I miei entusiasmanti martedì pomeriggio. Storia personale di quando andavo alle medie.

Lì dove l’edilizia popolare e l’iniziativa privata hanno sottratto alla natura grezza ciò che un tempo era Monserrato, dove l’asfalto ha allontanato improvvisate peripatetiche dei tempi pre-Merlin e la politica democristiana ha trasformato la servitù militare in ospedale io, dal lunedì al sabato, zaino in spalla e stagioni mutevoli, andavo a scuola costeggiando il mercato di via Quirra.

Non cambiò molto dall’asilo alle elementari alle medie: sedevano tutte e tre lì, l’una accanto all’altra, parallelepipedi incolori di progetti educativi oggi fuori moda. Il cortile d’asfalto in cui radunarsi alle 8.20, le scale e gli scivoli, le grate al piano terra, le mamme in numero inversamente proporzionale agli anni dei loro figli, in quei tempi in cui quando scrivevi il famoso tema sulla tua famiglia, nove volte su dieci tua mamma faceva la casalinga. Penso sia il primo ricordo della mia vita, quel pianto disperato quando fui lasciato da solo dentro l’asilo, affidato alle cure di persone che non conoscevo, circondato da persone che avrei ritrovato vent’anni dopo a pagina 4 dell’Unione, sotto la voce Cronaca di Cagliari. Poi in quarta elementare cominciai a tornare da solo da scuola e infine alle medie il grande passo: «Mamma, non mi accompagnare». Ché se no sono risatine, insulti e colpi non lo aggiunsi, ma mamma di quartieri popolari qualcosa la capiva e perciò non fu mai necessario farlo.

Certo, in terza elementare mi avevano fatto un occhio nero all’uscita, nonostante durante l’ora di inglese mi avevano avvisato che qualcuno era intenzionato a «farmi la festa». C’era sempre l’ambito titolo del «più forte della classe», una cintura che veniva assegnata senza grandi evidenze empiriche a suo sostegno, ma più sulla speculazione, il sentito dire, e uno o più sponsor all’interno della classe. Fu il «più forte della classe» a farmi l’occhio nero e la sensazione è la stessa che descrive chi ha sfidato Gianfranco Zola al torneo Carioca: tu vedi il pallone, sai anche cosa lui sta per fare, eppure ti vai via senza che tu possa farci nulla. Mesi o forse anni dopo, si cominciò a contendersi la cintura di «più forte della scuola» e uno di questi manager del proto-bullismo portò il suo assistito in classe mia per sfidare il campione in carica. Non si picchiarono, non ce ne fu bisogno. Il manager disse: «Ah così sei il più forte della classe?», indicò l’altro e aggiunse: «Prova a cercargli suo nonno». Il campione arrossì e non disse nulla e così fu spodestato, fra i banchi verdi in cui scoprivamo la scolorina e la gomma pane e le ragazze i calci nelle palle. Me la ricordo questa: un paio di parole che volano durante la lezione, poi alla ricreazione un mio compagno sta guardando un poster sul muro e dall’altra parte dell’aula una mia compagna si piega sulle ginocchia e si orienta in avanti. Prende la mira, sembra un leopardo, lui non si accorge di nulla, lei corre e colpisce, lui grida e si contorce a terra. Io resto a guardare, tutto sembrava andare al rallentatore. Vent’anni dopo, lui combatte la depressione, lei l’obesità.

Quando perciò arrivai alle medie, avevo tutto un bagaglio di conoscenze nonché una discreta familiarità con le persone che avrei trovato nella mia e nelle altre classi. Inconsapevolmente fu lì, nel cortile identico di asfalto, con il campo da basket, pochi alberi e le inferriate corrose dalla ruggine, che divenni un empirista, che imparai cioè ad apprezzare che non c’è migliore maestra dell’esperienza.

