Breve storia di internet, tipo dal 1999.

Ora non facciamo i precisini, le date le tiro fuori dalla memoria, senza l’ausilio dell’Onnipresente. Fatto è che come uomo qualunque — e con questo intendo tutti gli uomini qualunque che sono milioni e dicono abbasta — sono le cose che mi ricordo io e noi. Questo paragrafo contiene in sé tre citazioni e questa è una roba alla Panofsky quindi se mi volete mettere le note a piè di pagina fate pure.

1999. Internet arriva a noi mortali con il gracchiare del modem 56K e gli abbonamenti gratuiti regalati qua e là, tipo pure su Topolino. Il massimo che puoi fare è il canale della tua scuola su mIRC, per aprire l’email quel quarto d’ora ci vuole tutto, figurarsi un allegato. Parliamo di un mondo in cui un floppy disk aveva un senso quindi, sì, insomma mesozoico. E c’è ICQ che tutti si sbrodolano nel scoprire che si dice ISeekYou. Digiti Cagliari e quanti ne trovi? Una decina.

2000-2002. Ecco l’ADSL, quella di Telecom che ti dà i gadget. Possibilità infinite, ora mIRC permette di scaricare i film da riversare su supporti disco. Si chatta su c6 perché puoi cercare per sesso e fasce d’età. Webcam e scanner hanno sostituito il vecchio ti puoi descrivere? Puoi dire che non le hai, ma una propria foto salvata diventa fondamentale. Cominciano i prodromi del selfie, ce lo ha insegnato Jim di American Pie. I siti di incontri non sembrano ancora il lato oscuro che sono diventati poi, gli dedicano pure un programma in TV. Napster è uno di noi, gli mp3 si ascoltano rigorosamente su Winamp, ma girano su CD che si spacciano di mano in mano, non a tutti è concessa l’alta velocità.

2002-2005. Ora avere un’email non è questa gran cosa, compare Gmail, all’inizio è solo su invito: chi li ha li smercia. È l’esplosione dei blog, ma ancora non esiste il popolo della rete. MSN si mangia tutti gli altri vecchi programmi: è come gli sms, solo che è gratis. Ti prego passa online. Myspace è l’unico social network conosciuto, ma non lo usano in tanti. L’Onnipresente si è mangiato gli altri motori di ricerca, la fotografia digitale ha invaso tutto e ora le foto fioccano: non puoi più chiedere hai una foto, e lì bella pronta nella casellina di MSN. Napster è morto, eMule va un casino. Badoo è vero disagio, ma con il senno di poi il fondo è molto lontano. Gli anni ingenui dei dialer, i primi siti di scommesse online. Vengono meno le regole su soldi e identità. Addio nickname, dimmi chi sei. Ciao, sono un principe nigeriano e ho bisogno dei tuoi soldi… EBAY.

2006-2008. I torrent, i sottotitoli, LOST: è l’invasione dei telefilm. Compare Facebook e pian piano uccide MSN. Volevate un po’ di foto di me? Eccole, cazzo. Nasce il mipiace, nascono i tag. Si esce la sera e il giorno dopo ecco l’album Uscitina, foto letteralmente ovunque. Quelle del giorno-dopo la discoteca sono pronte da taggare, non le mica devi cercare più su Crastulo. Internet si svela per ciò che è: un gigantesco album fotografico, anche se principalmente di gatti. Gli status su Facebook diventano la misura del consenso: quanti mipiace raccoglierò? Il cellulare è quasi soppiantato, avere il numero è inutile: dammi il tuo contatto Facebook. Si diffonde la moda idiota della «condivisione di link», si diffondono status del tipo: condividi una cosa che ho messo io senza mettere mi piace ci resto male sei una merda. Scopriamo finalmente che no, non eravamo tutti così bravi con ortografia e menate da Accademia della Crusca. Wikipedia scatena un boom di lauree. Youtube esplode: non solo foto, ora anche video. L’Italia vince i mondiali e la rete può documentarlo per davvero. Chiunque può diventare uno star, dai video fatti con una compatta emergono cantanti e gruppetti, talent fai-da-te, alcuni hanno esiti a dir poco nefasti.

2008-2011. Ogni tanto MSN lo apri ancora, poi sempre meno, poi non lo apri più. Per fare truffe serve un sacco di ingegno, ma i minorenni sono ovunque. Arriva lo smartphone, internet è ovunque. I social network non li conti più: che cazzo è instagram? Un cellulare perde ormai ogni utilità se non ha connessione. Instagram porta la mania delle foto a un livello successivo. Fanculo whatsapp costa 89 centesimi. Ora una foto può fare mipiace anche in tripla cifra. Ebook, film, tutto è digitale ormai. Il lettore CD/DVD pian piano muore: dammi una chiavetta USB e ti aprirò le porte del paradiso. Il porno professionale o amatoriale ha ormai così tanta possibilità di diffusione che servirebbero 48 ore al giorno. Lo spoiler non è un pericolo, è un’ossessione. La rivoluzione pare si faccia su twitter. Va un sacco di moda mettere mipiace alle pagine, per un periodo a quelle riguardanti gli anziani.

