C’era una volta il Poetto…

I podisti al mattino presto, angurie che sembrano dirigibili, le interminabili partite, i bambini sul bagnasciuga, le signore attempate con l’acqua alle ginocchia, gli accampamenti dalle 7 del mattino, i padri di famiglia con al seguito un carretto di palafitte, la ressa sugli autobus, il secondo turno che inizia alle 12, quando gli altri vanno via, gli occhi rossi dalla sera prima, il caffè nel chioschetto, i gelati con il prezzo maggiorato, le birre sulla sabbia, la bassa marea e l’azzurro perfetto del giorno dopo il maestrale, la sella del diavolo onnipresente, la fermata che va di moda, le strilla dei gaggi, le trattative con il vucumprà, le sudate, la settimana enigmistica, l’Unione, le file di macchine la notte, le discoteche, il panino del caddozzo, l’orgoglio di una città a cui sembra bastare solo la sua spiaggia.

Il Poetto è Cagliari nella sua forma più democratica e diversa, aperto a tutti e a tutte le esigenze. Chi volesse conoscere Cagliari per intero, dovrebbe passare una giornata al Poetto in agosto e camminare da Marina Piccola all’Ottagono; così senza rischio di finire nella zona sbagliata o nel locale esclusivo avrebbe sottocchio tutta quell’umanità che vive all’ombra dei colli e delle torri e che cammina in quel modo che decenni di salite ti obbligano a fare tuo. Apprezzerebbe la vox populi, le diverse generazioni e i loro ricordi della spiaggia, i circoli, le classi sociali, dal fighetto in post-serata al gaggio con la mascherina, e anche quella magnifica commistione fra i due che si incarna nei 14-16enni che, con grande acume, al posto del costume mettono i pantaloncini da calcio. Imparerebbe così che a Cagliari «si usa», cioè che ci sono cose che un anno vanno bene, in barba a quelli precedenti e al buonsenso. Imparerebbe quando è lecito mettere le infradito e quando invece sono richieste le scarpe, nodi in vista o no. Vedrebbe che fascia di età può mostrare il pareo e quale costume sia giusto: al ginocchio, a mezza coscia, lo slip. Se facesse una tale passeggiata ogni anno sentirebbe le stesse persone mangiare nel piatto su cui avevano sputato, tornare su posizioni una volta salde, fermamente conosci che una stupida coerenza è il rifugio delle piccole menti. Fra un caffè al bar e due mani incrociate dietro la schiena sentirebbe lo jus murmurandi veicolare il rapporto della cittadinanza con la politica, una forza napoletanamente estranea, un male non del tutto necessario, quelli che ci hanno portato via il Poetto. Fra una vocale aperta e quella cadenza genuina scoprirebbe molto più di quello che dicono libri e giornali. E scoprirebbe anche che i mi(s)tici casotti mancano a tutti e contano più dei Nuraghi in una città poco ambiziosa, a cui basta crogiolarsi al sole di agosto e per un attimo dimenticare la vita, l’universo e tutto il resto.

C’era una volta il Poetto, oggi chissà.

La vetrina del sabato al JKO.

Lo stesso sbigottimento con il quale mio nonno raccontava, di ritorno dalla Russia, che lì anche i bambini piccoli parlavano il russo lo troviamo in quei cagliaritani che, apertisi al grande mondo esterno, raccontano come nelle altre parti del mondo in discoteca la gente balli. Motore economico e sociale della movida cagliaritana, la discoteca regge, codifica e determina rituali, stili di vita, linguaggi, etichette. Abbattuta formalmente l’aristocrazia sotto le affilate lame della spinta rivoluzionaria, chiamarsi conte o principe non ha più il valore di un tempo, scavalcato da altri titoli, di più scarso retaggio e più recente conio: l’importanza di chiamarsi bomber, socio, zio.