La scuola media era ostile, a pensarci ora ricorda Pensieri Pericolosi con Michelle Pfeiffer pur senza quella subcultura del ghetto di Harlem o dei Projects di Baltimora. Mi trovai sbattuto fuori il primo giorno, perché ridevo in classe. Umiliato fissai il pavimento marrone e le mie scarpe Nike nere, che noi tutti avevamo comprato l’ultimo anno delle elementari. Passò un ragazzo di terza e mi chiese: «Chi ti ha sbattuto fuori? V., vero?». Feci cenno di sì, incosciente di quanta filosofia contenesse quella frase. Ma io e V. andammo d’accordo da quel momento in poi, insegnava musica, ma non toccammo mai un flauto in tre anni. Non so come — mi piacerebbe scoprirlo — riusciva a raccattare vestiti e scarpe per i ragazzi più poveri, vestì un’intera seconda media con le canadesi dei Chicago Bulls e poi il sabato ci faceva vedere Niente di nuovo sul fronte occidentale e Good Morning Vietnam.

Il martedì pomeriggio facevamo atletica, corsa campestre. Un raffazzonato gruppo di studenti di diverse età e condizione sociale che correva intorno al cortile di asfalto della scuola. L’ultimo anno, sempre di martedì, i miei entusiasmanti martedì, facevo un corso di fotografia, nel quale imparai che cos’era un esposimetro, mi distinsi per essermi rovesciato l’acido sul giubbotto e per la prima volta sentii parlare di e-mail. Sempre con lo zaino sulla spalla, sempre facendo la solita strada. C’erano poi i pomeriggi a casa di S., che era il mio compagno di banco e compensava la sua scarsa igiene con una creatività notevole e la voglia di sparare contro qualsiasi cosa con la sua condor. La comprai presto anche io, ma la comprò anche F. che un giorno a scuola la usò contro compagni e professoresse. Ora che apprendo nuovi strumenti educativi e nuove risorse mi chiedo, ripensando a quegli anni, se forse non ci avrebbero portato a far lezione all’Anfiteatro, così da lasciare spazio a tutti gli educatori che i miei compagni avrebbero richiesto con gli standard attuali. Venti ragazzi e quindici educatori. Invece si andava avanti con urla, minacce e sospensioni, mentre petardi venivano fatti detonare e genitori incazzati venivano a prendere letteralmente a calci i loro figli. La professoressa di Tecnica aveva i baffi, allora ci ridevo sopra, ora penso che li lasciasse per darsi quel tono di autorità che le permetteva di piegare con uno sguardo chi oggi è stato trasferito da Buoncammino a Uta. La professoressa di Lettere non tornò mai più dopo quella volta che un succo lanciato da D. le esplose sulla faccia. D., che veniva a scuola nei mesi caldi con i Phalanx e gli zoccoli in legno, D. che tentò di rubarmi due volte uno di quegli orologi delle squadre di calcio che si vincevano con le merendine prima che Tanzi facesse quello che ha fatto e quando la Serie A la si riceveva sulle frequenze di Tutto il calcio minuto per minuto e Bruno Corda ci raccontava, con fantasia, le avventurose vicende di Fabian O’Neill, Dario Silvia e Patrick M’Boma. Quando compravamo le ciungomme per trovare Volpi e Poggi.

Noi in quei pomeriggi caldi andavamo a giocare a calcio nei campetti che il quartiere ancora offriva, due porte in un grosso spiazzo posate lì chissà da chi, quando e perché. Il quartiere era la nostra casa e il pallone la nostra delizia, ma anche la nostra croce, costatoci (costruito con la carta stagnola dei numerosi panini portati da casa: prosciutto o Nutella nei giorni di grazia) le prime note sul diario e i pianti di chi temeva la ritorsione violenta dei propri genitori. Un bullo pianse disperato per una nota, mormorava mio-padre-mi-uccide e perse tutta la fama che i primi peli sotto le ascelle gli avevano procurato. Non lo sapevo e lo ripeto: se sono sopravvissuto è stato perché mi sono trasformato in Sesto Empirico. Ho conosciuti i rapporti di forza e la lotta di classe, mi sono sentito un giornalista di inchiesta che va contro i Potenti, i Padroni, quando il mio articolo sul giornalino della scuola che criticava la pulizia della scuola attirò l’ira di signora Z., la bidella che mi strillò addosso: «Voleva essere casa tua pulita come la scuola». Uscirono solo tre numeri, si chiamava Planisfero e dedicammo uno speciale alla morte di Battisti.

