La mia gita della terza media.

Ho appena visto le foto della gita di terza media a Barcellona di una ragazza che conosco e questa frase da sola contiene tutto il salto fra la mia e la sua generazione.

In una foto saranno sei o sette, con il cellulare poggiato all’orecchio e penso che chiamino a casa e noi chiamammo dai telefoni pubblici della hall dell’albergo. Ovviamente non eravamo a Barcellona ma a Rimini perché Ryanair non esisteva e l’aereo era una cosa che costava e quindi Elmas-Fiumicino e poi un lunghissimo viaggio in corriera fino alla costa est con mezzo pullman che si pisciava addosso e l’autista che non si fermava mai. Dite ora a un genitore che non potrà sentire suo figlio appena arrivato all’aeroporto e probabilmente non firmerà il famoso permesso-scritto che nessuno ha mai letto per davvero ma che credo autorizzi i professori a godersi lo spettacolo se un alunno fa qualche cazzata.

Le foto poi erano un rituale quasi mistico. 24 o 48, non di più, a seconda di quanti rullini ti portavi dietro per poi sperare che le foto uscissero. Ecco perché ne facevi sempre una in più di quelle importanti, metti che esce sfocata, e poi arrivavi a scuola con un album che ti dava il fotografo e tutti si affollavano a guardare qualcosa che non avrebbero mai avuto, altro che tasto download. Era il mondo in cui nessuno, ma proprio nessuno, sapeva cosa fosse una e-mail e c’entra poco con il fatto che la mia fosse una scuola di periferia modello pensieri-pericolosi con Michelle Pfeiffer. Mi viene in mente che per andare in Spagna ci sarebbe voluto il visto e che noi non ci saremmo mai fermati allo shop del Barcellona perché senza sky&co. era difficile conoscere perfino i nomi dei giocatori del Barcellona e per di più Ronaldo era appena passato all’Inter e sconfiggeva la gravità con la maglia numero 10 perché il 9 lo aveva Zamorano.

Oltre queste differenze strutturali (era per tutti più o meno il primo viaggio in aereo e andare in aereo era davvero qualcosa di figo) ci sono poi quelle differenze che vengono dall’aver fatto quella scuola là e questo emergeva in altri aspetti. Tipo: un mio compagno di stanza si era cuccato (fatto) un’altra ragazza per poi lamentarsi «minca tiene gli occhi chiusi»; si era creato un servizio in camera via un altro mio compagno (che voleva i capelli-a-là-Ronaldo e allora io, che non avevo neanche i peli sotto le ascelle e figuriamoci se mai avessi mai preso un rasoio in mano, lo rasai tagliandolo numerose volte sotto i suoi strilli soffocati per non svegliare la prof) che distribuiva gelati passando per il bar della reception; una decina di persone era stata punita per schiamazzi e aveva saltato l’evento del viaggio, ovvero l’Italia in miniatura; quel compagno dei gelati aveva sputato di sotto beccando un malcapitato in testa; sempre lui andava in giro dicendo «voglio coddare» e mostrando i suoi nuovi nuovi peli del pube; alcuni erano rimasti a casa o per ragioni economiche o per evitare incidenti diplomatici con la regione Emilia-Romagna.

Esistono ancora i cremini?

Perché si chiamavano cremini? è una di quelle domande che non hanno una risposta precisa. Alcuni dicono perché usavano colori chiari, altri perché ritenevano di essere la crema, altri ancora perché venivano definiti la crema, ma in maniera dispregiativa.

