Ingegneri di bidda.

Se ancora esistesse, la Società Romana di Antropologia non avrebbe alcun dubbio nel tracciare con precisione i confini di una zona ingegneristica nel centro Sardegna, abitata per l’appunto da una omonima razza. Senza stare a misurare crani, basta un rapido sguardo per riconoscere un ingegnere di tale provenienza; è quasi scritto nei suoi caratteri somatici. C’è la spocchia del cagliaritano, del viveur, del cittadino en marche nel descriverlo, quella stessa spocchia che permette di pronunciare sentenze del tipo «ingegneria è una colonia del nuorese». Già, i dubbi sono pochi. L’espressione un po’ persa del bambino al primo giorno di scuola quando impatta nei grandi cartelloni che segnano gli orari delle lezioni, talvolta con qualche compaesano, compadre nel lungo viaggio attraverso l’Isola.

Arrivano in genere con i pantaloni in velluto rigato, un paio di scarpe di quelle brutte, fuori dagli schemi della città. Poi inizia inevitabile la metamorfosi. La scalata sociale, anche in una città piccola come Cagliari, passa per gradini, rituali e luoghi specifici. Non ci si improvvisa che-conta, si diventa. E lo si fa attraverso un filtro, che può essere la famiglia per i più fortunati, per i predestinati, per i Padroni; il vicinato per altri, la scuola o gli amici per i più. I gradi di accettazione sono diversi: chi nasce Padrone è già oltre, è lui che non accetta e non che è accettato, ma per tutti gli altri il percorso è variegato. Il Pacinotti era teatro, per esempio, di repentini passaggi dalla sub-cultura “Bastione” alla subcultura fighetta: dopo un periodo di perdizione, una versione cagliaritana del viaggio spirituale in India, si finiva con un iniziale cambio di abbigliamento, una frequentazione del Cotton e la finale apertura del Grande Salotto. Anche il Salotto ha però poltrone, divani, sedie e posti in piedi e i suoi frequentatori occupano posti gerarchicamente ben delineati. Si può raggiungere la perfezione della pashmina leopardata, ma non avere comunque la ribalta che un abbigliamento perfettamente in linea con i canoni farebbe pensare. Al contrario, ogni Salotto CCC ha un amico così trendy, così punto-di-riferimento, da essere hipster. È quello che di solito viene definito come troppo-togo, oppure un-pazzo, un po’ il guru, quello più cannato e riflessivo, che osa di più, che può osare di più.

Torniamo però al lungo viaggio. Pantaloni in velluto, la leppa ancora in tasca (mì che a Cagliari è pericoloso), sguardo alla Cristoforo Colombo — lo sguardo di chi ha fatto qualcosa di figo, ma non lo realizza appieno. La prima frequentazione è quella dei gruppi del paese, magari di altre facoltà, oppure della stessa facoltà, ma di paesi limitrofi. Le cosiddette colonie, dove ancora si vede qualcuno giocare a murra all’ombra di Carlo Felice. Talvolta dura per tutti gli anni e segnala quelli che sono arrivati in città ma con la campagna del cuore, alla che-sarà-sarà, e vogliono solo formarsi per poi tornare a lavorare alla diga, per il comune o fare il medico di Olzai. Molto più spesso dura poco, qualche mese, forse un anno, e poi inizia la metamorfosi. È questo il caso dell’ingegnere. Osteggiato i primi anni, accusato con snobismo cagliaritano di non lavarsi, deve tagliare i ponti con la realtà rurale per essere accetato. E lo fa con la frequentazione dei primi salotti: il giovedì universitario, appannaggio dei fuori sede, diventa il ponte per il venerdì del JKO e, per i più fortunati, del sabato al Greta’s.

Chi resta a studiare nella biblioteca di Ingegneria è condannato alle Colonie e alla condanna sociale, che spesso sa di emarginazione. Con gli altri (indigeni cagliaritani e non) che si ribellano e dicono: ma sei matto? ma hai sentito l’odore che c’è da noi in biblioteca? I più smaliziati dicono una cosa più sul «ma stai giocando?». Chi invece si muove, va a Lettere, in Viale, fuori, è contaminato. E c’è uno stile inconfondibile. Tipo: i cagliaritani-in si concedono la canadese. L’ingegnere di bidda allora prova a farlo anche lui, ma magari mette quella della squadra di calcio del paese. Risvoltino al bermuda? Ok, però lo fa con i bermuda larghi. Magari compra le Hogan, ma ignora che la caviglia va scoperta. E ancora: pensa, intuisce, che il marchio conti e allora si veste Armani, cercando le cose con scritte più appariscenti. Caso emblematico chi compra la canadese del Milan, che è la canadese-simbolo di un’altra subcultura, quella gaggia.

