il punk adolescenziale ci ha rovinato la vita.

Metti che sei in classe, alla ricreazione, ti distrai un attimo e bam: testa, spalla, ginocchio, se ti muovi sei un finocchio. Dovevi vivere in uno stato di perenne allerta. Anche una presentazione poteva costarti cara: Piacere — dici il tuo nome; Piacere — risposta — Ginu lu pesce, più me la tocchi più mi cresce. Dai, neanche ci conosciamo e già… Aspetta, abbassi la guardia, sei distratto (sei un bambino, certo che sei distratto) Ti piace? ti chiedono. Che cosa? rispondi. La minca pelosa: URLATO. Ah ah ah ah schiamazzi e tu che fai la figura del jollone. Vita quotidiana, negli anni novanta. Le prendi alle elementari e se non sviluppi degli anticorpi… figurati quante ne prendi alle medie! Vuoi giocare a rampazzo? ti chiede il bulletto di seconda, con i capelli a caschetto e la sfumatura. E ora che cosa rispondo? Dì di sì ti consiglia qualcuno. E tu lo dici, incerto, ma lo dici: jollone. Ok risponde quello: tu metti il culo e io metto il cazzo. Quante volte te lo abbiamo detto che sei un jollone?

La situazione è più o meno questa: sto camminando vicino al Pacinotti quindici anni dopo che ci andavo a scuola e sento che è uscito un nuovo album dei blink-182. Chi resiste ora che manco devo più scaricarlo per sentirlo? È letteralmente un viaggio nel tempo, come se non fossero passati 15 anni da quel 2000, e se non guardi il tuo riflesso ce li hai ancora 15 anni, con lo zainetto a sacchetto all’ingresso di scuola, speriamo che oggi abbiano chiamato per dire che c’è una bomba. Dopo quell’infanzia guardinga, comincia l’adolescenza, l’età più fragile per eccellenza, dove essere un jollone rischia di compromettere il resto della tua esistenza ed ecco che ti ritrovi ad ascoltare, a scoprire!, il punk adolescenziale sognando California. Agiti un po’ la testa, è la colonna sonora di un bel po’ di film che hai visto al cinema, e subliminalmente, attraverso testi che non riesci ancora ad afferrare ti vengono impartite alcune fondamentali lezioni.

La fine di una storia d’amore è una tragedia. Se tu lasci una ragazza non ha importanza, è una storiella, perché quella a cui tieni, be’ sarà sempre lei a lasciare te. Per poi sbatterti in faccia la sua nuova vita sorridente, con il suo nuovo ragazzo (hai sentito? se l’è scopata) e farti capire che probabilmente eri proprio tu la ragione della sua infelicità. Cerca di capire che, se una relazione è finita, il problema eri proprio tu. Sei un perdente ed essere perdenti non è brutto, ma non è neppure bello: è ciò che sei, continuerai a prenderle e non ci sarà mai una ragione, né tantomeno un’occasione di riscatto. L’equazione adolescente = perdente è svelata senza troppi passaggi in quei quattro accordi e in quelle voci poco intonate.

Il messaggio di fondo, quello più importante era questo: ti hanno fatto credere, da bambino, che potevi diventare tutto ciò che avresti desiderato, che il cielo era il limite, che le cose basta volerle, sudare, impegnarsi e arriveranno. Ecco, caro mio, mettiti in testa una cosa: the times they are a-changing. Non avrai ciò che vorrai, non riesci ad avere la fighetta del secondo banco, figurati se farai un lavoro che ti piace. Sì, certo, a differenza dei tuoi genitori avrai una laurea, ma probabilmente non ti servirà a nulla. Farai il lavoro che capiterà, sarai più povero dei tuoi genitori e continuerai a prenderle. Però noi tutto questo te lo stiamo dicendo e, dato che anche se non lo sappiamo siamo degli spinoziani, puoi accettarlo sub specie aeternitatis, cioè esserne consapevole.

Bene, raggiungere questa consapevolezza, citando una loro famosa canzone, supponga sia crescere.