Gaggi vs Burdi.

Ho visto un gamberone vestito da hipster e ho capito il senso (la base!) della vita. Ora è togo vestirsi da hipster, quindi il gamberone, che per entrare in discoteca deve essere vestito togo, si veste da hipster. Al punto che poi gli hipster puri tipo delle grandi metropoli si lamentano che c’è un sacco di gente che si trassa da hipster e lo scrivono sui giornali. C’è stato un periodo in cui il gamberone si vestiva da gaggio. E ci sarà sempre un periodo in cui il gamberone-dj dirà «mi chiamano spesso a suonare in quella discoteca» e si presenterà alle ragazze dicendo «ciao sono culo e faccio il DJ (*anche qui abbiamo sostituito il nome a cui si fa riferimento con uno anonimo).

Tutto questo paragrafo per dire che non è poi proprio vero che l’abito non fa il monaco, basta saperlo distinguere.  La serata dell’altro giorno, l’Essenza del Gaggio (l’avete poi capito che l’Essenza non è solo lo spirito, ma il giubbotto?) ha fatto emergere lo spinoso problema della differenza fra gaggio e burdo. Gaggi vs Burdi. Dato che poi il nostro esperto M.D., ci ha ben spiegato che chi vive un centimetro sopra il livello del mare considera tutti gli altri gaggi, è bene tracciare qualche linea guida — anche per il turista e il fuorisede — su questa fondamentale differenza. Il confine fra il prendersi un cunnemammarua e camminare tranquilli oppure essere sdoppiettati incautamente.

Per farla breve, il burdo è una sottocategoria del gaggio. La canadese del Milan o del Manchester, il pantalone Carlsberg o Duff, il cappellino solo appoggiato, le Nike, il Pitbull, l’isolotto, sono tutte prerogative del gaggio. Il gaggio è talmente gaggio che anche quando va a un matrimonio ed è costretto a vestirsi in abito è gaggio. Tipo la camicia slacciata o il pantalone a vita bassa. Ecco, il pantalone dell’abito a mezzo-culo è qualcosa di straordinario. Tutte queste cose le troviamo anche nel gabillo, che a differenza del gaggio è di bidda, e anche nel gaggio di Gotham City, cioè di Quartu (il degrado di Quartu, questo sì che sarebbe un bell’articolo). Il gaggio dice mamìche kedè produce suoni come shto kia, scende in piazzetta, chiama gli amici nenno, urla, piega lo scooter, poggia il casco appena sulla nuca, fa discorsi del tipo «sa genti si deve mettere a rubare», odia il governo e vende il suo voto, arriva al mare con un accampamento, tira di puntera, mette la canottiera da bisticcio, ha amici che si chiamano tutti Marcolino, Fabietto, Paoletto, Sandrino. Mette gli occhiali a mascherina (sempre e comunque, trovatemi un gaggio con gli occhiali alla cubana e vi do molti soldi) e quando qualcuno gli scatta una foto, ha un’espressione che vuol dire minca, chiama la pivella ‘mmore e si sposa molto giovane, figliando spesso e volentieri. Con figli che poi magari si chiameranno Justin Puddu, Emily Brundu e cose così.

Il burdo a tutto ciò unisce l’aggressività. Il gaggio in discoteca è sì molesto, sopratutto con gli amici, ma non aggredisce — cagailcazzo — gli altri. Un gaggio non ti dice «cosa shtai guardando» per poi partirti. Certo, se poi l’occasione si manifesta, ovvero se un altro gruppo istiga, allora anche il gaggio non disdegna la rissa. Il burdo la inizia. Per il burdo il pitbull (che spesso si chiama Tyson) non è solo oggetto di scioro ma anche un’arma di offesa personale. Il burdo ti-scende-gente, non si limita all’insulto, ma ti parte.