Poi sì, la metamorfosi è lenta, e per gradi può raggiungere la quasi-completa omologazione. Ma, quando, abbandonato il giubottino Fred Perry che in genere segnala la provenienza da un paese sotto i 1000 abitanti, indossato il montgomery che va un casino e le Clark’s, nella parlata si ode la cadenza dell’interno e non quella cagliaritana aperta (amàre, quàsta borsa è trappo bàlla – na zio nan ci siaaamo caaapiti), lo snob cagliaritano storce il naso: c’è un posto in piedi, accomodati.

Gli anni del mutino Carhartt.

Un noto scrittore ha detto che i sardi in età nuragica erano felici. Immagino intendesse nella misura in cui si può essere felici in un mondo dove una sbucciatura al ginocchio ti può costare la vita dopo due notti di agonia, o quando ti bussano alle spalle, ti giri e scopri la sifilide o qualche altra malattia letale tutto pepe.

Posso dirvi che la felicità è il sapore dello sciroppo d’acero caldo, ma anche che l’infelicità 20 anni fa o giù di lì era tua mamma che ti comprava le scarpe. Sarò più specifico: tua mamma che ti comprava le All Star o le polacchine in barba al tuo no-mamma-non-le-voglio. Oggi invece le un-tempo-odiate calzature sono un’agognata delizia vendibile a prezzi fuori dal mondo. Abbiamo già dedicato una trilogia agli anni 2000, ma non se ne parla mai abbastanza.

L’anno 2000, il terrore dell’ennesima fine del mondo, la minaccia del millenium bug, le incertezze e speranze di un nuovo millennio che ci ricordavano come fosse stato difficile quello precedente, è stato l’anno zero. Fra dire 2000 e ’99 ci passava davvero tutto un secolo. E così, negli anni 2000 riscoprivamo in discoteca la musica anni ’90 e la chiamavamo revival. Era brutta, nessuno oserebbe dire il contrario, ma i ricordi delle estati al Poetto fra infanzia e pre-pubertà con i chioschetti che le sparavano a palla fra una partita al biliardino e una trattativa col vucumprà per il braccialetto che andava in voga, fecero sì che nel giro di qualche mese si diffuse dalle discoteche alle autoradio del Capoluogo.

In quegli anni, recuperare una canzone era qualcosa di complesso. C’era stato napster, ma internet andava a 56k e quindi ci volevano ore per ottenere 5 miseri MB, fra una chat su mIRC o ICQ, mentre lasciavi la pagina di un sito a caricare e andavi a fare altro. Un amico che aveva internet era il vero salto di qualità. Venne C6, che a differenza degli altri ti permetteva di fare una ricerca per genere, età, provenienza geografica: il paese di Cuccagna, con i fiumi di miele e tutto il resto. Ogni appuntamento rimediato lì era più o meno al buio in un vero e proprio culto della sorpresa, altro che le ragazze con decine di album su facebook del tipo: “uscitina di sabato”, “fotine”, “amike <3”, “altro” e l’immancabile “summer201—”. La cosa più positiva era forse che più o meno tutte/i sembravano attraenti attraverso il meccanismo della descrizione “castana, alta 1.60, occhi castani”, e di carattere? “simpatica”.

Erano tutte cose nuove, che ci rendevano diversi dai nostri genitori: ci inorgogliva che non capissero un cazzo di quello che stava succedendo. I videogiochi si evolvevano grazie al lettore CD, arrivava il 3D, Tomb Raider, la porno-esploratrice che ha alimentato le fantasie dei primi NERD. Facevamo tutte queste cose, potevamo andare in discoteca perché non serviva più l’auto per raggiungerla, e poi mettevamo il mutino Carhartt. I capelli si usavano tirati in su, poco prima che arrivassero le creste, ma andava bene perché ci eravamo da poco liberati della riga in mezzo o del famigerato e orripilante “caschetto da maschio”. Foto sbiadite, quasi sempre fuori-fuoco, col flash sparato in faccia sono lì a testimoniare di un mondo in cui era per davvero fashion farsi la riga in mezzo, con i due ciuffetti, alla Backstreet boys.

