Fatti coccolare da Cagliari.

Era domenica, più che un giorno, uno spazio fra due giorni (F.S.F.). Non una voce per strada, un cielo in cui perdersi, la luce calda del pomeriggio di settembre, quel vento così leggero che non fa rumore e muove appena le tende la sera, quando tiri su il lenzuolo e là fuori la strada sonnecchia con te. E se vai al Poetto alle sei il sole è già dietro le palme e ti sposti di qualche metro, indolente come un gatto sulle mattonelle di casa.

Sono morbosamente attratto da settembre: più che il lunedì a me pare la domenica dell’anno, uno spazio vuoto per quelli alla Ferris Bueller che sanno che la vita va troppo veloce e se non ti fermi ogni tanto rischi di perderla. Se proprio lunedì dev’essere, è l’unico lunedì in cui mantieni tutti i buoni propositi, reseti e ricominci sul serio: la dieta, la palestra, lo studio. Già giovedì cosa sarà rimasto?

Sulla sabbia più fresca un paio d’infradito, l’acqua cristallina del dopo-maestrale, trovare parcheggio senza troppi patemi e uno a uno i soliti noti spariscono. Mentre tutto dorme tiri le tende perché non vedi lo schermo, niente più tramonti tardi, aperitivi con la luce, vai via dalla biblioteca che è già buio. Poi comincerà a piovere, ma non ancora, e tu come un gatto rotoli un po’ più in là e ti lasci ancora coccolare, ancora una volta, ancora…

Le sfilate del Magistero.

Se gli inglesi possono permettersi di dire le cose da non fare in Inghilterra, permettiamoci noi, e intendo tutti, cagliaritani di dogmatizzare una cosa di questa città: l’estate finisce il 31 agosto. Questo perché l’estate non è una stagione, ma un concetto e quindi anche se a settembre fa più caldo che a luglio, al mare non ci vai. Il guardaroba è già orientato al cambio di stagione, metti via il costume ché c’è da studiare.

Quindi torni all’Università, cioè in biblioteca che sarebbe il nostro surrogato del Campus e sostituisci gli shorts alla brasiliana, rimpiangi la stagione appena passato, manifesti su Instagram la tua difficoltà di studiare. Poi ecco, in fatto di dogmi, se studi a UniCa, all’Acquario, al Magistero ci finisci così come sei finito alla MEM, finiresti anche alla provinciale se avessi una metaforica benda sull’occhio e voglia di scalare.

Sali all’acquario, giù ti siedi solo quando gli alibi sono finiti e devi proprio raschiare l’ultimo, e qualsiasi posto tu abbia preso, fai tutto il giro, la Passeggiata del Pelo, perché se avessi voluto che nessuno ti vedesse, per Dio!, saresti rimasta a casa. Borsa griffata, libri in mano, coda di cavallo, trucco perfetto. La Passeggiata del Pelo è un dondolio verso il tavolo, dove attendono i libri, il caricabatterie dell’iPhone e l’insormontabile fatica di studiare a settembre. Poi la pausa nel giardinetto, sigaretta, gambe incrociate e il sole che esalta un’abbronzatura che comincia a scolorirsi.

Così fino alle lezioni, così ogni sessione di esame. E quando una finalmente si laurea, Psicologia, Lettere o quel che sia, ecco le orde di amiche indossare l’abito buono, e non importa se succinto, il tacco alto, tirare fuori corone d’alloro e coriandoli. E il giorno dopo foto-profilo, migliaia di cuori, finalmente dottoressa, l’ultima grande Passeggiata, ciondolare con la tesi in mano, genitori che si commuovono e tutto ricomincia.