Non spiegate Cagliari ai cagliaritani.

Era la fine di giugno, la settimana di Natale di questo pezzo di terra, e in giro per la Marina sembrava di stare ad Alghero. Non sentivi il famoso Vegeta ma tonalità del Minnesota o del Massachusetts e se per strada incontravi Sensational Gianni era il primo a cui non avevi bisogna di spiegare cosa fosse un burdo cosa che, proprio in quel momento, eri intento a fare con i tuoi compagni di tavolo.
Non ci stupisce quindi che alla prima fermata, fra le Palmette e la Sella del Diavolo, dove prima o poi incontri chiunque, fra accampamenti professionali di famiglie in ferie, e gruppi da bocciofila Sant’Anna con tavolino, carte da gioco, pietre-anti-maestrale e radio portatile che canta Mina, il gruppone di venti esseri umani che a loro si mischia non sia di gaggi, ma di tedeschi. Sulla lunga passeggiata che dà un’ulteriore identità a Cagliari (e l’ennesima possibilità alla peggiore stampa locale di esprimersi e fugare ogni dubbio sulle capacità dei suoi giornalisti), è qualcuno della Lombardia a chiederci dove si possa fare l’aperitivo. L’Isis è riuscito dove ha fallito la Sardegna con il fiore rosa e la promessa di un mare di vacanze e noi per la prima volta sentiamo qualcuno lamentarsi della doccia gelida in romanesco e a Cala Sinzias ci arrabbiamo con la famiglia di Milano che piazza l’ombrellone sotto il nostro.
Da quando non si fabbricano più guardie forestali e impiegati della prefettura, ti basta avere il mare o qualcosa di vagamente interessante (cioè, ti basta non essere Terni) per voler vivere di turismo. Ogni città sembra aspirare a essere Barcellona, che raggiungi con Ryanair da Cagliari, ci fai shopping, fai la vera movida — non come qui che alle 2 sono tutti a letto e non puoi bere —ammiri la bellezza di una costa completamente edificata e dici che dalle altre parti del mondo sì che hanno mentalità imprenditoriale, miga… C’è una parte di mondo che si sente a suo agio ovunque, a Vientiane come a Catanzaro e pare muoversi di nazione in nazione come file digitali che funzionano diversamente a seconda del supporto in cui li fai partire. E così si muovono, cuori in fuga, senza sentirsi davvero mai a casa. Poi c’è quell’esercito di turisti che ogni anno invade qualche parte del mondo a seconda di ciò che cerca, dalle più nobili aspirazioni ai peggiori istinti e che spesso interpreta gli esseri umani come se fossero frutti e si costruisce una serie di immagini per cui gli italiani sono come le pesche (hanno quella forma, quel colore, quel sapore: tutti) gli americani sono come i meloni (hanno quella forma, quel colore, quel sapore: tutti) e così via. E magari vanno a New York e non solo l’hanno visitata tutta, ma proprio tutta — perché quando hai visto quelle quattro cose e scattato quelle quattrocento foto, la hai vista tutta New York — ma ti dicono anche che in fondo di un continente così grande non c’è altro da vedere dopo che hai visto New York, che mai ci sarà in Ohio o in Nevada. E te lo dicono senza aver mai letto Steinbeck e senza sapere cos’è la valle dell’Eden e senza la minima curiosità di scoprire cosa nasconde il buio oltre la siepe o da dove veniva e dove andava e perché lo faceva Truman Capote o perché la libertà di Jonathan Franzen nasce proprio in Minnesota. Nonostante ciò e nonostante la lunga lista che segue a questi punti, loro han capito tutto ciò che c’era da capire sugli americani, che sono come i meloni: tutti.
Non diversamente c’è chi arriva qui e dopo dieci giorni conosce Cagliari e i suoi abitanti. Ti spiega dove fare questo e quest’altro, racconta agli amici quale sia il posto più brutto in Sardegna, è stato sotto la Torre dell’elefante e in piazza Savoia e quindi anche lui ha visto tutto.  Sa soprattutto che i cagliaritani (o i sardi se ragioniamo per insieme concentrici) hanno tutti quelle caratteristiche. Torneranno anche loro alla routine delle loro città, con un carico di selfie e una busta di conchiglie, e in ufficio o sui banchi universitari faranno la loro lezione su questa città o su questa isola, entrambe viste nella loro interezza, entrambe categorizzate come si fa nei videogiochi di calcio. Un giorno racconteranno questa storia, anzi già lo fanno, ai cagliaritani, magari emigrati o perfino in un caffè della Marina, l’estate successiva. Con lo sguardo non dell’innocente all’estero, ma di chi ha capito tutto quanto eppure non sa spiegare perché la fine di giugno è il nostro Natale e ignora che in piazza Michelangelo, dove non è mai stato, in quel periodo lì tutto si colora di viola.
Che sarebbe un po’ come se noi di mondogaggio, con questo nome qua, andassimo nella bassa di Busseto senza aver mai letto Guareschi e senza sapere che suo figlio aveva passato tutte le vacanze piovendo. La realtà è che le città sono come le persone: non puoi davvero conoscerne un’altra.