Fatto sta che da qualche anno di cremini non si parla più. Il termine è stato soppiantato da quello di fighetti ma è questo stesso gruppo che in un certo senso è scomparso. È una storia che sappiamo già: erano i primi anni del nuovo millennio la subcultura dominante era quella surfer, l’hip-hop si diffondeva con una certa importanza, i Blink 182, American Pie e Scary Movie si affermavano come nuovi riferimenti culturali. Passati da parecchio gli anni dei guelfi e ghibellini, i giovani beneficiavano dell’ampia libertà di scelta dividendosi in numerosi sottogruppi come accade nei teen movie americani. Fra questi quello più esclusivo era costituito, appunto, dai cremini, presenti solo in poche scuole (principalmente al Dettori e con un’enclave al Pacinotti) che andavano al Cotton, mettevano le Hogan e, soprattutto, portavano il colletto della camicia o della polo all’insù, il famoso colletto alla cremino. A renderli esclusivi non era però soltanto il loro voler essere esclusivi, ma la strenua opposizione o ostracismo che ricevevano dagli altri sottogruppi. C’erano loro e c’eravamo noi. E se non eri uno di loro non volevi minimamente essere spacciato per tale. Lì ci vanno solo i cremini, quella è roba da cremini, dai è pieno di cremini. In termini attuali, nessuno che non fosse fighetto avrebbe mai aspirato a diventarlo, neppure nell’abbigliamento. Allo stesso tempo, i fighetti non volevano mischiarsi con gli altri. Le Hogan rappresentavano davvero una seria linea di demarcazione. Le Hogan erano, di fatto, la cortina di ferro.

Così l’altro giorno passeggiando per Cagliari mi sono messo a pensare a Della Valle. È come se il muro di Berlino fosse crollato anche qui, le Hogan ora fanno tendenza, sono diffusissime, non sono più esclusive. Con Hogan intendo tutta una moda che sarebbe appannaggio dei fighetti e che invece ora è perseguita dai più. Perciò, quando dico che è crollato il muro di Berlino, intendo dire che i cremini non sono più loro ma sono diventati quasi il modello di riferimento.

Cosa ha causato questo epocale cambiamento? Può darsi che risalga agli anni in cui la moda dettava di vestirsi sportivi, con Air Max, maglie Nike, visierine, Hot Buttered a quadri ecc., anni in cui tutti ci si vestiva così. Può darsi che sia colpa delle discoteche, ora molto più frequentate e che richiedono determinati standard, del nuovo struscio del sabato sera. Può essere anche che il gamberone e il cremino, per questa ragione, si siano trovati a coincidere. I gaggi cercano di essere fighetti per entrare in discoteca, i fighetti cercano di essere gaggi per sembrare più duri. Entrambi ignorano che le facce non mentono.

In biblioteca vedo uno con il colletto all’insù. I cremini, come i Dodo, sono scomparsi: lui saprà che cosa significava un tempo quel colletto?

Lo struscio del sabato sera.

Fra i rituali che si ripetono nella vita dei giovani e non-più-così-giovani cagliaritani c’è quello dello struscio del sabato sera, vale a dire quella serie di tappe che portano poi al momento topico del fine settimana, che dico! della settimana.

Il sabato, non lo scopriamo oggi, è il giorno della libera uscita da quando sono state inventate le domeniche. Ma non basta uscire per fare lo struscio. Andare in pizzeria, andare in un bar qualsiasi, andare al cinema, andare a cena da un amico non è lo struscio. Per struscio s’intende un percorso che va dal pre-serata alla serata e che si articola per gli ambienti più in tiro del momento, cioè quelli mondani, dove si recepiscono le mode e si dettano i canoni. Voglio dire: ci sono dei posti dove zio, è una busta diventa una frase cool, quasi generazionale, invece che il motto di una spesa in famiglia all’Auchan. Non è la vita sociale, che più o meno tutti hanno, è la vita mondana, nei palcoscenici concessi al pubblico di una città di medie dimensioni. Non basta dire che usanze e rituali si diffondono oramai via internet, ci sono dei posti fisici nei quali si aggiungono termini alla phraesologia kalaritana e dove si scopre che se vuoi essere del giro devi giocare a poker.