In quelle foto c’è un po’ tutto quello che c’è da dire su quegli anni: le cose erano nuove, ma soprattutto irripetibili, che fossero 24 scatti da incrociare le dita e sperare che fossero venuti bene, o una foto della ragazza castana, 1.60, occhi castani, simpatica che ci volevano 30 minuti per visualizzarla. E vista tutta la fatica che ci avevi messa per forza di cose ti doveva piacere. Lo stesso internet era fantastico, di maggior pregio perché raro: ti ci connettivi poco, soprattutto il sabato o la domenica, perché costava meno. Il rapporto andava quindi coltivato a distanza, in attesa dello stesso giorno, stessa ora in cui aly86 diventava online, altro che cellulari in costante collegamento con il resto del mondo.

Lo Studente di Medicina.

«Dio come sei veniale, lo capisci che io devo salvare vita, miga…». Zipzipzipzip impacchettato nei nastri del non-contare-un-cazzo. «Esci stasera? Ma ti rendi conto che fra due mesi ho l’Esame?» zipzipzipzip.

Lo Studente di Medicina, lo Studente, per antonomasia, l’unico, quello che può dire «ma perché, esistono altre facoltà oltre Medicina?». Nella Cagliari della Crisi, quando anche le professioni trainanti delle élite locali non danno più spazio, quando anche una laurea del Viale vale quanto una laurea in Lettere qualsiasi, c’è solo un posto dove andare se si vuole pensare al futuro: Medicina. È la risposta definitiva alla Domanda: ma quindi cosa farai dopo la laurea? È un’iscrizione di quelle che toglie le castagne dal fuoco e poi fa status e quindi è il barattolo di marmellata lasciato sopra la credenza che i giovani cagliaritani guardano con le lacrime e la bava, con l’altezza che prende i contorni definiti dell’esame di sbarramento.

Fra tutte le figure universitarie, qui a UniCa, quella dello Studente di Medicina è la più riconoscibile. Sì c’è una quota di dissidenti, c’è l’individualità ecc., ma lasciateci stereotipare: oppure vogliamo arrivare a dire che c’è anche qualche francese simpatico? Impegnato a studiare malanni e rimedi a questi ignora il male, il morbo, che  ha dentro: la sindrome di Dio. C’è poi lo status, l’effetto barattolo, l’essere consapevoli di essere in una posizione non semplicemente ambita, ma desiderata. Sarà la Crisi, sarà l’apprensione dei genitori, sarà la rivoltante quantità di telefilm del genere (noi snob di mondogaggio ne riconosciamo solo uno: Scrubs), ma andare in medicina è diventato il sogno di una fetta di cagliaritani dai 19 ai 30 (sic) anni, un sogno paragonabile a quello di una dodicenne random di limonarsi uno dei One Direction. E se poi sei dentro è come se il ciuffone in questione ti abbia messo una mano dentro le mutandine. Quindi sì, ottenuto il premio ecco emergere la sindrome: salverò vite, sono il Dr House, sarò notabilato.

Lo status è tutto. È quello che permette di vagare per le altre biblioteche e portarsi dietro le trasse della cittadella, tipo ripetere a voce alta, con gli altri, Loro, i non-medici, che ti guardano come un alieno. È quello che porta al gergo: hai dato GEM? Ma quella dei cartoni? Ragazzi devo dare isto—, macro—, cardio—. La conquista dello Status vale la perdita, consapevole, voluta, della vita sociale e perfino della mondanità. Chi conosce lo Studente sa che lui Vuole non uscire il sabato a due mesi dall’esame, è l’essere sopra che lo impone, il poterlo dire.