Aperitivo cambiocostume preserata selfie zif.

Alle 18 o alle 19, sole basso da un lato o dall’altro della spiaggia, vento assente, il mare una tavola, c’è una grossa preoccupazione che aleggia nell’aria: troverò il modo di ricaricare il cellulare? Suona tipo: senta sa, dovrei fare una pisciatina: posso mica usare il bagno? È un gesto di cortesia che si chiede e diventa un atto dovuto se contiamo che sono al terzo spritz, quindi verso dai 15 ai 21 euro per un po’ di linfa vitale in kWh. Che ci fosse il WiFi era dato per scontato, non siamo mica nel primo millennio.
Scene di questo tipo si manifestano con assiduità in luoghi sparsi di Cagliari e circondario (nel senso molto vasto del termine) in questa metà di agosto. Mettiamola come una questione di spettacolo in cui attore e spettatore coincidono. Sì, sono in vacanza (dal lavoro, dall’università, dalla solita-monotonia-della-vita-adoro-questo-posto-ma-spesso-non-c’è-nulla-da-fare), sono andato al mare, ho indossato il costume nuovo, lo ho abbinato con una canottiera NBA oppure con un vestito bianco in trasparenza, le frange, i ricami ecc., sono andato a fare l’aperitivo al bar e mi sono perfino portato la mia musica con le mie casse personali, ho fatto il bagno proprio alle 19, tutto questo in collegamento con l’orbe terraqueo. Cioè ho rispettato tutte le consegne, ho recitato tutto il copione e perciò non mi può tradire il cellulare per la seconda parte della mia giornata. Scusi, posso fare una pisciatina?
Seconda parte che può variare nei contenuti, dal baretto in spiaggia alla discoteca al festival X e così via, ma che non cambia nelle forme, vale a dire nel crederci davvero. E mica il costume lo paghi 80 euro se in fondo non ci credi e la borsetta Fendi da 350 euro la lasci a casa, se non ci credi davvero. In tutto questo, quindi, cosa te ne fai di un iPhone 6 dopo avere avuto il 3, il 4 e il 5 con annesse varianti se alle 19 — capisci, sono solo le 19! — si scarica? Davvero, perdoni l’insistenza, ma me la sto facendo addosso.
Ricapitoliamo: spritz, bagno, cambio costume, nuovo spritz e poi ziiiiiiif ci siamo. Tira fuori il bastone del selfie perché io in questo momento ci sto credendo tanto davvero. E tu? Nooo, ma sembro un mostro in questa foto! Rifacciamola, fammi tirare fuori meglio le labbra, aspetta forse con gli occhiali viene meglio. Sì dai questa è passabile. Quindi capite che senza quel poco di corrente elettrica che mi serve non rispetto i piani, manca qualcosa, non posso essere davvero soddisfatto.
C’è un aneddoto straordinario. Anni fa tramonta il sole su San Teodoro e migliaia di ragazzi continentali sedotti sì dalle bellezze dell’Isola, ma traditi dall’aumento dei prezzi dei trasporti, in agosto si trasferiscono a Gallipoli. Una tizia che conosciamo ci va con delle amiche, solo ragazze, discoteche in spiaggia e tutto il resto. Sta camminando sul bagnasciuga con le amiche al seguito, un altro tipo è in piedi che parla al telefono, la ferma e le dice: scusa potresti salutare Massimo? Lei prende il telefono e dice Ciao Massimo, lo ripassa al tizio che dice a Massimo: giusto per farti capire com’è qui la situazione. Frase finale che starebbe nell’Olimpo del crederci, che in ogni sua sillaba nasconde, coltiva e prepara quei tasselli o momenti da copione descritti poco fa. Una frase che però può avere la sua ragione d’essere solo se in qualche modo, come migliaia di nativi e turisti, questa sera, alle 18 o alle 19 potrò farmi la mia metaforica pisciata.