Pronti, via, allora. C’è da decidere dove mangiare, ma di solito a casa. L’aperitivo non sembra ancora funzionare a Cagliari. Si dice che si fa, ma l’aperitivo alla milanese pare incompatibile con le usanze del posto. Alle 7.30 i cagliaritani non cenano. L’Emerson in estate può essere un’eccezione, ma per il resto delle stagioni il pre-serata comincia dopo cena. Il Puccini è la fermata d’obbligo per chi è al top, soprattutto dall’autunno alla primavera, poi in estate c’è la succursale al Poetto, che poi è a fianco al Karaoke più gaggio che c’è, dove il neo-melodico è topico. Altrimenti anche il Peek-A-Boo, rifugio del vero gamberone. Il Libarium (che una sorta di aperitivo lo fa) va bene soprattutto col bel tempo, grazie al bastione di Santa Croce, è un pre-serata 2.0 perché poi si può stare lì a vedere pelo oppure scendere al Mojito. Libarium-Mojito-Discoteca è il classico struscio estivo. Il triangolo della moda e del linguaggio d’avanguardia, dove la subcultura hipster deve giocoforza cedere il posto a un abbigliamento più fighetto. Quando fai queste tappe sei troppo in piena. Essere in piena o in grinta  è un requisito fondamentale per andare in serata, vale a dire la serata, che conclude lo struscio. La serata è in discoteca. Jackie O o Cuore, Grace K o K Lab, Spazio Newton (da spazio) o CoCo’, poco importano i nomi, questi sono i punti di riferimento. Un potenziamento si è avuto con le serate dal nome straniero: bisogna riconoscere che i primi sono stati quelli del Do you party? poi sono arrivati Ready to celebrate e Todos in delirio e così via, l’importante era il nome esterofilo e la possibilità di dire in giro: o’ ci vediamo al Todos?

Essere in serata, considerando che richiede l’essere passati per il pre-serata, è una spesa ingente. Ma gli italiani hanno perso il primato del popolo più risparmiatore del mondo. Cancellate la parola d’ordine sistemarsi e togliete dalla bandiera tricolore la scritta tengo famiglia, ora i soldi si spendono eccome. Sono almeno 50 euro se vuoi essere in piena. Penso che a breve si venderanno i cocktail anche con le cambiali.

Ma la serata non basta. Lo struscio si fa esclusivamente con il tavolo. Vodka, Redbull e un cesto di frutta (sic). Il tavolo serve a garantire la comunicazione, che è resa impossibile nella pista da ballo, dove lo struscio è di un altro tipo ed è struscio duro. È qui che si definisce cosa va bene e cosa no: il polsino della camicia girato, le scarpe allacciate o no, il modello giusto o no ecc. In sostanza, il pokerino del giovedì sera si fa solo perché c’è stato il sabato che l’ha introdotto. Qualcuno deve pure aver detto che il Texas era famoso non solo per i buoi dalle lunghe corna ma che esisteva un poker alla texana. E questo può essere successo solo allo struscio. Finita la serata si va a fare colazione: Pino Deidda, Bar Giardino, si varia un po’. L’importante è dire che è stato un seratone, che ci siamo divertiti troppo e che abbiamo le foto su Facebook a testimoniarlo. È fisiologico che la serata che perdi è la migliore di sempre, quella a cui vai ti sembra uguale alle altre. Zio oggi era una busta ma lo scorso Ready era una bomba, peccato che non c’eri.

Lo struscio, nella sua funzione di momento topico, detta anche i ritmi della settimana. Dà qualcosa di cui parlare (del tipo: hai visto quella troia?), fa riflettere su come vestirsi alla successiva serata, ridefinisce ciò che è in e ciò che out. Le lamentele finiscono il martedì e da mercoledì si può iniziare a cercare una prevendita.

Senza il tavolo io non vado. Dio com’è sublime!

 

(1) Prendo il bellissimo titolo da Tom Wolfe che lo ha usato per parlare delle serate dell’alta società di New York.

Proletarizzare la classificazione Dewey. I rivoluzionari da biblioteca.

Ma se non hai il mitra come fai la Rivoluzione? Facendoti crescere la barba!

In aula si sta parlando di storia americana, di Malcolm X, di Martin Luther King, del movimento per i diritti civili, poi la mano si alza e lui da dietro dice: «Ma non state considerando il concetto di negritudine».