Rintanata sui colli, stretta nella sua cinta muraria, delimitata da un hinterland con gran voglia di indipendenza, Cagliari sfugge ai rigidi canoni che l’alta società imponeva e tuttora ancora impone dove i circoli dell’alta società si nutrono di balli delle debuttanti e sfarzose cene alla presenza delle missioni consolari straniere. Eppure, a 70 anni di distanza dalla cacciata dell’ultima Corte sabauda, non sono certo scomparsi i criteri di accettazione per i club esclusivi. L’importante filtro del Viale di cui parlammo un anno fa è solo il preludio alla grande scrematura del sabato notte, quando i nerboruti golem della security aprono i cancelli dei più ambiti luoghi di ritrovo e, incrociate le ipertrofiche braccia sul petto, mettono in scena quel rito di espiazione di massa dall’immortale nome di selezione. Ciò che si compra, quindi ciò che i negozi vendono, cosa sarà considerato figo, chi ascenderà ai fasti della vox populi, i nomi che il dibattito butterà nel grande cruccio de la più bella ragazza cagliaritana, la distinzione fra un trucco alla moda e uno da battona, la misura del tacco, l’apertura della camicia, il taglio di capelli, si decide in questo grande rito pubblico che si perpetua di settimana in settimana là dove la Cagliari-bene prova a resistere agli assalti del popolino.

«Canadesina, cappellino… mai che mi fanno entrare».

Orde di persone di varia estrazione sociale, chi ha il tavolo entra come una star (un tempo c’era solo la lista), gli altri attendono in paziente silenzio, prima le donne, il grande traino che fa impallidire i buoi, e poi tutti i selezionati dentro, asfissiati dal caldo e dalla musica molto zaccante, file interminabili al bar e… in pochi ballano. È l’eterogenesi dei fini del sabato sera che affossa il principio per cui in discoteca, cioè in una sala da ballo, si balli. Gli anni ’70 sono passati, i film di Nino d’Angelo anche, muoversi è solo per i più smaliziati e ubriachi, per gli altri c’è la grande vetrina, che è davvero il fine ultimo. Forse un po’ invecchiati e sfasati e quindi legati a concetti sorpassatissimi, continuiamo a vedere nel tavolo il paradosso di chi chiede un posto in piedi in ristorante, ma compito del cronista è quello di attenersi al racconto e il tavolo è la migliore vetrina, dove fare le foto con l’espressione canonizzata e le mani sulle ginocchia.

La Sardegna urbana, che non è il Sudamerica, sembra non amare — perlomeno in questa congiuntura storica — l’ancheggio, il bruciore alle cosce, il sudore che il ballo impone, preferisce il relax del bancone, della sedie: ciò che conta è essere guardati e guardare, dare lezioni di stile oppure prenderne, così che la prossima volta si sappia che la vita-alta è tornata di moda. In un interminabile gioco di sguardi, che non culmina mai in un «ehi ciao, io sono», si consumano le ore conclusive della settimana (si sa che la domenica è sospesa nel tempo) e sopratutto si determinano tutti quegli atteggiamenti e costumi attorno a cui ruoterà l’aggregazione sociale dei mesi a seguire. Salsa, liscio, cose dei nostri genitori, mettiamoci in mostra, non è forse a questo che serve il sabato?

Ecco, l’ora in cui Cagliari ci sembra più democratica, meno costruita e impalcata, più sincera e spontanea, sono le 6 del mattino. Chiusa la vetrina, smessi i vertiginosi tacchi, nella fase down dei fasti alcolici, centinaia di giovani si ammassano nei bar, e lì qualche parola fra sconosciuti può passare senza seghe mentali. Qualcuno o qualcuna, incoraggiato e disinibito dall’alto dosaggio di rum avrà anche ceduto e, uscito dai rigidi schemi, si sarà accorto che forse poi non è così male aprirsi a nuove conoscenze senza filtro.

Avvertenza: Vista una recente incomprensione con il mondo del divertimento notturno, teniamo a sottolineare come il JKO (citato solo nel titolo) sia senza dubbio alcuno un posto bellissimo, con un grande lavoro organizzativo dietro e, quindi, la realtà umana che più si avvicina al leggendario paese di Cuccagna.

L’espressione della foto.

È un sorriso a bocca chiusa, pulito, viso di tre/quarti, da ragazza bene di un borgo anni ’50. La fotografia ha anticipato, per mano del web, il destino della politica. Sdoganata quella con un pugno di retweet, sdoganata questa con la morte del vecchio rullino. Immaginate, ricordate, quelle vecchissime foto, allichirite per decine di minuti, con esposizioni infinite, scattate con attrezzature mistiche e la meticolosa preparazione dell’artigiano. Quella foto, opera di gusto fine, ha un valore altissimo. E così la politica, con tube, baffoni, rituali parlamentari che rendono l’aula un luogo sacro e al quale si deve reverenza, come alla vecchia macchina fotografica con il fosforo. Un po’, si direbbe, come i blog che sdoganano le antiche riviste, ma questo blog è lettura per un pubblico scelto, come lo Stylus di Poe.