Le spunte blu sono la versione urbana delle tumbleweed.

C’è una qualsiasi melodia, mettiamo Sapore di sale. Poi c’è Gino Paoli che la canta a Sanremo, qualcuno che la suona in spiaggia, una performance a cappella di un coro del Botswana, una cover punk, una azzoppata ma romantica performance sotto la doccia. La prima è l’essenza, l’idea platonica, le seconde sono le cose, cioè le sue manifestazioni imperfette.
Da qualche parte c’è l’idea della solitudine telematica, dei surrogati-di-rapporti che ci attanagliano e qui sulla terra ci sono le sue imperfette manifestazioni. Vale a dire che esiste il concetto, l’essenza prima della cosa per cui un ragazzo deve andare a casa di un amico e non suona il citofono che ha davanti a sé, ma prende il cellulare e scrive sono qui aprimi. Figurarsi quindi quanto sarà difficile per quel ragazzo andare da una ragazza e dichiararle la sua traboccante voglia di starle vicino. Ormai la proporzione o l’equazione o forse sarebbe più corretto chiamarla funzione l’avete già visualizzata: il citofono sta per la ragazza, lo smartphone per la variabile indipendente. Apro whatsapp e ci provo così, e l’idea lassù, nel mondo esclusivo suo e di altre fortunate, ci illumina di immenso. E diventa ancora più facile se questo corteggiamento qui non richiede neppure un’indagine di fondo, delle chiacchierate esplorative, quel lento e soddisfacente lavorio alla Jacques Cousteau che ci è stato tramandato, ma si limita a un paio di double-tap dalla tazza del cesso.
Il problema è che nessuno ne è davvero immune: magari lo fa con maggiore consapevolezza, in piccole dosi, ma così come Usain Bolt non corre con le scarpe di Pietro Mennea, anche noi subiamo il fascino e la forza del nuovo-che-avanza. Siamo certi che parole simili furono scritte o dette quando il telefono con i fili aumentava la distanza e dava un po’ di forza a un cuore che non parte, ma c’è qualcosa di molto più intimo in una voce lungo un filo che nel carattere freddo e distaccato di uno sfondo grigio e messaggi colorati di verde e bianco.
La realtà ultima delle cose sta nel fatto che nessuno vorrebbe, ha mai voluto e mai vorrà essere rifiutato. Che l’essere respinti fa male in qualsiasi circostanza, che neppure una grande autostima può davvero resistere all’urto del sentirsi inadeguati. Ecco perché si prova a diluire questa sensazione in un bicchiere di megabyte, perché risparmia tutta quella serie di circostanze accessorie che rendono il rifiuto ancora più spiacevole.
Non fosse però che niente a questo mondo arriva senza controindicazioni, perché le cose sono, come da introduzione, imperfette per loro intima natura. Minacciose emergono le spunte blu e anche questo richiede una brevissima introduzione. Rifiutare di persona richiede un no ben pronunciato, ammorbidito se necessario, ma pur sempre qualche parola accompagnata dall’avere quella persona nella sua debolezza davanti agli occhi. Al telefono tutto quanto finora detto, meno l’ultima parte. Gli sms davano una via di fuga, ignorare il messaggio, ma poi arrivava puntuale: ma ti è arrivato il messaggio? che ti costringeva in qualche modo a fare i conti con te stesso e la situazione. Ora invece non c’è bisogno di una domanda del genere, basta un semplice colore per informarci che sì, quel messaggio e stato letto e di conseguenza che no, non avrà alcuna risposta.
Classica scena da film western, prima o dopo un duello, all’arrivo del nostro eroe o del cattivo, la città è deserta e le tumbleweed passano sullo sfondo a ricordarcelo. Le spunte blu sono la loro versione urbana e tecnologicamente avanzata: ho visto il tuo messaggio, ho (forse) constatato il tuo spirito di iniziativa, ma non mi interessa. Non è più tanto una questione di coraggio, capacità di fare un passo avanti, ambizione, è che piano piano si cancella anche la capacità di comunicarlo il rifiuto. Spunte blu e via, caro mio. Vale per tutto, proposte, gridi d’aiuto, battute che si supponevano divertenti, foto, e così via. Quindi non parliamo soltanto si sentimenti, ma di rapporti in generale e quindi lì, in quel programma che ha arricchito poche persone, migliorato alcuni aspetti della nostra vita e complicato degli altri, si nasconde il deserto dell’anima.