Il concetto di negritudine, buon Dio. La riconosco quella voce, non viene dal diaframma, sembra venire dal cervello. Si dà un tono, come certi intellettuali, è la voce del catechismo. Ora penso che non è venuto qui per parlare di Malcolm X e di negritudine è venuto per catechizzarci, perché sapeva che noi non avremmo mai parlato di negritudine perché noi siamo il Potere, o gli schiavi dello stesso.

Lo capisci che quello che ti stanno dando è un prodotto? L’istruzione universitaria serve il potere, t’illudono di essere libero e ti vendono la cultura di massa. Tutto ciò che è di massa è sbagliato. Niente multisala, niente fast food, niente catene di negozi, niente posti un po’ conosciuti. È la catechesi all’ennesima potenza, che dico! è una missione gesuita. Ma non ci sono rosari, così come non ci sono armi, qui la Rivoluzione avanza per parole-chiave, per concetti. Negritudine, villaggio globale, massificazione, plusvalore, partecipazione, clerico-fascismo, non-luoghi. Si tratta di imparare qualcosa dalle lezioni, solo quel qualcosa che il Palazzo lascia trapelare e poi usarlo contro il Potere dopo averne affinato la conoscenza in biblioteca. Avete presente quella studiosa che si era trasferita con gli orango? Noi siamo gli orango e i missionari-della-rivoluzione ci studiano e istruiscono. Ecco perché non parlano ma profetizzano. Non hanno amici ma proseliti.

Ed è tutto un ce, boh, non vedi che? non pensi che? ci ricordiamo di quegli anni e tu pensi: scusa come cazzo puoi ricordarti degli anni ’70 che sei nato dieci anni dopo? A volte sembra di sentir parlare tuo nonno perché siamo nel prima prima prima. Prima si stava meglio, prima c’era questo, prima non c’era questo. Continuando di questo passo si rimpiangerà il passaggio dallo stereo sulla spalla agli auricolari (massificati).

Missionari-della-rivoluzione, rivoluzionari da biblioteca. Come quando negli Stati Uniti gli attivisti andavano a mauimizzare i paarapalle, la loro missione è far avanzare verso il sole dell’Avvenire senza sparare un solo colpo.

Ce boh io credo che prima ci fosse più solidarietà e invece ora. E invece ora! Lo so, lo sta per dire, ora lo dice: e poi boh. Chi lo spiega ora a Zuckerberg che grazie a lui (cioè a facebook) il e poi boh si è diffuso e ora fa parte del linguaggio dei non-omologati? Ma secondo voi, prima, lo dicevano e poi boh in un’aula universitaria?

Ma se non vuoi far parte della massa qualcosa devi farla e allora ti fai crescere la barba o, se sei una ragazza, lasci una treccia in mezzo ai capelli lisci. L’importante però resta il tono e così puoi uscire di casa e proletarizzare la classificazione Dewey.

Il rap spiegato a Cagliari.

Erano gli anni del «chiaro». Quando si diceva chiaro invece che . Usciamo stasera? Chiaro. Bella giornata, Poetto? Chiaro. Chiaro poi è sparito e con lui tante altre cose, come l’hip-hop al terrapieno. Restano solo i graffiti, la gente è sparita ma non la sua storia, come i disegni dei cacciatori nelle caverne.

C’è stato un periodo, verso la fine degli anni ’90, nel quale Cagliari conobbe l’hip-hop. Erano anche gli anni in cui ci si poteva vestire hip-hop, cremino o di tendenza che voleva dire primordi del gamberone, l’abbigliamento del vero abitante delle discoteche quando erano delocalizzate ad Assemini, prima insomma dei supermercati. Pantaloni aderenti, Wrangler per i più semplici, in pelle per i più avanzati, magliettine improponibili, giubbotti Essenza. Brutte cose. La maggior parte dei graffiti che ancora popolano la città risalgono a quegli anni, prima delle Balene del fratello di Marco Carta che comunque in quegli anni era noto per far parte della più famosa crew di Cagliari, la TNT: Terrore Nei Tetti.