L’incessante ticchettare delle macchine fotografiche il sabato sera, il conseguente affollamento di nuovi album su facebook la domenica montano un gigantesco archivio che in qualche ora decuplica il numero di tutte le foto scattate nei primi 50 anni della rivoluzionaria invenzione. La quantità non è però dato che ci interessa, è la qualità che vogliamo indagare: quando una foto, ai canoni odierni del popolo della rete è bella? Che è un po’ come chiedersi quando l’elettorato internauta giudica bene un personaggio o una proposta politica.

I canoni di una buona foto passano allora per l’espressione. C’è tutta una fenomenologia che va dai gangsta signs alla famosa bocca-culo, ma quello che porta al trionfale numero di mi-piace, alla sagra del commento amore-sei-troppo-bella, bellissima-amore, <3, è quel sorriso impostato, quel tre/quarti, le braccia allungate sulle ginocchia, qualche amica sui lati, ma la protagonista è lei. Farà poi delle foto un po’ più ricercate, la reflex è la chiave, la firma Ph, poi passerà al book artigianale l’ho-fatto-per-me, che sarà il trionfo di mi-piace, che cadranno su questo come cadono sulle foto che ritraggono culi di 15enni incastonati in brasiliane e con il commento poetico-ribelle. Il commento conta, specie se citazione, un vero e proprio titolo della foto. E nel saper raccogliere consensi stando in questi canoni che sta la Cagliari-bene, che critica chi il consenso lo raccoglie a suon di perizomi nel nuovo album estate 20ecc.

Gaggiopoli 2.

Erano un ricordo e neppure troppo chiaro. Nessun cagliaritano sapeva quello che il vostro cronista sa, per tutti erano una leggenda lontana, un vago riferimento a qualcosa che sì, forse era successa. Leggende, stereotipi, un fondo di verità c’è, sì, ma qual è poi? I vampiri non possono essere una creazione come quella di Eva e Adamo: neanche la fantasia umana è onnipotente e da questa parte qui dell’universo nulla si crea e nulla si distrugge, neppure le idee. Quindi quando si parlava di gaggi, c’era più che un diffuso scetticismo, una generale apatia, chissenefrega. Umani? Forse. Quante gambe? Mah.

Eppure, nel mezzo del nulla, c’era ancora un’isola, perché le isole, quelle sì che sono eterne, in cui vivevano tante persone che il fato aveva voluto che finissero lì. Ecco sì, qualche ricordo delle scuole affiora. Si chiamava stato di natura, uno strano mondo in cui le persone vivevano prima di associarsi, solo che facevano tutti in quattro e quattr’otto avendo già inventato la scrittura e tutto il resto. Quell’isola era, sempre per capriccio della sorte, uno stato di natura. La lotta dell’uomo contro l’uomo durò per qualche tempo, poi di fronte alle necessità poste dal clima, dal cibo che scarseggiava e da tutti quegli altri problemi che, immersi come siamo nella modernità, abbiamo scordato essere quelli primari della sopravvivenza, gli abitanti dell’isola si associarono. Elessero un capo, si diedero un consiglio degli anziani, divisero il lavoro, amministrarono la giustizia, si rimboccarono le maniche. Le cronache più remote dicono che un tempo erano carcerati, che lì non fossero spuntati come funghi, ma vi fossero stati deportati tempo prima. Conservavano quindi ricordi della loro vita precedente, e fu così che riuscirono anche loro, nell’oblio più completo a entrare nella strada del progresso. E fu così che costruirono una barca…

Quando piazza Yenne si risvegliò dal torpore, quella mattina di aprile, fu una faccenda brusca, una secchiata di acqua ghiacciata dritta sul viso dopo una nottata di bagordi finita male. Chi erano quelle persone accucciate, immobili? Cos’erano quei giubbotti tutti uguali, seppure alcuni rossi, altri gialli e altri blu? Cosa voleva dire Belzebù? Poi di colpo fu musica. Co-co-ri-co-co-co-ri-co. E si alzarono. Tu-ru-tu-ru-tu-ru. Era un ballo incomprensibile per i presenti. Mani che segnavano il ritmo nel gesto dell’uomo-che-protesta, dita che tracciavano sfere immaginarie. E cos’era quel taglio di capelli, un’isola? Un inferno di incomprensione e smarrimento. La musica cessò.