Un po’ di svago a biddio fuori.

Quando saremo vecchi e avremo nipoti che, ce lo auguriamo, ci pagheranno la pensione, noi figli di quest’età post-eroica, seduti nelle panchine di piazza Michelangelo, intenti a camminare mani-dietro-la-schiena lungo il bagnasciuga, con gli occhi fissi sui cantieri stradali, non potremo raccontare della fame, delle bombe e del fascismo, ma racconteremo delle magliette Onyx, dei costumi Phalanx e di quando al mare si andava alla sesta fermata con le scarpe.
Ci sono quelle cose che fai da piccolo, rivedi nelle foto, ti imbarazzi e dici mai più e poi puntualmente un po’ di tempo dopo rifai: tipo se sei una ragazza scopri di nuovo il biddio anche se avevi giurato che no-mai, che siamo mica negli anni ’90? Top corto, gonna lunga in trasparenza e tanti occhi puntati addosso che già immaginano la valle dell’Eden mentre tu tieni il tuo cocktail zuccherato e saluti la tua estate ora che sei finalmente-in-vacanza dopo la sessione di esami carica di libri, smorfie e selfie. A settembre riprenderai, le luci della giornata si spegneranno prima, gli aperitivi in spiaggia cesseranno, le lezioni ricominceranno e tu avrai qualche foto da postare su instagram per dire al mondo #memories.
In quella prolungata adolescenza che si chiama mondo universitario — ai tempi della Crisi, quella sì che avremmo da raccontarla, di quando la disoccupazione ricominciava a volare nel cielo più blu — ogni giorno potrebbe essere Natale. Lezioni, biblioteche, strumenti informatici: conoscere tutto di una persona intenta a condividere con il resto del pianeta la sua esistenza non è difficile. E tu, campione, cappellino all’indietro, sopracciglia rifatte, bastone per i selfie, passi la primavera a dire ai tuoi amici che hai visto una sua foto in costume e che merita. L’estate arriva presto e l’immaginazione lascia il passo alla realtà, mentre lei arriva in spiaggia, si sfila il vestito e mostra una brasiliana fluorescente che davvero ti fa gridare Grazie Coca Cola per Babbo Natale.
Arriva la domenica alla Pailotte, ti metti una canottiera, perfino spiturrato se hai bevuto succo Ace e ti sei palestrato, lei c’è e sprizza così tanta fiducia in se stessa da farti dubitare delle certezze che hai costruito davanti allo specchio. Ti attanaglia il dubbio, non sei più sicuro che anche lei cerchi solo un po’ di svago, che quest’estate possa essere l’occasione di divertirsi prima che tutto ricominci e stivali, cappotti e maglioncioni nascondano le forme che tripudiano ora, dorate dalle creme solari, sotto il sole di Cagliari.
Ma tutti i sogni nell’alba svaniscono perché quando tramonta la luna ti porta con sé, ma io continuo a sognare negli occhi tuoi belli! Non ce l’hai fatta, campione, non ti sei fatto avanti. Hai usato il bastone per farti davvero il selfie e non per spiare sotto la gonna lunga e nera in trasparenza come ti consigliava il tuo amico più grande, che chiameresti boccomero se il termine fosse ancora in voga.
E lei, che quando si usavano i bon-bon di Malizia era troppo piccola e quindi il biddio lo scopre ora per la prima volta nella sua vita, paga il suo essere troppo, l’averci creduto fino in fondo. Voleva un po’ di svago, ma ha intimorito il nostro campione, che mostrava una grande sicurezza quando puntava una fotocamera da 13 MP verso se stesso, ma che alla prova dei fatti non ce l’ha fatta neanche stavolta. Delusione per entrambi, rimpianti e il resto della storia lo conosciamo. A noi, figli degli anni ’80, in piedi a fissare l’orizzonte del poetto degli anni ’60 del secolo ventuno ci resterà da raccontare della nostra generazione, l’ultima che ha vissuto con un libidinoso demone attaccato alla schiena a darci consigli da malarione e che se usciva scerpata era solo per provare a rimorchiare e non per piacere a se stessa. 