2012-2014. È l’isteria. Un partito politico mette nel suo programma internet gratuito. Anni di: cerca su Google, informati su internet hanno ammazzato il senso critico. C’è un social per ogni cosa, ora si ragione in termini di app. App che richiedono aggiornamenti, che occupano spazio, che intasano telefoni. La nuova tendenza è l’hashtag, è ovunque. Gli psicologi ci rassicurano: se ti fai un #selfie sei fuori di testa. Il telefilm ha sostituito il romanzo. Si può mangiare qualcosa senza prima fotografarlo? Qualcuno si caga ancora i blog?

A che ora ti svegli, Cagliari?

Di là delle onde azzurre, dell’asfalto dei colli e dei tetti sbilenchi e oltre le mura opache, le nuvole che volano via e il silenzio della domenica mattina, giù lungo le strade deserte di un giorno di festa, superando le periferie che tacciono, verso le case dei nonni e in fondo in fondo, a superare il letto disfatto e il vento che soffia e il sole che brucia e la scuola che è vuota. Il metallo tintinna sulla ceramica, il caffè che gocciola, la tastiera che batte, un telefono che cade. La luce sul mare, le orme di un gatto. La strada che scotta, nessuno che parla, lo stagno, una bici, gli occhiali da sole, le finestre aperte, l’odore del cielo che cambia colore.

Ma ecco una nuvola, ecco una pioggia, l’ultima dell’anno, l’auto è marrone. Qualcuno si chiede è finita davvero, poi la porta si apre, uno stormo rosa e via tutti, clac-clac delle infradito di gomma. E viene la sera e la gente ritorna e l’aria è carica di odori cotti dal sole e ha soffiato ancora il maestrale e non c’è azzurro più grande di questo. Un aereo nel cielo, la sella poggiata sul golfo, le palme piegate, la sabbia che vola. Ora ti svegli dal lungo letargo, di nuovo qualcuno ha voglia di uscire. E i rumori si spostano e lo sciame umano prende altre direzioni ed è ancora una volta quella vecchia stagione. Ogni volta la stessa, eppure non stanca mai, come fare l’amore. Leggete questo.

I turisti a Cagliari non li voglio.

Io mi ritrovo che per vedere Firenze mi devo alzare alle 7 del mattino, perché se esco di casa che sono già le 8.30 non ci ho mica intorno il passo svelto di chi marcia a lavoro, l’odore del caffè e delle borsette i ragazzi con i visi sfatti perché non è ancora domenica. No, c’è invece quella belva umana che è la folla, le orde barbariche, gli Hyksos con la Reflex che battono i piedi manco fossero zoccoli e ciarlano e fanno file e tirano il naso all’insù e ciarlano ancora. 

Ora io scrivo queste righe non perché voglio parlare di Firenze o dei fiorentini, è un azzardo che si lascia ad altri, quello, s’intende, di parlare di certa gente perché ci sei stato qualche giorno. Le scrivo perché poi mi immagino Cagliari quando quegli altri parlano della città che dovrebbe vivere di turismo, ma io le orde non ce le voglio. Lo slalom fra le scolaresche ormonali e le famiglie giapponesi e non voglio neppure i ristoranti turistici, perché non c’è nulla di peggio dei ristoranti turistici. Uno si prende la briga di andare fin là e questi che gli offrono da mangiare? Così, dalle mie parti, non si fa.

No, non li voglio tutti quei turisti. E non m’interessa se afflussi del genere ti salvano la pelle all’epoca della Crisi, e non mi importa che per salvare la pelle si fa tutto, né m’importa che tutti conoscano la mia città. Io voglio esserne geloso, voglio storcere il naso quando un forestiero mi dice che la adora e vorrei chiedergli: sì certo, ma tu a correre al Poetto la domenica mattina ci sei mai stato? E se mi dici una volta non vale. E non è xenofobia, è che la città è anche mia e io la voglio un po’ anche per me, senza la folla consumante. Non ho paura che me la rovinino, non penso che l’orda turistica sarebbe responsabile dell’inquinamento più di quanto non lo siano già i sardi. E poi te li immagini i cagliaritani a dover combattere con la movida? Da altre parti si scomodano fascismo e antifascismo in difesa del sacrosanto diritto di vomitare portoni.

È che voglio andare alla prima fermata senza l’adesivo di TripAdvisor e voglio trovare posto a mezzogiorno quando quelli del primo turno della mattina se ne vanno. E voglio uscire la sera senza fare mezz’ora di fila per un gelato e senza qualche ragazzo del ristorante turistico che ti prova a fermare e ti dice: dai siediti qui, mangia da noi. E voglio che poi quelli che ci vengono qui non li debba consigliare io su quali posti evitare, voglio che sappiano che i ristoranti non sono mai pensati per turisti e che quindi sono posti per bene e non sale mensa con apposito travestimento.