Per le superiori salii sul 3 e lasciai il quartiere. Non lo avrei più frequentato se non per i bisogni primari: ora la vita si colorava delle vasche del Centro e delle birrerie del Corso, della compravendita di libri usati in piazza Giovanni e delle ragazze che non dicevano minca. Quello che empiricamente avevo imparato mi ha però accompagnato e guidato alla scoperta di un mondo che è piccolo in termini assoluti, ma che a 15 anni sembrava sconfinato.

L’anno del selfie.

Mani sulla nuca, quasi un tallonatore che aspetta i piloni, il professore erutta con accento toscano: «Dovete specchiarvi negli altri». Immaginate di essere una delle persone che vi ascolta, così che vi possiate guardare dall’esterno. Filmatevi. Oppure, perché no?, fotografatevi.

Perché specchiarsi negli altri, quando basta specchiarsi e basta? È un tripudio di specchi, Instagram, il social network dell’immagine. Fotografie di specchi che rispecchiano fotografie, quadri escheriani digitali, con al centro il sé, nella riproposizione mastodontica e invadente del Decennio-dell’Io-quarant’anni-dopo.

L’hashtag #selfie è stato usato per la prima volta su Instagram nel gennaio del 2011 e da quel momento è stato ripetuto nell’ordine dei milioni. Il supporto digitale favorisce l’utilizzo spasmodico della fotocamera: non c’è una sola ragione per non scattare una foto, quando lo spazio per conservarle è così vasto e la loro cancellazione così indolore. Le nuove piattaforme hanno poi permesso di prendere quell’archivio personale e trasferirlo, condividerlo, con un numero di utenti ogni giorno in espansione. Citando la presentazione di Diane Court alla sua cerimonia di diploma: «Hey mondo, dammi uno sguardo».

Facciamo un passo indietro di due decenni, quando Couric e Gumbel durante il Today Show cercavano di capire cosa fosse un’email e chiedessero in regia «Che cos’è esattamente l’internet?». Il network dei network (internetwork) esisteva così come può esistere oggi, in termini di ricaduta sulla vita quotidiana e sul senso comune, il multiverso di livello III. Le foto di viaggi, matrimoni, eventi erano accessibili a tutti perché erano accessibili a tutti anche — seppure con diversa qualità — le macchine fotografiche, i rullini, i costi di sviluppo. Inserite poi in appositi album da ri-porre nei mobili del soggiorno e pro-porre agli amici e ai parenti che ci venivano a trovare. La differenza con l’oggi non sta tanto nella tempistica (tu, amico, parente, vedi dove sono, quello che faccio, quello che mangio, nel momento esatto in cui sta accadendo), quanto nella scelta stilistica. La discussione dei nostri alter-ego di vent’anni fa, ruotava intorno a qualcosa del tipo «Ecco, questo sono io e la Tour Eiffel» e l’indice che si posa su una figura piccola di persona (io) che fa da contorno al luogo (la Tour Eiffel). Oggi suona più come «Ecco, questo sono Io e il Colosseo», dove l’Io occupa metà dello spazio, primissimo piano e dietro, sullo sfondo, accessorio, il Colosseo. L’enfasi è passata dal dove sono stato al ci (Io!) sono stato.

Il discorso tende naturalmente a far sparire l’avverbio di luogo. Ciò che conta è che io sia stato o meglio, sia. Quindi spariscono il Colosseo, la Tour Eiffel, Manhattan e rimane l’Io, a casa, nei bagni, a passeggio, sotto il sole, sotto un cappuccio, ovunque. Il selfie, l’egemonia dell’autoritratto. Faccio una smorfia, ho scelto questo outfit, ecco la mia colazione. Nel selfie tradizionale ci sta al massimo il mezzo busto, per la figura intera serve lo specchio dell’armadio, alto un paio di metri e agli hashtag è lasciata la didascalia.