Antropologicamente gaggio.

Ci sono domande che l’umanità si è sempre posta. Una di queste è se Gesù andasse in discoteca, un’altra riguarda il rapporto natura/educazione nello sport, e infine, in latitudini e terminologie differenti, ognuno di noi si chiede se si nasce gaggi o lo si diventa.
Nelle nostre indagini balneari, noi della redazione di mondogaggio — il blog che piace alla gente — ogni anno esploriamo queste tematiche. E se possiamo dirvi che pare che Gesù andasse in discoteca e che Pietro Mennea è stato l’ultimo bianco che correva, abbiamo qualche difficoltà in più a risolvere la terza questione.
Ci è capitato, e come dimenticarlo, di assistere a titanici scontri fra orde rivali sulla sabbia infuocata del Poetto, a ragazze malmenate per uno sguardo mal indirizzato, a poveri natanti scartonati per essersi trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato. Sempre caro ci fu quel giorno di agosto quando l’urlo oh bibite fresche, oh caddozza! di un gruppo di quindicenni gaggi scatenò una reazione a catena che mise due bagnini uno contro l’altro. Episodi del genere, di colore o di folklore, annotati nei nostri appunti mentali e in ipotetici romanzi di fantascienza però non ci danno nessuna affermazione aggiuntiva. Non sappiamo se quell’urlo o quel cartone siano scritti nei geni oppure siano maturati dopo anni di avventure gioiose fra piazzette, F10 e Peugeot 206 con minigonne.
Qui nella redazione ci dividiamo fra i seguaci della prima ipotesi, i naturisti, e seguaci della seconda, i nurtiristi. Ora che l’internet ha agevolato la mobilità gaggesca, e non più bisogna andarli a cercare sempre nella stessa spiaggia con conseguente bias di conferma, siamo giunti a un punto d’accordo: gaggi lo si è anche fisicamente. Non è una questione di abbigliamento o di acconciatura, in spiaggia, il gaggio si presenta naturale, un costume come tanti, non porta manco più il rosario. Eppure lo si riconosce così, nel suo essere, nelle sue forme. È quel momento in cui uno dei nostri consulenti politici dice: mì uni gaggiu.
Possono esserci ragioni profonde, un corpo temprato da intemperie, una sempre più flebile distanza fra mente e corpo. Quali che siano queste ragioni, noi lo vediamo camminare senza tempo e senza età, il nostro gaggio quindicenne, antropologicamente gaggio, con la carnagione scura e un filo immaginario che gli tira le spalle l’una verso l’altra, un po’ gobbo nell’andatura, gambe larghe, un angolo della bocca che va sempre all’insù, una cicatrice da qualche parte del cranio, passo svelto e tono di voce urlato. Quasi una specie a sé, è lì a insegnarci una grande lezione: che non è l’abito a fare il gaggio.