Chi è stato adolescente in quegli anni è stato probabilmente parte, seppure in forme diverse, di quella subcultura. Visto che pare che i comportamenti dei giovani si spieghino sempre per la ribellione, la ribellione passava per i pantaloni larghi e quelli che ben pensano di Frankie Hi Nrg, che faceva molto noi/loro, chi sa chi fossero gli altri, ma erano il nemico. In tanti avevano una tag, seppure non tutti avevano il pedigree per andare al terrapieno, dove, fra un porro e l’altro, fra un graffito e l’altro, qualcuno si dava da fare e faceva vedere tronfio le tracce lasciate per terra come trofei. Erano anche gli anni in cui Neffa non cantava quelle cose che canta ora ma era uno di noi e che chi non taggava andava a breakkare a Le Ormus, rigorosamente con il cartone.

Passeggiando al terrapieno, ormai deserto, mi chiedevo che fine abbiano fatto quelli i TNT. Gli impiegati dell’INPS? Ricorderanno di essere stati (anche) loro a portare a Cagliari i termini West e East Coast che in assenza di internet ben pochi sapevano cosa fossero? Tupac era ancora vivo, nel senso che era già morto, ma la gente credeva ancora che fosse vivo.

La ribellione ha poi cambiato forme e quando è arrivato Eminem erano in pochi a dire «è troppo commerciale». Non resta molto di quegli anni, la subcultura sopravvive e ce lo testimoniano i vari video di rapper in erba su youtube. Ma i writer non si vedono quasi più. È il dramma di internet: Kukku Krikka è un fenomeno nuovo oppure quelli così esistevano anche al terrapieno ma non venivano esposti al pubblico ludibrio?

Gaggiopoli

La macchina sfrecciò verso l’incrocio alla velocità di un pitbull incazzato, riuscendo a fermarsi a pochi centimetri dallo stop ma quattro stop dopo. La quiete del ridente quartiere fu interrotta dal battere tunzistico che fuoriusciva dai vetri fumè abbassati quel tanto che bastava per fare spuntare un cappellino nike e un paio di occhiali da sole per le immersioni ma senza boccaglio. Mincacazzo disse l’autista prima di premere acceleratore e frizione insieme per fare da coro alla canzone. Ma non fece in tempo a fischiettarne qualche nota che subito la macchina fu circondata da tutti i lati, la polizia cominciò a gridare puntando le pistole contro la vettura mentre un elicottero copriva il suono della musica con le parole che il copilota sputava attraverso il megafono «state tranquilli, la procedura sarà completata in pochi minuti, restate nelle vostre case».

E così fu: la portiera venne aperta e il ragazzo fu trascinato per terra, incappucciato e ammanettato mentre i cani gli abbaiavano contro rabbiosamente. La macchina, una golf nera, fu fatta detonare all’istante.

«Un altro è stato preso» disse soddisfatto il commissario.

«Al suo destino nessuno gli sfugge» rispose l’appuntato scelto annusando il mix di esplosivo e arbre magique alla vaniglia.

«Mettetelo sul primo traghetto».

La legge 155/2003 aveva infatti prescritto la deportazione di tutti i gaggi verso un’isola situata nel mezzo del nulla. Dalla sua entrata in vigore, oltre 23.000 esemplari erano stati setacciati, ripuliti, de-pitbullizati, de-cascionati e imbarcati. La Tirrenia si era offerta di prestare i suoi traghetti per tale nobile causa e i prigionieri sembravano apprezzare: le tante trasferte fatte su quei velieri li facevano sentire, per l’ultima volta, a casa.

 

Era sera e fuori dalla discoteca la folla cercava di prendere d’assalto i bastioni d’ingresso difesi da buttafuori e organizzatori lasciati da soli a combattere dopo il crollo della linea prevendite. L’esercito assediante armato di capelli gelatinati, tacchi alti e scudi-orologi digrignava i denti in segno di sfida. Mentre i gradi alti già varcavano trionfanti i cancelli, la truppa degli studenti, operai e manodopera a basso costo consumava il loro ristretto salario in cambio di un ingresso. C’era anche chi, fra gli altri, firmava cambiali per due rum & pera e un mojito.