Avere questo, essere ammessi vale tutto il contorno: Dictatum Discere, anni parcheggiati in Farmacia, lezioni private, estati rovinate per raggiungere la quota minima, superare lo sbarramento: aprire il barattolo e inzuppare le mani nella marmellata. C’è chi passa 2-3 anni nel purgatorio del tenterò-il-test, poi quando entra se la tira un casino. «Dio, sono dentro. Tu che cazzo studi? Ma non farmi ridere». Le lotte per le sbobinature: devi sborniare la lezione di ieri… muoviti, ci serve! C’è chi ci entra a trent’anni, oppure oltre e non si sente neanche fuori posto fra ventenni ormonali, perché poi sa che ci sarà il Lavoro. E chi arriva dal Paesino magari con l’aspirazione di essere medico generico a Olzai e poi viene però mangiato vivo dal morbo e sogna operazioni a cuore aperto.

Ecco sì, i sogni. C’è chi sogna trapianti, miracolose cure da tumori, nottate in ospedale e chi si limita a chiedere a questo maledetto d’Inverno di finire in fretta le sue pratiche, ché con la Sardegna non s’è mai sposato bene.

La galoppata del PR.

Con la nostalgia della goliardia e tremendamente scoraggiato dall’aver letto un «ce caldo» ripetuto più volte da uno studente universitario, sempre più vicino al pessimismo prezzoliniano più puro, vagheggio di un mondo passato in cui l’istruzione scolastica aveva un’applicazione pratica. Vassalli, valvassini, valvassori: PR al servizio dei Fasti di Cagliari, instancabili organizzatori degli Eventi.

Consigliere comunale, pusher, PR: la politica medio-bassa a Cagliari passa per queste tre figure, e non sempre in quest’ordine. Nella vita dei non-adulti pusher e PR contano più di tutto, soprattutto il secondo. Nelle foto il suo sorriso è smagliante, di chi controlla la scena, la prevendita è la sua arma, il cellulare il suo padrone. Quindi si sono sempre combattuti i PR, come i pusher: prendi l’invito da me. Galoppini al servizio del padrone, in attesa di mettersi in proprio. Il PR, l’ho scoperto da poco, è la più grande risorsa politica della Capitale. Ha uno stile, un pensiero, che dico!, un’ideologia sua. C’è il PR che se vede l’amico dell’amico con l’invito di un altro glielo butta a terra, un po’ gradasso, un po’ simpatico.

È la figura nota anche come l’Organizzatore, perché a noi che non ce ne frega un cazzo di Sant’Efisio ci interessa la Serata. Non sono le prime al teatro, o altre occasioni, che siano sagre o feste conosciute, men che meno mercatini e carnevali. No, no l’evento a Cagliari è la serata. Il do you party, il todos il ready: come siamo cosmopoliti. Chiedi cosa si fa a Carnevale e nessuno lo saprà, ma qual è La Serata tutti lo sanno, così come tutti aspettano il Ready manco fosse Natale. Ragazze che comprano vestiti e scarpe nuove, ragazzi troppo-in-piena, macchine fotografiche pronte a scattare e dietro il meticoloso lavoro del PR. E certo che facebook ha reso le cose più semplici, ma lo sforzo dietro è notevole. Eppure galoppa eccome il PR. E torniamo a tuffo al Carnevale: il Carnevale è solo al JKO, Carnival Party, Disko unzunzunzunzunzunz. Se l’è preso la discoteca, il martedì grasso, se l’è preso il PR. Unzunzunzunzunzunzunz e chissenefrega di cancioffali. Si è preso anche il Natale, la Serata di Natale, tutti al CoCò e-da-qui-non-ce-ne-andiamo. Unzunzunzunzunz. Si è preso anche le biblioteche, centro di smistamento prevendite, dove crolla la grammatica ma si mettono i mattoni su cui posa l’Evento.

Si vede da come si muove, da quanto usa il cellulare, da come parla, da come sa stare in posa: il PR è politico, non in potenza, come Facchetti centravanti, ma in essere. Affina il tutto, crea la rete, i clienti, patronage : un’elezione in qualche carica universitaria, se vuole, può averla e poi magari diventare consigliere e — perché no? — sindaco.

Eppure è sfacciato, distribuisce il numero con noncuranza, contravviene alla prima regola del Web 1.0: mai mettere il numero su internet. Basta poco perché finisca nella porta del bagno dell’autogrill sotto la promessa di un servizio, tipo “bevo…”. Unzunzunzunzunzunz e clopclopclop e va il PR.