«Fratelli. Ashcolate la nostra parola poco poco» disse quello che stava al centro.

«Minca nebò. Ti shcoppio nebò» risposero gli altri in coro.

«Siamo venuti a portare il verbo».

«Minca nebò, ti shcoppio nebò».

«Seguite la shtrada del gaggismo. Scoppiati persi».

«Minca nebò ti shcoppio nebò».

Mulinu Beach.

Anni fa l’ufficio voci cagliaritano riportava un presunto progetto di grandi opere: un parco acquatico inurbato. Come le discoteche erano state trasferite dal lontano hinterland alla città, così anche gli scivoli si sarebbero mossi da Sarroch alla periferia della Capitale: a Mulinu Becciu sarebbe sorto Mulinu Beach.

Il parco non fu mai, ma mulinu regna, come dicono gli abitanti. I racconti di chi ci andò per primo parlano di una landa desolata dove spuntava qualche complesso di case popolari, una colonizzazione dei bei tempi andati. Negli anni cemento e calcestruzzo hanno vinto la loro battaglia contro il fango e il quartiere è nato e cresciuto, popolare più che mai, all’ombra della borghesia di Su Planu. Il tutto lo riassume via Piero Della Francesca, con i lampioni solo sul lato selargino e che porta alla zona più popolare di Mulinu, quella di via Tintoretto, del campo sportivo, del locale di un noto gaggio da leggenda, di un bar che è stato davvero losco. Lì, nell’immaginario collettivo, oltre i “grattacieli” sarebbe dovuto sorgere il parco acquatico. Nella grigia realtà, però, la periferia della periferia ha negli anni ospitato le primi pigne di grande spessore, delinquenti autori di leggendari furti (quando tutta Mulinu Becciu vestì di colpo le canadesi Adidas), del mitico L. Mitraglia, di cui ricordiamo con affetto i goffi tentativi di nascondere giornaletti porno sotto le panchine del campo. Il campo del quartiere, un tempo florida sede della Polisportiva 444, è stato la scuola di calcio e di vita di molti prodotti locali. Ovviava anche alla mancanza di un insegnamento di educazione sessuale nelle scuola. Si imparava a tirare di puntera, ma anche cosa vuol dire pillona, cos’è un pompino, come si disegna un pene e che lo si può raffigurare anche fingendo di disegnare delle ciliegie. Postillando sul gaggio da leggenda, lo si voleva rivale di RC, l’uomo con più cugini della storia (o’ mì che sono cugino di RC) si raccontava che un giorno diede un pugno al cristallo di un pullman spaccandolo completamente. L’ufficio voci è davvero poetico, alle volte.
Ben prima che la KK ci informasse che a Monserrato siamo stronati, a Mulinu, anzi nel «lato MB», citando un altro prodotto indigeno, erano già qualche passo avanti. Le case parcheggio con l’antenna parabolica in ogni appartamento dimostrano che gli affari non vanno poi così male per chi si sa arrangiare. La meglio gioventù si impegna in numerose attività, dalla musica dei due «amici nati nello stesso ghetto» e che se vedono «pivelline bone se le fanno tutte», ai porri ai mercatini, agli stuggi nello sterrato di via Carpaccio per amorosi incontri. Povero di infrastrutture, privato delle scuole calcio di lungo corso, senza un centro da bazzicare, senza un vero bunker di smistamento droga, il quartiere è costretto a una grande mobilità. Le orde di Mulinu si spostano, sia per fare affari, sia per divertirsi. Tempo fa scoprirono e invasero Su Planu: i figli della piccola borghesia locale si trovarono così a fronteggiare golem a loro sconosciuti, come AP, che cambiò radicalmente il loro modo di vedere il mondo. Inaugurato il parchetto lo presero subito di mira, fecero picchetto nelle «gallerie» del quartiere, sconvolsero gli equilibri. Certo, se ci fosse Mulinu Beach, sarebbe più facile restare in zona. Perché andare fino a Sarroch per scendere in piedi da uno scivolo? Uno stabile punto di riferimento è il centro commerciale (sic) «i Mulini», con la scuola guida, le pizze, il bar. Un tempo aveva anche un negozio di sport e prima dei cellulari aveva delle cabine davvero affollate. A proposito di cabine, qualche anno fa la sicurezza fu affidata a una cooperativa che si occupava di reinserire gli ex carcerati nella società civile. Uno di questi amava portarsi le prostitute a lavoro e poi avvisava: «questa ora la porto nella cabina e me la sburro tutta».