All’apparenza, il burdo sembra un semplice gaggio, ma in fondo all’animo, dietro il Dainese Belzebù e i Wrangler (ci piace immaginarlo così, anni ’90) nasconde l’uomo-delinquente. Se il gaggio, nella sua scala di valori — la famiglia e il rispetto su tutto — è capace anche di gesti gentili (a modo suo, vabbe’), il burdo non può controllare la sua voglia di fare male. Da qui i gaggetti che escono alle Vele il sabato e si spalmano sulle ringhiere, scrivono poi su Facebook «a fare male con i soci».

Mi iscrivo a Lettere per un Mondo Migliore.

Mi sento sempre attratto dai posti dove sono vissuto, anche corridoi e aule universitarie. C’è qualcosa nel blocco giallo della facoltà di Lettere a Cagliari che sa di vintage prima del vintage, entrare nell’aula 17 e trovarti in un video dei Pink Floyd.

Cosa studi? Lettere. Ah. Così in quattro parole abbiamo riassunto la carriera universitaria dello Studente di Lettere, circondato dall’indifferenza altrui, prigioniero dell’altrui sticazzi. Eppure — oppure proprio come Reazione a ciò — lo Studente di Lettere ha quell’atteggiamento da Colui-Che-Viene-Nel-Nome-Del-Signore, da Missionario da Biblioteca, da PersonaConsapevole che ha in sé, dietro i mistici concetti del PensieroCritico e della ComprensioneDelPotere, le Capacità, il Coraggio, la Missione di salvare il Mondo. Quante volte citerò oggi Gramsci? E Chomsky? Quanto volte dirò classestrutturapotereglobalizzazionepoliticaculturale?

Con il trinciato in una mano e l’atteggiamento di chi vuole spiegare l’evoluzionismo ai creazionisti nell’altra, lo Studente di Lettere marcia verso il Sole dell’Avvenire. Ciò che conta è sembrare impegnati, partecipi, pulsare assieme al cuore del dolore universale. E tutto questo farlo con l’atteggiamento della maestrina con la matita rossa, pronta a intervenire sulla banalità del mondo circostante dove si-inseguono-le-mode-il-consumismo-vi-rendete-conto-delle-porcherie-che-ci-propinano. Leggete Chomsky, per Dio! E poi ti giri il trinciato, perché le Multinazionali del Tabacco ti hanno sconfitto il giorno in cui provasti la prima sigaretta di straforo, chissà se per sentirti impegnato e adulto oppure per non sembrare troppo lillo.

Sì, chiediamocelo: non c’è qualche cosa di uggioso, di antipatico, di mesto, nello spettacolo di questi giovani che stanno (quasi tutti) fuori della lotta, guardando i combattimenti e domandandosi soltanto come si dànno i colpi e perché e per come? Lo Studente di Lettere vuole invece essere partecipe, lui ha gli strumenti per capire il Potere, per mostrare al Mondo quanto Loro ci stiano prendendo per il culo. È un po’ quello spirito del Sveglia!111!!1 quando un amico legge tre cose su internet e viene a InsegnareAgliZotici delle ovvietà, dicendoti anche non ti preoccupare, c’ero cascato anche io. Oh grazi caro, come sei comprensivo. L’importante è opporsi all’indifferenza, e infatti ecco Gramsci pronto nel cassetto: odio gli indifferenti. E quindi odio te, banale figlio di puttana. C’è quello più pacato, quello che si incazza, e quello, anzi spesso è quella che mantiene una esteriore calma però ti odia un sacco e ti tratta così non perché le tue idee reazionarie conservatrice e ottuse non la turbino, ma perché non sei degno, perché ti guarda dall’alto, perché tu tu tu non sei consapevole. Leggi Chomsky, poi magari ne riparliamo. Occhiolino.

