Guida cagliaritano-galattica per gitanti 2013.

Ancora tu. Nonostante i prezzi di traghetti e aeroplani, i gelati maggiorati del 50% nelle spiagge, l’improvvida chiusura dei baretti e tante altre disavventure dell’epoca della crisi, hai scelto Cagliari. O forse è stata lei a scegliere te, perché ci sei nato e crisi vuol dire non poter andare da altre parti, neppure a San Teodoro, come eri solito fare, bello come un Dio greco, infoiato come un quindicenne in età post-puberale. Insomma, chiunque tu sia, hai detto no alle tentazioni low-cost che oggi si chiamano Puglia e Croazia e hai scelto Cagliari. Hai preso questa guida perché tu non sei come gli altri, perché non ti fidi del Touring Club, perché vuoi la verità. Ti senti spaesato; non sei un illuso sai che anche se non siamo a New York, le cose possono cambiare radicalmente in un anno, quindi leggi queste righe perché non vuoi incorrere in situazioni spiacevoli. Ti chiedi perplesso «che fare?», e nella tua perplessità ritrovi però l’aspetto pensoso e affascinante del Dio greco che credi di aver perso anni fa. Non pensare più, ora, lasciati trasportare dal verbo.

Abbiamo di nuovo i chioschetti, alcuni perlomeno. Le palmette sono tornate: smantellato il colossale complesso che affascinava tutte le generazioni, eccole nella loro nuova veste minimal, un po’ vintage, semovibile. L’ambiente però non è cambiato, potrai trovare i gamberoni-del-giorno-dopo, che arrivano in spiaggia sul tardi con i postumi della serata passata «a fare danni» o «in grinta con i soci»; potrai trovare anche le ragazze, nell’anno terzo dell’era brasiliana, talvolta nell’anno primo di quella del perizoma e quindi sì: c’è anche il culo più famoso di facebook. Il panciuto cinquantenne baby-pensionato, maledetto lui, ti guarderà bevendo il caffè (per ora bicchiere di plastica, presto giungeranno le tazzine), ma altresì si saranno dati appuntamento gruppi di giovani universitari intenzionati a raccontarsi tutto ciò che la movida cittadina ha loro insegnato. I più in vanno a fare situazione al Lido: cioè stanno lì al bar, vestiti di tutto punto, senza lo straccio di un costume, con un caldo africano e il mare a due passi. Ma l’importante è esserci, il bagno è per gli altri.

L’area dei tavolini delle palmette, delimitata da una staccionata segna il confine con la sala tecno, cioè la zona gaggia, essendo oggi, anno 2013, la nuova moda delle giovani leve di case parcheggio e palazzine quella di portarsi dietro gli stereo e pompare musica tecno, ma zaccando molto. Il gaggio ha una morbosa attrazione per reti e staccionate, lo stesso tipo di attrazione che il tuo gatto ha per la luce del laser, che insegue nella vana speranza di fare sua. Appena vedono una staccionata corrono a mettere gli asciugamani lì intorno, non c’è spiegazione: è questione di istinto. Quest’anno, poi, portano al collo un rosario, a volte in plastica, altre in legno: sì, uno di quelli che snocciolava ogni mattina tua nonna. C’è chi, spavaldo, lo ha in colori jamaicani e magari lo accompagna al porro.

Hai capito, tu che non sei uno qualunque, che la prima fermata è la migliore se vuoi cogliere il maggior numero di tipi umani. Le palmette la dividono: a destra più tecno, a sinistra più relax. Certo è che, sopratutto nei giorni di bassa marea, è solo lì che puoi vedere il mare come fu prima del ripascimento, sul quale ovviamente sei informatissimo. Ma dopo un po’ sei stanco, sei arrivato alle 12, come un signore, al cambio del turno, quando i vecchi che sostavano lì dalle 7 AM vanno via lasciando incustoditi i parcheggi e i posti migliori in spiaggia. Quindi di sera te ne vai, torni a casa o in albergo e vuoi uscire. Fai prima un giro, vorresti fare l’aperitivo: già, non è così semplice. Però ti guardi intorno e ti accoglie un’altra delle mode di quest’estate: gli shorts con un bel pezzo di culo fuori, accompagnati però dalle Hogan. Questo è fashion oggi, 2013. Lo sono anche le gonne a vita alta, i leggins etnici o floreali e per i maschietti va ancora il risvoltino nei bermuda, nonché la doppia base.