A Cagliari per tutta la vita.

Io lo so che tutto ciò che si ama è una meraviglia agli occhi dell’amante. Che siano donne o sapori, o città conosciute o frequentate di sfuggita, perfino quelle dello Squallido Tour. Di questo mondo lasciatemene una fetta che sia mia per davvero, nonostante i voli low cost e l’internet, nonostante tentazioni esterofile e giardini lontani, nonostante quella bella sensazione che si prova ogni tanto a fare gli stranieri. Non è orgoglio nazionale, non è un primato morale, non c’è nulla di più sofisticato di un semplice imprimatur. Come tanti voglio anch’io andare da qualche parte e come tanti mi annoia chi dice che non puoi vedere gli antipodi se prima non sei stato a venti metri da casa, un’esplorazione per cerchi concentrici, per livelli come Super Mario.
Uno la sua vita la passa come può e spera anche si avvicini a come la vorrebbe. A me piace passarla abbarbicato a Cagliari, lontano dai cittadini del mondo che si sentono a loro agio ovunque e provano a convertirti alla loro religione, ai miracoli dell’estero, al mondo di fuori che è sempre più bello. Mi accontento del mare a cento passi e mi piacciono i colli, perché chi vive in pianura si perde sempre il quadro d’insieme. Ai giganteschi alveari verticali, alle città di milioni di abitanti, preferisco le domeniche deserte e spazzare via da casa tutto quello che ci porta dentro il maestrale.
Per le strade della Marina sento voci americane e mi sforzo di capire che effetto possa fargli questo piccolo castello con le sue mura e la sua gente, dove sembra mancare solo Marlon Brando per creare un mondo da colonia. Dovrei fermarmi a parlarci, dovrei chiederglielo esplicitamente e in fondo mi auguro che stiano bene e si innamorino un po’, ma che abbiano anche loro un posto da chiamare casa.

Cagliari da bere.