Il grande nemico è lo sticazzi, il non-partecipare, l’indifferenza. Storici del Passato, odiano gli Storici del Presente, gli apoti, quelli che vorrebbero stare a guardare. La nemesi è il Politologo. Partecipare al GrandeDoloreUniversale vuol dire però anche piangersi addosso e quindi la cura al Cosa studi? Lettere. Ah. è un po’ quella di fare gli sfigati, che fa molto figo e molto hipster. Questa società non ha uno spazio per noi, Cosa vuoi che faremo? I disoccupati, Le politiche culturali del governo ci affossano. Il tutto con Ironia, ovviamente e anche questo ancora ovviamente fa molto hipster. Che fine hanno fatto i puncabbestia di una volta, che bevevano il vino Brillò in cartone al Bastione? Ne ricordo uno alla superiori, lo chiamavano Millino e con la ragazza a fianco descriveva il suo capodanno così: minca mi lego una bottiglia di vino, in mano un porro, dietro la donna, bevo, me la fumo, poi mi giro la donna, coddo e continuo a camminare. E lei guardava per terra in serio imbarazzo. Poi diventò cremina, ma questi sono altri discorsi.

Niente più puncabbestia, ma un po’ radical-chic gli alternativi che indossano i panni del Missionario da Biblioteca. Sciarpati, con la busta in stoffa da convegno o evento politico, con la scritta tipo ORA TOCCA A NOI. Consapevolezza! E quindi quella dose artistica, roba da beni culturali, l’Arte e il Trinciato per fare la rivoluzione. Immagini del profilo di opere d’arte con sotto il commento: Fabietto Lupin, Burdi Inseguendo Gente, 1991, Olio su Tela, 53×89 (*sostituiamo il nome dell’artista con uno di un gaggio anni ’90 per evitare riferimenti a persone o situazioni reali, NdR). E qualche discussione filosofica sotto e anche lì, eterno, mettomipiacecheincasosiscopa. Lo status tattico, filosofico-poetico, una citazione colta che qualcuno apprezzerà e risponderà magari a tono e partirà un discorso da Accademia del Cinquecento e lo Studente di Lettere penserà al suo bagaglio culturale. C’è anche l’artista che mette le sue opere, le sue foto, perché così partecipa, anche lui, al Dolore Universale. Le banalità e le ovvietà, la superficialità, i falsi miti per il pubblico, beoti davanti allo schermo. Noi che soffriamo d’intolleranza, quando leggiamo queste cose qua ci viene una voglia matta di guardare Barbara D’Urso.

Le altre facoltà sono lì, da qualche parte. Guardate con la stessa spocchia con cui noi al liceo guardavamo gli istituti tecnici. Oltre via Trentino la Barbarie! Quanti passi avrò compiuto oggi sulla strada del Socialismo Reale? Senza più un partito di riferimento, l’iscrizione a qualche associazione culturale è d’obbligo oppure l’associazione di volontariato. Salviamo il Mondo! Occasionalmente qualche profeta del Nuovo Mondo, tipo Steve Jobs, qualcuno che sa di RivoluzionePop. Però poi il vero Studente di Lettere, con la matita rossa, fa notare che Steve Jobs non era per niente un compagno e voi siete ridicoli a citarlo.

L’importante è sempre, eternamente, l’impegno. Quando muore un’icona bisogna dedicargli spazio. Status su Facebook, foto profilo, addirittura foto su instagram. Avessimo il tempo andremmo da ognuna di queste persone per una chiacchierata del genere: ora, senza ausilio di Wikipedia, dimmi un po’ perché per te era così importante. Poi il blog dove parlare di cose culturali, dove mostrarsi partecipi, il Cinema d’Avanguardia e tutto il resto. Un’oscura figura si aggira per l’UniversoUniversitario, quello che avrebbe voluto fare Lettere e invece fa altro perché i-genitori-il-lavoro però fa tutte le altre cose dello Studente di Lettere, blog associazioni e tutto il resto. Costretto a leggere cifre, ossa e cosa varie, non ha il tempo di leggere altro (ho un esame fra 26 giorni, cazzo!) e quindi la sintassi e la piacevolezza della scrittura ne risentono troppo. Però ci crede. Eccome.