Nascosti nella informe massa, due agenti osservavano attenti fin quando i loro occhi non ingaggiarono il bersaglio. Media altezza, carnagione medio-scura da ripetuta (negli anni) esposizione al sole, ghigno alla arrogu tottu e puzza di ignoranza mischiata a due litri e tre centilitri di deodorante da cucco. «Eccolo là. Li adoro quando credono di mimetizzarsi perché indossano una camicia» disse uno degli agenti «manda l’esca».

Al segnale, un ragazzo timido cercò di sorpassare il sospetto intento a fare – o meglio, a scavalcare – la fila.

«Oh mì che ti shcoppio» fece quello. Ma non poté raddoppiare più di tanto la p perché una scossa elettrica gli attraversò i reni e salì rapidamente fino al cervello. A terra rantolava con le convulsioni mentre ancora balbettava «su cunn… su cunnu.».

«Ne abbiamo preso un altro» commentò l’agente #1 mentre calciava i reni del gaggio rotolante e imprecante «ormai ne mancheranno pochi».

«Poi sarà il turno dei truzzi».

«Per un mondo migliore?»

«Per un mondo migliore».

Lo scioro di viale Fra Ignazio.

Quando prima devi decidere cosa metterti, andare all’università è una questione più complessa del solito. Eppure, dal lunedì al venerdì, devi decidere cosa metterti se vuoi andare in viale Fra Ignazio.

È un po’ come la questione dell’etichetta. Ci sono delle regole se vuoi entrare nella società che conta e queste regole cambiano quindi bisogna tenersi aggiornati. Il problema dell’etichetta è, più o meno dal Galateo in poi, che queste regole non si scrivono ma si tramandano oralmente come l’Odissea, se perdi le giuste frequentazioni perdi le regole e quindi perdi il diritto a stare nel giro. Ad esempio devono esistere, non possono non esistere, delle regole del pomiciamento. Esistono regole sui risvolti dei pantaloni, vuoi che non ci sia un codice che regoli l’esplorazione controllata delle cavità orali e lo scambio di saliva? Se così non è, perché nessuna ragazza penserebbe più, ora, di sollevare la gamba mentre bacia?

Dicevo dell’etichetta. Cagliari non è New York e neppure Roma, quindi non tutti sanno che un determinato tipo di camicia si mette solo per la colazione e mai per il pranzo. Ma un’etichetta cagliaritana esiste e, se per quanto riguarda la sera, si forma fra i bar e locali più in del centro, dal Mojito all’Orus Cafè, passando per le discoteche più in voga e coi nomi più raccapriccianti, il look della mattina o del pomeriggio, il look di quando c’è il sole, insomma, si forma in viale Fra Ignazio. Mettiamo che è sabato mattina e fa caldo, non troppo però, e ti invitano a fare colazione al Poetto (per inciso, sbaglio o prima si usava molto di più andare a fare colazione?). Cosa cazzo ti metti? È una domanda pesante alla quale riesci a rispondere con convinzione solo se sei già passato per il filtro di viale Fra Ignazio con il quale s’intende, ça va sans dire, il tri-polo scienze giuridiche, politiche economiche perché nel secolo XXI fa cool dire scienza prima di qualsiasi cosa (tipo, scienze della comunicazione — sic!). È lì che si fa lo scioro della settimana, perché farlo solo nei weekend non si adatta a chi vive o aspira a vivere nella società che conta, che poi in una città come Cagliari vuol dire frequentare alcuni ambienti circoscritti e conoscere alcune persone di riferimento. Sul perché sia proprio là dove c’è la mensa della Caritas ci si potrebbe ragionare a lungo, più probabilmente è perché i cagliaritani della borghesia o aspiranti tali vanno in quelle facoltà o in medicina.

Eccola quindi la domanda, cosa mi metto? Che poi precede la domanda, quante volte posso risvoltare i pantaloni? La caviglia si deve vedere? Ma soprattutto devo fare i nodi alle scarpe o no? E questa dei nodi alla scarpe è una tale discriminante che può rovinare chi vive secondo l’etichetta. Capite che la vita è più difficile.