Ore 20, prima serata, superati i controlli della nerboruta security potevi proiettarti in un mondo di sbronze per soli 6 euro, gratis per le ragazze. Era il 2003, i free drink del Cube e sembra di sentire un libertario grido di protesta riecheggiare quelli odierni contro le restrizioni dell’amministrazione comunale: la qualità di merda dei vostri cocktail non fermerà la nostra sete!
File interminabili, bicchieri di plastica, sciroppo extra per coprire il saporaccio degli intrugli creati da baristi improvvisati. «Se ne aggiungi ancora in più le ragazze tornano e si ubriacano senza accorgersene!» ti confessavano quando li conoscevi. E non ce l’hai avuto comunque il coraggio di provarci.
Cagliari viva, Cagliari alcolica, Cagliari da bere. Lasciamo da parte moralismi dei tempi moderni, finite la medie la prima sbronza era e resta il sogno di tutti, quando alle pizzate osavi la prima 0,20 e i più coraggiosi la 0,40. Andiamo a bere, vieni a bere, stasera ci ubriachiamo, stasera mi voglio ubriacare. Lo hai sempre annunciato, per festeggiare o per dimenticare, per lavare nei succhi gastrici una coscienza sporca, per affrontare qualcosa, perché sembra che in questo dannato mondo tutti siamo spaventati dagli altri.
All’ombra dell’Elefante c’è chi la sbronza l’ha presa per la prima volta a un capodanno fra amici, chi proprio al Cube, chi al Merlo, chi d’estate alla Rotondina, chi in una casa di campagna. Poi il giorno dopo con un saporaccio in bocca e la voglia di morire ha giurato che non lo avrebbe più fatto. Mai mai mai. E ancora a ricascarci, per una cotta o per amore, per il coraggio di provarci o la vista tanto annebbiata da non vedere e non capire, o magari ricordare.
I consigli tramandati da quelli più esperti, come per il sesso: non bere a stomaco vuoto, non mischiare la birra con le creme, non mischiare in generale. E tu a ignorarli, a star male e a dire che no, mai mai mai più. Un amico a tenerti la testa, qualcuno a infilarti le dita in gola «Fidati di me, starai meglio». E lei intanto che si è cuccata un altro. Non è tanto che ogni generazione cerca il suo nuovo passatempo etilico o le sue ragioni per ridursi così, è più che nessuna generazione smette di bere, neppure gli adulti che ai pranzi di famiglia traboccano di cibo, vino e dopobarba regalato dai figli per il compleanno in alternativa alla cravatta o i vecchi al bar che puzzano di birra e MS. Non serve più neanche una ragione. La Cagliari da bere beve per il gusto di farlo, beve perché è quello che fai quando esci, anche se non più da bicchieri di plastica ma da secchielli con cannucce e bastone da selfie che proietta sull’instagram invece che spiare sotto le gonne. Spende, ipoteca, piscia e rigurgita. Reflussi di coscienza alla domenica, camminate della vergogna il lunedì.
Ci saranno notti di inverno fredde e bagnate, dove una birra in più ti salva dall’uscire a prenderti la polmonite, e sere d’estate dove bevi qualsiasi cosa per non annaspare nell’afa, giorni in cui ti sentirai obbligato a bere e giorni in cui fingerai di farlo. Cuori infranti e cuori felici, costosi drink o birre ignoranti in piazza San Sepolcro.

Is Mirrionis è casa nostra.

Sai quanto tempo ci ho messo a capire perché genitori e vicini (che poi erano tutti miei parenti) ci rimproverano ogni volta che da piccoli lasciavamo il portone del palazzo aperto? Anche oggi abbiamo trovato un cucchiaio dicevano, e io pensavo ma cosa cazzo farà mai un cucchiaio?
Saranno passati degli anni, ma poi si capiva perché G. F. correva sempre in bicicletta per qualche traversa di via Cornalias e senza manco rallentare sollevava la mano e strappava un limone che penzolava da un ramo sporgente sopra il marciapiede. A scuola sui muri c’erano le pubblicità progresso: un ragazzino che fumava e un metro a indicarne la bassa statura. Il fumo non ti alza di un centimetro. Quando però andavo al mercato con mia mamma, prima che la scuola cominciasse, o nei giorni di vacanza, c’era una grande pubblicità progresso vivente, che si chiamava Luca e diceva solo tatatata e mamma ti spiegava che a usare cucchiai e limone si finiva così. Hai mai sentito parlare di Luca Ta’, pignegna di razza, che la gente raccontava fosse andato in Germania a guarire dall’AIDS?
Nel primo pomeriggio il piazzale del mercato diventava zona franca, ci passavi di fretta, senza alzare lo sguardo, se magari dovevi spostarti da via Is Mirrionis a via Cornalias, che molti ancora chiamano Is Cornalias. Poi d’estate, dopo le 18, la piazzetta che avevano inaugurato di fronte alla scuola (quando le piazzette le faceva il centro-destra), si trasformava in ritrovo per anziani e per pre-adolescenti in bicicletta. Buoncammino o i giardini pubblici erano destinati al fine settimana, come il pranzo da nonna a Mulinu Becciu. Tutti gli altri giorni Is Mirrionis era casa nostra.
Fra le vie che facevano da anditi, nelle piazzette che facevano da salotti, parlavamo il nostro vernacolo, che magari nessuno chiama sardo, però serviva bene al suo scopo. E si diceva miga, cuccaremalaghe, droghino e con parole come queste sentivi raccontare di T. che era caduto dal terzo piano, ma le funi degli stenditoi ne avevano rallentato la caduta e, atterrato in ginocchio, tutti cominciarono a chiamare gatto. Tu lo sai che nei circoli trasformatisi in baretti per fuorisede di queste cose nessuno ha memoria. Che nessuno parla più di quando andava al Globalone o all’Eurogarden, di quando dentro il Globalone volavano mattoni — sì. mattoni — e cocaina, di quando le prime vite lì hanno cominciato a perdersi, per poi essere raccolte da un noto parroco di zona, che ne agevolava il recupero, metadone e duro lavoro. Dovresti andare nei circoli dove G. F. svolta la roba che ha recuperato alle 3 del pomeriggio per sentire le loro voci.
Amara constatazione, se vuoi: non sei di Is Mirrionis se non conosci nessuno che ci è cascato, se non conosci una famiglia che per questa ragione piange almeno un morto. Se non hai mai avuto un compagno di classe che abitava in via Seruci e andavi sotto casa sua ad aspettare che scendesse, mentre pattuglie di pensionati su tavoli di plastica assorbivano il maestrale delle 17 e giocavano a carte. Con tutto il tempo che è passato qualche faccia la vedi sul giornale, pagina 4, cronaca di Cagliari. Te lo ricordi quello?, ti trovi a ripetere. Dicevano che si faceva sua sorella. Due figli in terza media, che primato. Bar loschi uno dietro l’altro, bancone in zinco, andavi a comprare il gelato e il massimo della trasgressione che il terrorismo psicologico ti aveva lasciato era una leccata del cornetto al whisky di tua madre.
Quando ancora si diceva spinello e i Chicago Bulls andavano su TMC, le scritte sui muri cominciarono a chiamarsi tag, toy e crew. È difficile essere di Is Mirrionis e non aver fatto parte neppure di una, anche se scarsamente riconosciuta al di fuori dei suoi intimi componenti. Tutto questo prima dell’internet e delle foto, quando ancora in piazza Granatieri o in via Monteacuto si poteva giocare a pallone.
Ora ti chiedo, amico mio, quando vedi C. frugare dentro un cassonetto sai dirmi la sua storia?