Finiti i sogni della Rivoluzione Perenne cosa resta? Il focolare domestico, la ragazza o il ragazzo. La mano che gira il trinciato ne cercherà poi un’altra, da tenere mentre cammina per strada? E così finisce, quanto fa Borghese!

Mi ha preso l’Ansia.

Noi della redazione abbiamo a volte tendenze hipsteriche. Come quando muoreggente e tutti su Facebook ci dicono quanto è dura convivere in un mondo senza quella gentemmorta e tu pensi «ma onestamente mi dici tipo quando è che che hai iniziato a soffrire per il mondo?». Il grande processo per cui tu sei ok sì intelligente, ma come le persone intelligenti tendi a diventare cinico, narcisista, egoista e insomma uno stronzo. E dato che uno di noi è venuto poco fa in redazione facendoci leggere un messaggio che gli è stato mandato — «ti avessi dato dell’hipster tempo fa mi avresti sfanculato» — bisogna riconoscere che c’è un hipster in ognuno di noi. Prendi il tuo gruppo musicale preferito e laggente che ne parla e dicci pure che non pensi cose del tipo io-li-ascoltavo-quando. Poi da queste parti, dove la tolleranza reputiamo dote da usare con parsimonia, ci incazziamo anche quando qualcuno fa lo splendido con due battutine su American Pie. «Gran film». Ah davvero? Peccato lo abbia visto quando tu eri alle elementari, testadicazzo.

Il problema di fondo è che ci viene difficile scrivere un pezzo senza parlare di Facebook, Whatsapp e cose così, un po’ come a Melissa P veniva difficile non parlare di cazzi. Ricordate il ridente mondo delle cabine telefoniche, quando la comunicazione era su per giù ferma ai livelli del marconista del Titanic che punto-linea-punto-punto diceva al mondo «ecco cosa succede a non inventare prima l’aereo»? Quando per comunicare hai bisogno di un certo allenamento, secondo noi ti viene più difficile dire stronzate. Prendiamo un po’ la fotocamera. Quando c’era tutto un lavoro di ingranaggi poi con il dubbio del chissà-come-cazzo-è-uscita-questa-foto non trovavi né foto scattate in bagno, né a qualsiasi cosa prima di ingurgitarla. E potete obiettare che noi scriviamo questa cosa qui perché non dobbiamo impugnare calamaio e penna, ma battere un po’ lì e un po’ qui su una tastiera.

Ora cosa c’entra l’Ansia? C’entra eccome, perché tutte quelle cose di cui non riusciamo a non parlare sono un generatore di rotture di coglioni. L’ansia a quattro cifre di Whatsapp ve l’abbiamo già raccontata, ma il formato migliore è quello Facebook (l’ansia-formato-facebook), quello del «non so se metto mi piace», o del «era online e non mi ha cercato» o «non ci credo non le sia piaciuto quello status lo fa per orgoglio» oppure «vedi che sta scrivendo cose, commentando storie, lo vedo a destra perché non mi mette mi piace a quella canzone che ho messo appositamente». MIHAPRESOLANSIA. Noi ci ricordiamo che prima del 3310, ne dovevi fare di fatica per avvisare che facevi tardi: non ho scheda telefonica, non ho monete e poi sì magari tua mamma ti rompeva il cazzo dopo, ma non poteva dirti: mandami un messaggio quando stai tornando. Le comunicazioni madre figlio sono oggi per il 90% degli sms-sto-tornando. Per non parlare poi della scomparsa del Pronto? Sono Carlo, c’è Luca? Te lo passo subito, che è diventato Oh-ti-sto-chiamando-rispondi-tu-mi-raccomando. Poi ci si chiede perché i ragazzini oggi sono smaliziati sessualmente ma molto addormentati in tutto il resto.

