ormai sei marchiata, sei arrivata tardi.

Nessuno ti ha detto che l’università è più crudele della scuola. È una doppia maratona, la prima fra esami e tesi, poco importa se parti forte, conta come arrivi. La seconda è con il mondo di fuori, quello della trasgressione e della vita sociale. Quando cominci a perdere contatto con il gruppo di testa, di quelli che contano, e ti accorgi che il fiato è corto e il distacco diventa sempre più grande, incolmabile. Quel giorno, un sabato mattina di ottobre, ti troverai al Poetto con noi di mondogaggio: saremo felici di ascoltare la tua storia.