La leggenda del tossico in Germania.

Come per tanti ragazzi della sua generazione, la droga per Luca era stata tante cose. Una cura alla noia accumulata dal prematuro abbandono della seconda media, una cosa portata nel quartiere e da provare, una ragazza dal nome inglese, il cognome sardo e un trucco esagerato che spingeva ad andare oltre, una serata al K2 da non buttare via.

Come per tanti ragazzi del suo quartiere, la droga fu l’inganno di un momento. Il modo più veloce per finire in galera, colpa dei poliziotti garoggnasa che combattono l’imprenditoria del vicoletto; l’alternativa ad essere beccati uno o due anni dopo per qualche furtarello o una truffa che ti fa finire dentro perché riconoscono il tatuaggio di Padre Pio che hai sul polpaccio. Il modo più veloce per morire negli anni ’90, uno stillicidio di giovani dei quartieri popolari, ricordati con delle scritte sui muri dove ora compare Batman ti amo.

A Luca la droga mangiò prima il futuro, poi la parola, un balbettato ta-ta-ta che divenne un soprannome. «Mamma guarda, c’è Luca Ta». «Sì sì, però non avvicinarti». Poi Luca un giorno sparì. «Mamma sai che Luca Ta è un Germania a curarsi?». Luca scomparve e in tanti raccontavano della Germania e della cura contro l’AIDS. Altri raccontano di un incidente in mare, ma questa è un’altra storia.

Ho scritto vaffanculo sulla fronte.

Cess è pieno di pelo, andiamo a cercare scioscio?, auuun!, minca ti caghi… l’hai vista quella? sono solo alcune delle battagliere frasi del cagliaritano medio maschio in un weekend cagliaritano medio. L’approccio col quale poi questa situazione venga affrontata — dal vestiario, ai soldi spesi per lo stesso, allo studio accurato del linguaggio del corpo — supera lo scopo di questo articolo e ne meriterebbe uno a sé stante.

Partiamo dalle conclusioni: a Cagliari le possibilità di conoscere una ragazza dal nulla sono estremamente limitate e circoscritte ad alcune (o una?) situazioni.* Quelle scene che vediamo nei film, o che magari abbiamo sperimentato in altri posti, in cui due estranei cominciano a parlare sono quasi fantascientifiche. Le complesse analisi sociologiche del fenomeno lasciano spazio a una spiegazione piuttosto semplice: le cagliaritane hanno — con scarse eccezioni — un vaffanculo stampato in fronte. Un estraneo che si avvicinerà ad una ragazza sarà accolto da a) sguardo disgustato, b) la reazione che si ha quando si avvicina il tipo che da anni va raccontando di aver perso i documenti e quindi di avere bisogno dei vostri soldi, c) la terribile sensazione di essere ignorati. Quella ragazza penserà automaticamente che quel ragazzo ci stia provando o che sia ubriaco (come se poi un po’ di coraggio liquido avesse mai fatto male a qualcuno) o entrambe le cose. Si può considerare anche il caso in cui gli amici della suddetta ragazza si mobiliteranno subito in sua “difesa”. I ragazzi consci di ciò che accadrà, le ragazze tarate su questo modo di pensare e col vaffanculo sempre in mostra fanno sì che i due schieramenti, entrambi pronti per la grande serata, restino al massimo a guardarsi, in attesa di qualcosa che non arriverà mai.

L’eccezione di cui si parlava è la discoteca. Dove, vuoi per gli inevitabili eccessi alcolici, vuoi per i “rituali” che richiamano più le scimmie che si lanciano la cacca che altro, due estranei possono conoscersi più facilmente e, soprattutto, carnalmente.

*Sono esclusi quindi i casi in cui si viene presentati da un intermediario o ci si conosce durante qualche attività sociale, dall’università a una gita della gioventù cattolica.