Il tempo secondo Cagliari.

Vivere a Cagliari impone di convivere pacificamente con alcune opinioni singolari presentate quali verità assolute. Bisogna mettere la ragione sotto il tappeto, ingoiare l’amaro boccone e fare finta che nulla fosse. Ogni posto, possiamo dirlo come verità assoluta, ha i suoi miti: l’Italia, per esempio, si sa, è il paese più bello del mondo sotto tutti i punti di vista: artistico, naturalistico, culinario e così via. La Sardegna invece non manca di nulla, non ci saranno le Alpi, ma, voglio dire, comunque si può anche sciare. E non provate a dire che il Salento ha un bel mare perché allora non avete visto…

Fatto eclatante, a Cagliari il tempo ha un andamento particolare, come se non fosse soggetto a tutte quelle altre cose che dominano il nostro pianeta. Una volta una persona mi ha detto che a Selargius alle 21 c’era ancora luce mentre a Cagliari era già notte. Un qualsiasi cagliaritano di 50 anni vi dirà, con altrettanta naturalezza che 30 anni fa c’erano inevitabilmente quattro stagioni ben definite, che non si usava il cappotto, che ci si faceva il bagno a febbraio e che d’estate si potevano usare anche i golfini. In barba al fatto che l’aumento delle temperature negli ultimi 100 anni è stato di 0,74 gradi, pare che nella Cagliari anni ’60-’70 il sole fosse capace di riscaldare l’intero golfo a febbraio. I precoci come noi di mondogaggio, che hanno provato a fare il bagno in aprile, sapranno bene quale sensazione si provi. Di colpo anche Titanic assume un senso: farsi il bagno nell’acqua fredda è come essere infilzati da lame. Verrebbe da chiedersi se le stagioni iniziassero precisamente  il 21 del mese stabilito, ma la ragione va messa da parte. Custodisco gelosamente una “guida al turismo itinerante in Sardegna” stampata negli anni ’80. Dice che esistono due stagioni: una calda e secca da maggio a ottobre, una fredda e umida da novembre ad aprile. Devono essere stati gli anni ’80 a cambiare tutto, allora.

Inconsapevoli che il clima non cambia (in maniera percepibile) di anno in anno, ma ha bisogno di più tempo, tutti vi diranno che l’anno scorso faceva sicuramente più freddo. Dati alla mano, l’estate si allunga nel nostro pianeta di 1 minuto e 30 secondi ogni anno. A Cagliari guadagna almeno un giorno. Ancora negli anni ’70, dopo ferragosto non si andava più al mare perché non faceva più caldo. Viene da pensare al 1 settembre, quando il Poetto si svuota solo perché è settembre, non perché fa freddo. Allora viene da chiedersi: non è che anche allora smettere di andare al mare a ferragosto era solo una convenzione… ma no, la ragione!

Resta poi il cagliaritano che è ancora più imbevuto di tali miti da dire agli amici continentali che lui a febbraio ha già le mezze maniche, perché a Cagliari non esiste l’inverno. Al primo raggio di sole abbandonerà il giubbotto e, nonostante fuori ci siano 10 gradi, sfoggerà l’abbigliamento estivo. Sì, è andato un po’ in palestra e vuole mostrare qualcosa e allora dici: scusa, non ti sembra esagerato, non vedi che tremi? E lui fa la faccia dei bambini che non vogliono uscire dall’acqua ma hanno le labbra viola: hai freddo? NO!

In tutto ciò un mito inossidabile esiste per davvero: a pasquetta piove e d’estate nei giorni festivi tira un maestrale da paura.