Lo scioro non è però solo una questione di moda, non basta sapersi vestire. Alla colazione di lavoro puoi pure andarci con la camicia botton-down ma se poi non sai di cosa non si deve parlare è completamente inutile. C’è tutta una serie di rituali che va rispettata. Dove fai le pause e con chi. Come fumi le sigarette. Il trinciato si può o no? Le tappe sono importanti, sei all’altezza della biblioteca di giurisprudenza? Ti conosce e riconosce qualcuno? Anche come dare la mano o i due baci è una questione di etichetta. In quale sala ti siedi per studiare, nel tavolo con chi, in quale tavolo è questione di etichetta. Gli occhiali da sole.

La realtà è che non sei pronto per il Mojito in estate — quando tutti si siedono sulle scale — se prima non sei stato al bar di scienze politiche. La zona in cui passeggiare durante il giorno è quella. È inutile provare a fare lo scioro in via Roma o in via Garibaldi, non è il posto adatto, non verresti notato, non verresti filtrato. La vita mondana, la mattina, passa solo per viale Fra Ignazio.

Quell’irrefrenabile odio per Sant’Efisio.

Si può amare Cagliari e odiare Sant’Efisio?

Non sono un vero e proprio agorafobico. Non ho paura dei luoghi pubblici, quanto delle masse. Ma neanche delle masse in sé. Sono stato a New York, ho camminato per la quinta strada e ho passato un sabato sera a Times Square e sono stato a Hatfield Square, a Pretoria, la piazza dell’alcol, piena di gente e chiusa da mura eppure non sono solo sopravvissuto ma sono stato bene. Ho paura non delle masse disorganizzate, della tanta gente che fa cose magari simili ma diverse, cioè cammina in varie direzioni, entra in diversi negozi, si ubriaca con il brandy & coke o ci prova con un gruppo di ragazze che si sono già ubriacate con il brandy & coke. Ho paura delle masse che fanno la stessa cosa, che procedono compatte, proprio come nelle processioni.

Forse Sant’Efisio mi ricorda di quand’ero bambino e ti ci portavano senza che tu potessi opporre resistenza e stavi sotto il sole, ogni anno la stessa cosa, e magari ti compravano una bibita e per forza te ne rovesciavi un po’ addosso perché eri un bambino e quindi restavi lì, sotto il sole, impiastricciato con quell’odore di merda di animale che ammorbava l’aria. Maggio è così, c’è la fiera e c’è Sant’Efisio.

Oppure è proprio colpa del suo essere non solo una processione ma la processione per antonomasia a Cagliari. La gente arriva dai paesi per sfilare nei loro costumi e alcuni di questi paesi sono quelli in cui lo sport nazionale è che facciamo stasera? non lo so, che ne dici di ubriacarci? Non mi piacciono neanche i costumi. Mi danno l’impressione (e, metto le mani avanti, è un’impressione sbagliata) di quelle rappresentazioni della Sardegna da piccolo mondo antico, con la gente che è sparsa fra paesini rurali e non conosce i jeans, un po’ come la pubblicità del centenario dell’Ichnusa.

E poi c’è il santo. Personalmente non mi ha fatto nulla ma è un santo ed è portato in processione, la statuina addobbata. Sì lo so, dovremmo rispettare le tradizioni ma io non ci riesco. Io guardo il santo e ci vedo l’inquisizione, il non expedit, la lotta al divorzio, all’aborto e alle cellule staminali, vedo Galileo in ginocchio e Giordano Bruno in fiamme, vedo i gay definiti malati e il sesso come una colpa.

Allora mi chiedo, la Coca-Cola che mi finiva sulle mani e, mischiata all’odore di merda dei cavalli me la faceva sentire addosso, non ci può fare proprio nulla? Non può trasformare una tradizione così come ha fatto con il Natale, che da noiosissimo momento di preghiera e celebrazione di Gesù che è venuto al mondo ecc. ecc. è diventato la festa del consumismo e della mangiata selvaggia?