Mettiamo in questo mix (che poi zerocalcare ha già rappresentato perfettamente sotto il Demone della Reperibilità) i sentimenti ed ecco ecco ecco che ci crackcrackcrackfracassiamo i coglioni a vicenda in continuazione. Chi vive in una perenne nostalgia degli anni ’80-’90 conosce bene l’insegnamento di uno dei più grandi filosofi contemporanei, Harry Burns, che insegnava — mica a caso — che non si accompagna una ragazza in aeroporto all’inizio di una relazione perché poi quando passa il tempo e non lo fai più lei ti dice perché non mi accompagni più in aeroporto? Ecco che le comunicazioni fra partner si concentrano ora sul tema del perché-non-fai-più-così-all’inizio-era-diverso. E appunto, diremmo, se all’inizio era diverso e ora non è più così, è stato un piacere e, come si dice dalle nostre parti, buona! E invece non fa a crederlo, l’ansia bussa alle spalle per mezzo delle mani dell’interazione virtuale: non capisci che quella canzone l’ho messa per te? Vedi che ha messo quella canzone, cosa vorrà dire? PERCHÈ NON MI ACCOMPAGNI PIÙ IN AEROPORTO?

Sta tutto nel fatto che ora si vogliono condividere i propri patemi con il prossimo, pretendendo che al prossimo freghi qualcosa. E quindi ci si deve mostrare interessati, non-cinici-non-stronzi. Non solo, quando invece non lo fai, sei proprio una merda, uno che non si interessa, uno che non capisce il messaggio subliminale dell’ultimo status, dell’ultimo video, dell’ultimo articolo condiviso. L’ansia definitiva. E se qualcuno condividerà questo pezzo indirizzandolo a qualcuno per dirgli guarda-tu-sei-una-merda-tipo-quella-gente-lì, allora ecco che ci abbiamo proprio preso giusto.

In Biblioteca prendo il Tavolo.

Con le recenti indagini piccanti «A Trassa di Cremina» e «Metto mipiace che in caso si scopa» siamo entrati nel Watergate dell’UniversoUniversitarioCagliaritano. Dato che sono passate tante primavere (e altrettanti maledettissimi e piovosi inverni) da quando lasciammo l’Invictino per entrare all’Università, le percezioni sono un po’ cambiate.

Mia sorella andava all’Università prima di me per mere questioni cronologiche. E diceva fisso «i miei colleghi». «Ma loffia questa storia dei colleghi?» rispondevo io e lei si giustificava con «si chiamano così». Ricordo bene che prendevo l’8 per andare a Pirri perché il Pacinotti aveva una sede lì (e così sia chiaro che a Pirri, come oltre la Cortina di Ferro, non ci andiamo se non per questioni di forza maggiore) e che dovevo prenderlo alle 7.30, perché se sgarravi ti trovavi quello zeppo di universitari che andavano in Cittadella e viaggiavi come carro-bestiame. Per non parlare del ritorno sull’1 e poi il 3 con signore che salivano su pullman pieni cariche di buste e volevano pure sedersi, quelle stronze. E bambambam colpi di busta busta busta con dentro pesce pesce pesce. Queste sì, che sono CtmEmozioni.

Ai tempi, quando la Carhartt era swag, ma non abbastanza da costare l’Iradiddio, avevo una percezione dell’Università stile film americano. E non potete certo farmene una colpa, dato che ho visto American Pie al Nuovo Olimpia in età puberale, con tre amici tutti quanti desiderosi di sapere se fosse davvero come una torta di mele. Susse di brufoli e fisso da ComputerShop o da Loriga Fumetti. Fu in quegli anni lì che la nostra vita rischiò di scivolare nell’oscuro universo dello Studente di Lingue di Giapponese. Poco disagio da Loriga, ai tempi, ora non so.

