L’invasione ingegneristica della facoltà di lettere e filosofia.

Arroccati sui bastioni, armi alla mano e libri nell’altra, fiero lo sguardo, forte lo spirito, la massa di studenti provava a difendere con sprezzo del pericolo e cavalleresco coraggio le posizione conquistate con una marca da bollo e un certificato d’iscrizione. Ma duro e deciso, l’impeto del nemico invasore si schiantava sui cancelli che già aperti crollavano ai passi della truppa che marciava in direzione opposta e contraria al deciso richiamo non avanzare è già indietreggiare. L’indomani e il giorno dopo ancora, all’alzarsi dei corvi che banchettano sulle vittime e sulle buste della spazzatura, l’immagine terribile della sconfitta piombava sulle balconate, recintati nelle loro nuove posizioni, gli invasori riempivano i banchi di geometria e analisi, li scalfivano e incidevano in penna bic coi loro calcoli integrali e nuove voci venivano portate dal vento che suonavano un po’ come «sei andato a registrare l’esame d’idraulica?» La rivoluzione industriale in tutto il suo ardore precipitava con il suo carico di asfalto e mostri meccanici, parcheggiati ovunque, a impedire l’accesso dietro l’abile guida di chi sa cos’è un pistone. La guerra si combatte per le più varie ragioni ma dietro le più false ragioni e così qualcuno disse che l’aria di via Is Maglias era malsana e qualcuno aggiunse che un continuo vociare impediva lo studio matto e disperatissimo al quale è solito aspirare ogni studente universitario nel pieno dei suoi vent’anni e della sua carica ormonale. Solo una volta lungo il corso delle sciagure umane si disse che ci si batteva per la figa, ma l’onestà dei troiani e degli achei è un lontano ricordo.

La resa incondizionata firmata sulle panchine rosse, l’onta come su quel vagone a Versailles, la macchia che solo un’altra guerra potrà cancellare. E tutti speranzosi volgono lo sguardo alle palme che sembrano spuntare sull’isola che compare un po’ più in là, i figli del custode portano la bandiera della revanche.

Storia sociale della canadese.

La canadese, nota nel resto d’Italia come tuta da ginnastica, è un indumento polivalente. Nata per l’attività fisica, l’abbiamo vista indossata nei contesti più diversi e con abbinamenti da improvvisi colpi di sregolatezza. Ce l’aveva un nostro compagno delle medie il giorno della cresima, la indossava quella signora al supermercato con la scarpa col tacco, la metteva, giorno dopo giorno, anno dopo anno, quel personaggio della tua classe che puzzava da matti.

Va da sè che alle elementari la canadese diventa uno strumento o il primo strumento di emancipazione. I tuoi hanno deciso per anni come dovessi vestirti, per alcuni periodi eri impotente, ti era impossibile anche non cagarti addosso, figuriamoci operazioni leggermente più complesse. Poi è venuto il vasino, addirittura il gabinetto, ma ancora non eri libero. Sono iniziate le scuole e vuoi mettere che tu debba sfigurare? Sei costretto a indossare camicie, scarpe a modo, addirittura il cravattino. Poi ti viene comprata una canadese per l’educazione fisica e dentro ci stai da dio. Niente cinti, niente bretelle (quelle le riapprezzerai in seguito, dopo i 25), un elastico e un tessuto morbido che ti coccola e sembra dirti ehi, ehi, non ti lascerò mai. E allora la vuoi mettere sempre, la canadese, ed è così che ti emancipi e così che diventi padrone del tuo vestiario.

Ecco perché alle scuole medie una buona canadese è l’unico modo di sopravvivere. Poi negli anni ’90 la rivoluzione si colora di fucsia, verde e altri colori stravaganti. È un arcobaleno quello che descrive un mondo di giustizia sociale, la canadese democratica, la canadese in acetato. Non c’è altro modo per descriverla, le parole si ingarbugliano, sfuggono, non si trovano da quante ne hai in testa. Allora lo dico in maniera breve: erano incredibilmente brutte. Fuori l’acetato sapeva di busta della spazzatura un po’ più lavorata e dentro avevano un rivestimento felpato bianco. Colori scelti fra i più brutti, in assoluto, nella combinazione, nelle trame. Rombi, righe, accostamenti improbabili.

Foto di prima media. Facce un po’ spente, brutte montature di occhiali, le prime scarpe Nike ai piedi di qualcuno. Lì nell’angolo in alto a sinistra, nella fila in piedi c’è un vecchio viso conosciuto. Non se la passava per nulla bene, eppure eccola là, sopra di lui, la canadese in acetato. In ogni caso, gli anni ’90 erano proprio trash, quasi quanto gli ’80.