È un fiume di scatti di se stessi, fatti da se stessi. Io sono il soggetto della foto, la mia pagina personale è il racconto della mia vita. Una tovaglia a quadri, una tazza di the, una fetta biscottata, tutto disposto in maniera ordinata e ritratto dall’alto. La mia faccia non c’è, ma io ci sono, perché quella è la mia colazione. E non è neppure una foto di un cibo succulento, esotico o ben impattato, è quanto di più banale esista, ma è… Io. Il selfie in auto imbottigliati nel traffico, il selfie mentre mangio, sempre in auto, un pasto #healthy dentro una ciotolina portata da casa: fiocchi di latte e mandorle. Le etichette per le altre persone, il posto in cui è stata scattata, autoscattata, la foto fanno da contorno agli hashtag perché devono indicare le persone che stai frequentando e dove lo stai facendo. Mondomondomondomondo (questo è il grido), questo è il mio personale angolino al tuo interno. Il mio spazio. Quindi quando clicchiamo su quel profilo, abbiamo davanti non più un album di eventi, ma una vita, una persona.

Basta poi addentrarsi più a fondo in quelle didascalie dell’anno dei selfie. Da una parte, un giocatore della National Hockey League riceve un colpo di stecca sul labbro, gli applicano diversi punti e allora pubblica il selfie che testimonia il danno. La didascalia dice: «Per un po’ di tempo i miei kissing days sono contati». Dall’altra, un intero profilo è costruito di selfie più o meno identici, dalle cui didascalie-hashtag scopriamo che c’è il sole, oppure fa freddo, è il giorno di un esame, è un giorno di noia, è l’ultimo sole, è una serata speciale, sono svogliato, mi sto trasferendo!

Non è un anno di soli autoscatti, celebri o comuni, è un lungo periodo di dominio, impero, del soggetto. Prendete le foto scattate nelle discoteche. L’espressione, la posa, è sempre la stessa: studiata, ragionata, perfezionata dopo lunghe sedute di… autoscatti. Prendete anche la foto scattata a casa prima di uscire, a ragazzi delle scuole superiori, magari dalla mamma, prima di una grande serata. In quella foto, in quell’espressione seria, ammiccante, irriverente, alla Cristiano Ronaldo, loro ci credono. È quello che traspare dalla foto: ci crediamo, ci siamo. Possiamo essere quello che vogliamo e noi vogliamo essere belli. E lo siamo. Per questa ragione possiamo chiedere al mondo di guardarci,  non solo nella misura in cui riceviamo qualcosa in cambio in termini di cuori, mi-piace, commenti entusiasti: di valutazioni positive. Ci sarà sempre qualcuno disposto a darmi una valutazione positiva dopo anni di incertezze, insicurezze, tentennamenti consumati nei banchi di scuola. Perciò corriamo in bagno a scattarci una foto, vediamo cosa ci dirà oggi La Rete. Ma non è più il successo che si cerca, non è soltanto un conteggio di apprezzamenti e simpatie. Ciò che conta è mostrarsi: Io-ho-un-posto-in-questo-mondo. Guardate la mia espressione divertita, osservate con chi passo le giornate. Non si fanno più provini per la parte di chi si vergogna di fare la foto: ti-prego-ho-una-faccia-orribile! Labbra invitanti, sguardo malizioso, faccia da selfie, per non essere mai impreparati di fronte a una proposta di questo genere. Quindi, specchiamoci. Più di ogni cosa, selfie richiama l’autosufficienza: non ho bisogno di altri che mi facciano la foto mentre sto in un angolo del Colosseo.

È questa la conseguenza ultima della rivoluzione kantiana? È certo però che l’anno del selfie ridefinisce, anzi ribalta!, le parole di Tozzi, poi diventate parte della cultura nazional-popolare, per cui gli altri siamo noi.