Compagni che diventano Colleghi (e sti gran cazzi di CarloMars, come lo pronunciano alcuni) l’Università ritrova lo spirito della Classe, non alle lezioni, non agli esami, ma in Biblioteca. Non è in fondo questo il posto più Aula che esista? Nella nostra redazione non ci sono psicologi — e ci mancherebbe altro — ma per qualche meccanismo si ricerca sempre lo stesso banco, proprio come si faceva a scuola, anche quando ti imponevano di sedere vicino a quello che scoreggiava. E anche in Biblioteca c’è chi lo fa. Alle elementari/medie c’era una tattica tacitamente accettata: se scoreggio devo essere abbastanza rapido da puntare qualcuno e urlargli PUUUUU prima che lo faccia lui. Poi alle elementari c’era quello che aveva un odore caratteristico, quindi hai voglia di PUUUU. Andiamo fuori tema, ma questa va detta perché è DenunciaSociale. Un mio professore entrò in classe e sedendosi dietro un nostro compagno, captato l’odore, fece lui PUUUU seguito da «ma itta è custu fragu» e vai di accuse infamanti al nostro compagno. Il professore aveva tipo 60 anni e il compagno 12.

Di queste cose non succedono (non ancora), ma i gruppi, i famosi gruppetti con i quali vi hanno fracassato le palle a scuola dicendovi che la classe-non-è-unita-dovrebbe-esserlo-ci-sono-troppi-gruppetti, ci sono eccome. Fin quando rivalità interne li divideranno e fin quando la Laurea ne porterà via qualcuno. Dalla Biblioteca si esce come dal carcere: ognuna sconta la sua pena e poi non torna più. E come nel carcere a volte capita di essere trasferiti, di sceglierne un’altra.

E così ci sono anche quelle robe lì stile AmorCortese con gente che si corteggia e pivelle, anche quelle brutte, che hanno intorno ragazzi e allora si vestono bene perché devono piacere. Lo scioro di Viale Fra Ignazio qualcosa ce lo ha insegnato, no? Quanto pelo ci sarà oggi, quanto Scioscio? Andiamo all’Acquario? Alla MEM il sabato c’è un sacco di pelo, però molte scuole superiore? Ma maggiorenni? Certo zio, anche. Quelli del zio, che usano zio per ogni frase, tipo passo-e-chiudo. Ci sei oggi, zio? Sì, tu che fai, zio? Ti ricordi quella ragazza di sabato, zio? Certo, zio. Quanto mi mancano gli anni del «chiaro». Ci sei stasera? CHIARO!

E la sfilata infinita, quante volte scenderai oggi a fare Pausa? Avrò il coraggio di avvicinarmi? Prendiamo un caffè, anche della macchinetta? La Pausa è l’eterogenesi dei fini per eccellenza. Lo fai con lo scopo dichiarato di staccare, ma dietro c’è tutta la Camminata, il RollioDellaFiga, che è quel modo di camminare che dice guardate guardatemi guardatemi che tanto non ve la do non ve la do non ve la do.

E c’è quel tanto di preserata che si riassume in una frase fantastica captata una volta. «Io la mattina arrivo presto, certo che mi prendo il tavolo». Nel senso, occupo l’intero tavolo ché vengono i miei amici e stiamo insieme. La prevendita sarebbe una gran cosa.

E anche la gente che chiacchiera e a fare SHHHH sono gli altri, buscette e non i professori. Ecco quindi, riassunte in breve tutte le caratteristiche della Classe che la Biblioteca ri-crea e tutto il resto dell’UniversoUniversitario no. E ancora quella che ridacchia in continuazione e tu glielo vorresti dire scusa-cara-cazzo-ridi? Perché ci piace un sacco dire qualcosa che abbiamo detto da poco e quindi diciamolo ancora: scusa-cara-cazzo-studi-che-sei-stupida?

E anche lei se ne andrà, scontata la prigionia, magari con l’amore della vita sul groppone. Galeotta fu, la Biblioteca.