E la notte, che fai? Vedi il pellegrinaggio verso Pula e capisci quanto vanno in fissa ultimamente i cagliaritani per Pula. Lì ci sono discoteche e pizzerie, se hai la macchina un salto devi farlo, lo impone la mondanità. Eri abituato alla Cagliari delle file infinite il sabato notte al Poetto, con la fiumana di gente da un chiosco all’altro: ora non esiste più. La movida sopravvive in altri posti, si annida sulle scalette del Mojito, nel bastione, la Marina si popola, anche se tendente a un pubblico più fricchettone, erasmus sopratutto. Calamosca è, da questo punto di vista, il nuovo Poetto. Le terrazze, le pailotte, è lì che la movida si anima. Il martedì le note del reggaeton attirano l’umanità più varia, quelli che amano le staccionate e che quindi parcheggiano ovunque fino a chiudere completamente l’accesso. Bevono anche fuori dal locale e si chiamano «l’amì», ma tu che sei un campione non li temi.

Italiani, andate a casa!

Di tutte le sventure che potessero capitare agli abitanti del pianeta Y-2X, orbitante intorno alla stella S345X-1, nella lontana galassia J-203 di un lontanissimo angolo di universo, certo questa era la più inaspettata. L’astrologo ufficiale della Capitale della federazione di regni che governava l’intero pianeta, un distinto omino verde con le sue due teste e i suoi tanti occhi di nome B-BG aveva appena predetto per il nuovo anno, che si dia il caso iniziasse proprio quel giorno, un roseo futuro chiamato novità. Contando che il nostro B-BG faceva le sue previsioni combinando parole a caso, dobbiamo inevitabilmente appuntare che quel giorno il caso sfruttò l’affilata arma dell’ironia.

Già, perché quel giorno, sul cielo della Capitale comparve un punto grigio. Non era la prima volta che comparivano punti grigi sul cielo della Capitale, erano illusioni ottiche create dall’allineamento della stessa principale S345X-1 con gli altri pianeti del sistema, non fosse che… Non fosse che, ecco dicevamo, di tutte le sventure che potessero capitare a quel piccolo pianeta era toccata in sorte quella di essere invasi, fra tutti i popoli dell’universo, dagli italiani. Il punto grigio, che a prima vista confermava i buoni auspici dell’oroscopo, divenne sempre più grande fin quando qualche ingenuo passante disse: «no ecco, quella mi pare proprio un’astronave». «Pare anche a me» rispose B-BG che passava anche lui di là e quindi era a tutti gli effetti anche lui un ingenuo passante. Un futuro chiamato novità.

Tantissimi anni luce prima, ancora per caso — maledetto caso! — fra tutti i popoli che abitavano un pianeta, quattro o cinque volte più grande di Y-2X, proprio agli abitanti di una regione a forma di stivale, nota al mondo per tante cose, fra cui la pacca sul culo sul posto di lavoro, toccò l’onere di procedere all’esplorazione spaziale. Quando infatti la navicella Voyager tornò inaspettatamente sulla Terra, quello era il nome del pianeta in questione, con dentro un biglietto recante un messaggio, come sta Johnny B. Goode?, fu indetto un concorso fra le nazioni per andare alla ricerca della forma di vita aliena che aveva gradito Chuck Berry. E questo concorso fu vinto, con grande stupore generale, proprio dal paese a forma di stivale, tale Italia.

Cosa c’entravano gli abitanti di Y-2X con questa storia? Nulla, assolutamente nulla. Voyager era arrivata su un pianeta che si trovava a qualche migliaio di anni luce nella direzione opposta, ma l’astronave italiana, la Colombo-1, viaggiò convinta di andare da un’altra parte. Per gli omini verdi del pianetucolo del sistema J-203 quella fu una straordinaria sorpresa. Erano un popolo pacifico, il loro cervello non era in grado di elaborare concetti quali la guerra, le rivalità, i contrasti, in compenso erano capaci di assorbire qualsiasi lingua dopo una brevissima esposizione a questa. Gli italiani, gli alieni invasori per dirla alla terreste, arrivarono in cinque, tutti uomini, e scesero con passo trionfale.

«Indigeni!» strillò uno di questi «Siamo venuti in pace». Una folla si radunò loro intorno, centinaia di piccoli omini verdi. «Che brutti» vociferò all’orecchio del capo spedizione uno degli altri astronauti. Non fu il modo migliore di iniziare, fortunatamente gli abitanti del pianeta avevano bisogno di ascoltare otto parole per assorbire una lingua, e gli italiani ne avevano dette solo sette. Dipanate quindi le difficoltà linguistiche, i visitatori furono condotti dalle autorità e nel giro di qualche giorno visitarono meraviglie della natura e palazzi storici, conobbero tutti i re e altri personaggi noti e furono alloggiati nei migliori alberghi.