Superiori e nuovo decennio. Uniformarsi va bene ma con un certo riguardo: la canadese va indossata solo nei giorni di educazione fisica. Preferibilmente Adidas nera, con le strisce laterali colorate, oppure una di quelle Nike coi bottoni fino alla vita che ti chiedi a cosa mai serviranno se non per il classico scherzone del tu amico che te li apre tutti. C’è solo uno in classe che indossa la canadese: il soggetto, il jollone. Ce l’ha sempre, talvolta non si cura neanche di indossarla con le scarpe da tennis, ci mette sotto un scarponcino e va. In un nuovo contesto la canadese è diventata uno strumento di emarginazione sociale: non puoi sbagliare, chi la mette per andare a scuola è un jollone, teniamolo lontano che magari ci contagia.

Ma nell’universo cittadino, c’è un’altra persona che fa della canadese la sua divisa. È il gaggio. Solitamente del Milan, o al massimo del Manchester, comunque nera, la canadese è compagna di tutte le attività, dallo spaccio alla curva piegando dietro le case parcheggio. Ecco perché da Nike&Nike in via Sonnino è pieno di gaggi.

Il primo decennio del 2000 se ne va, la moda torna a cambiare e la canadese, prepotentemente chiede un ruolo di maggior spicco. Ricompare nelle scuole, anche nei giorni senza educazione fisica, soprattutto Adidas, quei modelli vintage in un tessuto simile all’acetato, un po’ lucente, veramente brutto. E a queste si affiancano modelli ancora più tradizionali, in felpa, con il tubo stretto e a volta con la scritta Carlsberg sul culo. Eccola, è tornata, è di nuovo cool.

Si fa presto ad essere nostalgici, a ricordarsi dell’emarginazione sociale e di quelle cose lì, a pensare a quanto fossero trash alcuni decenni della storia umana e a quanto sia facile tornarci. E allora vai a comprarti un paio di bretelle, che magari fai pace con il mondo.

Kiagliari. Una guida pop (2): ambientarsi.

Quando arrivi in Sardegna ci sono due cose che devi imparare ad accettare, anche se non sono vere. La prima è che l’anno scorso l’estate era durata di meno. La seconda è che le distanze in Sardegna sono lunghe. Ingoiare questo boccone, soprattutto mentre ti accorgi che fra Cagliari e Villassimius ci sono solo 40 km, ti aiuterà a comprendere buona parte delle conversazioni.

Ma veniamo ora alle notizie che volevi quando scelsi, fra tutte le guide, proprio questa. In Sardegna e a Cagliari in modo particolare esistono due stagioni: una fredda e umida che va da novembre a marzo ed una calda e secca che va da aprile a ottobre. Ci stiamo impegnando per cancellare l’inverno e presto ci riusciremo.

La divisione delle stagioni è come lo scafo di una nave con compartimenti a tenuta stagna: non c’è collegamento fra loro. Non importa il meteo, il global warming, le circostanze, le feste comandate, il cambio della stagione cadrà sempre nella solita data e implicherà sempre lo stesso cambio di abitudini.

A settembre, nonostante temperature praticamente identiche a quelle di fine agosto, il Poetto — la mitica spiaggia cittadina — si svuoterà. Venire a Cagliari a settembre perciò non è una grandissima idea se ci si vuole buttare anima e corpo nella gente del luogo. Con il passare del mese, poi, le vie del centro la notte cominceranno a svuotarsi in relazione alla colonnina del mercurio. Una volta scesa sotto i 20 ci saranno giornate in cui sarà difficile incontrare qualcuno per strada nelle notti del weekend.

La stagione “fredda” è quindi sconsigliata, soprattutto a te. Certo, anche a dicembre ci saranno giorni di sole in cui si potrà andare a passeggiare al mare. Ma con altrettanta probabilità pioverà o verrà su un maestrale di quelli che rendono Cagliari così adatta alla vela (come sostenne anche un candidato sindaco) con conseguente impossibilità di fare qualsiasi cosa di interessante o divertente. Perché tu non sei una di quelle persone che va in vacanza per andare al cinema.

Ti è venuta un po’ d’ansia. Guardi il calendario, la vacanza è progettata ma ora hai una terribile paura di sbagliare data. Certo, luglio e agosto li conoscono tutti, ma magari non vuoi spendere così tanti soldi, vuoi una stagione più abbordabile.

Dio — ti chiedi — perché ho preso questa guida? Per scoprire come non sbagliare data, scemotto. L’ultimo freddo soffia a marzo, di solito le prime due settimane, ma in ogni caso con l’arrivo dell’ora legale il letargo della città finisce: il giorno che uscimmo dai rifugi. Le vie tornano a popolarsi, il lungo viale Diaz comincia a trafficarsi, la domenica diventa impossibile trovare un chiosco libero in cui mangiare.

È cambiato tutto: le discoteche (cfr) non sono più l’unico rifugio di gamberoni (cfr) e non, le chiese vengono disertate anche dai democristiani più sinceri, le rondini non ci sono ma si rivedono vestiti e scollature.

Ora stai attento, lì a fianco a te c’è il tuo amico intellettuale. Lo sta per dire: le chiese si svuotano, possiamo visitarle! Colpiscilo alla bocca dello stomaco e fai finta di nulla.