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Salgo sull’autobus, non lo facevo da qualche anno. Non è poi tanto pieno ma dimentico che è in posti come questi che può succedere sempre qualcosa e infatti sono distratto quando sento «ma glielo togliete quel cellulare? ma che cosa sta facendo?». Poi vedo un tipo bassottino, scuro di carnagione, odore di circoletto di periferia che con un cellulare in mano raccoglie materiale per chissà quale impresa. Lei si allontana ma quando, qualche fermata dopo, va verso le porte per uscire lui riprende con le foto. Lei s’incazza, un suo amico interviene, il tipo si alza. «Ma siediti» si sente da lontano «oppure fai qualcosa, ah?». A parlare è un altro frequentatore di circoli, sembra conoscerlo. Scendo e aspetto un altro autobus. Arriva, è grande quanto un furgoncino da nove posti ma dentro ci sono quaranta persone compressate come il tonno nella latta, c’è pure Mario Gatto. Una fermata dopo risale quello bassottino e scuro di carnagione. Si fa strada, si aggancia ai sostegni e passa qualche istante prima che riprenda il mormorio. «Ma te ne vai chi ses a fragh’e binu?» È una signora che si lamenta. Lui si fa vicino. Lei risponde «ma là che ti do una strempata di questo» e agita una busta. Interviene il marito, gli altri passeggeri li separano. Il confronto verbale continua, poi si fissano per un po’ ma la coppia scende. Lui cerca il supporto di qualcuno «ma non avevo fatto niente» però puzza tremendamente di vino.

Scende dall’autobus a Buoncammino e io, con il biglietto in mano, penso a Lombroso.

Eravamo giovani nel 2000

Perché bisogna raccontare il passato a partire da quello che ci si ricorda? Io voglio partire da quello che non mi ricordo. Non mi ricordo che nel 2000 le ragazze mettessero le gonne. Non posso esserne sicuro, magari mi sbaglio, magari sono io che non mi ricordo, ma io ragazze con le gonne non le ricordo. Per certo posso dire che non si mettevano le infradito, poteva anche fare 40 gradi che pure al mare si andava con le scarpe. E le ballerine nessuno che sia nato negli anni ’80 le ha viste prima di quel viral delle scarpe che era OC, mentre i mocassini li pubblicizzava Ayrton Senna e andavano un casino fra gli adulti. Avevo un compagno di catechismo che portava i mocassini dicendo che erano le scarpe di Ayrton Senna. L’ho rivisto da poco in un locale, non credo mi abbia riconosciuto: portava ancora i mocassini anche se una di quelle robe che si vedono oggi.