Passarono così due settimane su Y-2X senza dare segni di voler andare via. Il nostro B-BG, che avendo azzeccato la previsione era stato promosso ad ambasciatore ufficiale per i rapporti con i popoli alieni, chiese loro se avessero fissato una data di rientro. Il capo spedizione, il maggiore Maggiori, disse «oh sì, ce ne andremo». «Quando?». «Ce ne andremo». Passarono i giorni e nulla cambiò. Voi direte, che c’era di male? Nulla, in apparenza. Non fosse che… Non fosse che la vita degli abitanti di Y-2X si basava su un giorno di dodici ore, sei di sonno, sei di veglia, cinque delle quali passate a lavorare. Gli italiani sembravano invece poter tirare svegli per due interi giorni di quel tipo, tenendosi sempre impegnati per le strade cittadine, strillando e ridendo, mangiando per ore e costringendo così i ristoratori a lavorare ben oltre le loro capacità fisiche. Un dettaglio che forse vi era sfuggito è che quegli omini verdi erano così pacifici per la loro incapacità di dire no. Gli italiani chiedevano e ottenevano. «Potrei avere il bis?». «Certo». «Non è che potrebbe prepararmi quella specialità lì che ho visto che…». «Senz’altro». «Posso mica fumare?». «Si figuri». Il fumo, che gli analisti del pianeta scoprirono essere dannosissimo perfino per gli italiani era una vera tortura per il singolo polmone di cui erano dotati gli abitanti di Y-2X. Un giorno poi chiesero del vino e gli scienziati locali lo inventarono. Gli invasori alieni ne bevevano quantità incredibili, poi slacciavano la cinta del pantalone, si muovevano con difficoltà e stavano per ore a strillare. Nel giro di un mese, la loro molestia rese la vita nel pianeta sempre più difficile. Turbava la popolazione il loro vizio di fare discutibili apprezzamenti sulle donne locali, nonché ancora più discutibili tentativi di abbordaggio. Ma anche le donne di Y-2X non sapevano dire di no. Quando diedero loro un mezzo di locomozione lo parcheggiavano ovunque, lo lanciavano a velocità folli, perfino contromano. Sembrava quasi non capissero il codice stradale vigente. Anzi, a dirla tutta sembra non capissero alcuna regola. Vietato buttare rifiuti per terra. E dove passavano ecco un esercito di spazzini convocato per ripulire. Visto che gli scienziati di Y-2X erano così bravi, si fecero costruire uno strano aggeggio piatto, uno schermo che chiamavano TV e che, sintonizzato sul loro lontano pianeta, trasmetteva inquadrabili sceneggiati e contro quello schermo loro sbraitavano. Ma più di tutto parlavano, parlavano, parlavano.

Il nostro sventurato B-BG tornò a chiedergli: «quando partirete?». «Un giorno» risposero. E fu così che i pacifici abitanti di quel pacifico pianeta si stancarono e per la prima volta nella storia della loro razza scesero in piazza con minacciosi cartelli: ITALIANI, ANDATE A CASA! Gli italiani, dal canto loro la presero a ridere: «guarda» commentarono «hanno inventato la CGIL». E risero ancora.

Il nostro sventurato B-BG tornò da loro, spiegò le difficoltà della popolazione, li ringraziò per essere stati lì e gentilmente li invitò ad andare via. «Sai, caro mio» rispose il maggiore Maggiori «se devo dirtela in tutta sincerità, io ho una famiglia da mandare avanti e per ogni mese che passo qui ho un bel bonus. Sai, dei figli, una moglie esigente». «Capisco, ma…». «E se devo dirtela davvero tutta, le cose a casa non vanno benissimo, sai che rottura a volte le donne, e un po’ di vacanza male certo non mi fa». «Capisco, ma…». «E poi c’è il governo, quelli speculano su tutto, se io torno, con tasse e altre cose ho lo stipendio dimezzato». «Capisco, ma…».

E lì rimasero ancora. A pochi passi dalla loro astronave avevano anche piantato la loro bandiera, un tricolore verde bianco e rosso con al centro un’enigmatica scritta: tengo famiglia.