Quando dico 2000 mi sembra ancora una data vicina, una cosa del tipo «mah, quella canzone non è così vecchia, è del 2000 o forse del 2001». Se invece scali anche solo a 1999 ti sembra davvero un altro mondo e da lì il famoso termine «musica dance anni ’90» e quella sì che era musica dance di una tamarraggine sincera. Eppure sono passati 11 anni, il che vuol dire che ne avevo 14 e queste righe sono dirette a chi in quegli anni era un adolescente come tanti, diciamo nato fra l’83 e l’87. Di quelli che dicevano «no dai, in prima serata si sta riempendo di bambine del ’90» e ora in quell’annata pesca o pescherebbe a quattro mani. Ma scrivo da cagliaritano e ai cagliaritani e scrivo quindi di chi faceva le superiori quando c’erano i cremini che mettevano le Hogan che per tutti gli altri facevano cagare. Erano giorni in cui le divisioni erano, forse, più nette o almeno così sembravano. Ora che ci penso, chissà chi ha inventato il termine cremino (oggi sostituito da fighetto), che venga da crema è abbastanza intuibile, quindi chissà se inizialmente fosse un dispregiativo o un vezzeggiativo. Comunque i cremini erano una realtà e, in quegli anni prima del boom dei bar (quando il bar era o un luogo buio tendente al postribolo corredato di biliardini e altri accessori da ragazzo di periferia o una cosa dove andavano i grandi perché i ragazzini non bevevano il caffè) andavano in un locale in centro con una porta rossa del quale non ricordo il nome. Ma ricordo che si diceva «lì ci vanno i cremini». Noi invece andavamo al Berverly, con i suoi mitici panini presi e riscaldati dopo ore di esposizione. Ovviamente i cremini erano concentrati al Dettori, che forse allora aveva una reputazione ancora più classista: la scuola per la gente con la puzza sotto il naso. Erano gli anni prima che si sentisse dire in giro la Cagliari Che Conta e che l’abbigliamento indicava più che mai chi eri e se non facevi parte di quel gruppo ti guardavi bene dal sembrare tale. Per entrare in discoteca non c’erano grossissimi cliché, qualche anno dopo era abbastanza facile trovare però quell’obbrobrio che è la maglietta dentro il pantalone. Insomma, potevi entrare senza una camicia e anzi tendevi a farlo perché la camicia era da cremino così come il maglioncino sulle spalle. Ora mi sembra che le cose siano cambiate e in certi ambienti sia tutto abbastanza uniformato, come se tutti si travestissero da cremini seppure aggiornati al gusto d’oggi. Non lo facevamo, con un noi che indica tutti i ragazzi medi di quegli anni, non lo volevamo fare, non lo avremmo mai fatto perché «ma bah, quello se lo mettono i cremini». Erano anni duri per gli interisti, anni di una sfiga tremenda, non abbastanza vecchi per aver visto i successi passati, troppo giovani per vedere quelli futuri, anni pessimi che videro l’orrore in eurovisione: una finale di Champions Milan – Juventus. Erano gli anni del Cagliari che aveva appena finito il suo ciclo e scivolava nella mediocrità e poi in Serie B. Erano anche gli anni primi dell’era del cellulare, quando c’era solo la Christmas Card che ti dava 50 messaggi al giorno, la metà dei quali usavi per inutili catene di Sant’Antonio che erano scomparse dalla posta cartacea e ancora non scivolavano nella posta elettronica che pochi conoscevano e che nessuno aveva. In terza media avevo provato in tutti i modi a far funzionare la mia casella email ma non ci riuscii. Ci provai un anno dopo: la mia prima email, aperta su freemail: maurc@freemail.it. Ovviamente come password scelsi «maurc» e mi fu prontamente rubata poco dopo. Anche gli anni pre-google, pre-blog, in generale gli anni dell’internet bambino, della connessione 56K che ti faceva solo girare le palle ma che impiegavi per chattare su ICQ o su mIRC, dove c’era un canale del Pacinotti. Con un po’ di orgoglio e una piccola lacrima posso dire che fui uno di quei fortunati sorteggiati per provare l’ADSL: due mesi gratis più cappellino, tazza e maglietta. Mesi che per un errore divennero anni e che mi resero uno dei precursori cagliaritani di internet, a metà fra chi lo conosceva già perché era un mezzo nerd (i nerd ovviamente non si chiamavano così) e tutta la massa che ancora non sapeva che la rivoluzione stava per scoppiare. Forse era proprio l’assenza di internet, senza la possibilità di esporre le foto al pubblico ludibrio (foto che poi erano su rullino e dovevi passare allo scanner) che giocava contro l’uniformazione spietata. Certo la moda c’era sempre, anche per le «persone qualunque». Come dimenticare i famigerati pantaloni Carhartt o l’altrettanto famigerato mutino Carhartt o le Airwalk che — si badi bene — restano sempre le più belle scarpe mai create. Si comprava un sacco di roba da Bertola, l’importante era che tutto fosse abbastanza bracalone, anche le ragazze disdegnavano pantaloni aderenti. Il tubo poi doveva essere largo che stretto faceva cagare quasi quanto le Hogan. E poi c’è quella faccenda delle gonne che io non ricordo, ma sono sicuro che quando cominciarono a spuntare — qualche estate dopo, forse nel 2003 — mi stupirono un po’. Si usciva anche meno, se avevi 16 anni non facevi notti brave e i pub non erano poi così tanti, forse un quinto di quelli che si vedono ora. Immortale il Merlo, il mio battesimo del fuoco, il posto in cui ho passato l’80% dei miei sabato sera dal 2003 a qualche anno fa. E quindi si usciva di più il sabato pomeriggio, passato a fare le vasche in via Garibaldi e via Manno senza mai comprare nulla.

A riguardare le foto alle volte avevamo dei look che oggi ci relegherebbero nei più infimi strati sociali ma Dio quanto era figo il mutino Carhartt.

Mondo Gaggio?

C’è un posto in mezzo al mare che non solo non è Atlantide, ma non ci assomiglia neanche. È un pezzo di terra con una sola pianura, dove le città hanno più salite che discese e dove le estati durano ogni anno un giorno in più. C’è poi, in questo pezzo di terra, una città arrampicata sui colli che non è grande però è un pianeta tutto suo, con le sue regole non scritte che se non le conosci rischi anche di farti male. E può succedere di tutto in questa città, anche di non accorgersi che è arrivato Natale se non perché la Rinascente è illuminata a festa.

E questo è tutto, perché qui c’è quella città con ciò che è accaduto o può o ancora potrà accadere.