Elogio della lamentela.

Non conosciamo una persona che non si dica matura, né conosciamo una persona che si dica stupida. Non abbiamo mai sentito qualcuno descrivere le sue sventure come le più lievi di questo mondo, o il suo corso di laurea come facile. Così vale anche per le città: ognuna detiene il primato dei peggiori automobilisti, delle ragazze più belle, della vita più monotona.
Per la questione della movida vietata dopo le 24, abbiamo scoperto che anche i cittadini di Bologna, di Padova, di Verona e così via sostengono che la vita nella loro città sia sempre più noiosa, a vantaggio dei vecchi, incurante della loro sete.
Pare che gli automobilisti siano scorretti e maleducati solo a Cagliari, forse anche a Napoli o a Roma. Sicuramente non da altre parti.
Più di ogni altra cosa, solo i cagliaritani si lamentano. Non gli va bene niente. Di fronte a due soluzioni opposte per risolvere un problema si lamenteranno sia che se ne prenda una, sia che si prenda quell’altra. Come si può cambiare qualcosa in una città dove tutti si lamentano? Al Poetto andateci in bici, d’altronde io lo faccio.
A noi piace pensare che non soltanto pure nelle altre città si lamentino, ma anche che quando si prende una soluzione si lamentino quelli che si auspicavano la situazione opposta. Ci piace pensare che non sempre qualcosa costituisca un problema da risolvere e ci piace pensare che sia nostro sacrosanto diritto, quando qualcosa non ci sta bene, flettere leggermente le ginocchia, portare gli occhi al cielo, mettere le mani a coppa, scuoterle leggermente dal basso verso l’alto e trionfalmente dichiarare: ’scallonisi.
Ognuno di noi è il centro del mondo dal suo punto di vista. Ognuno di noi diventerà vecchio e, incrociate le mani dietro la schiena, fisserà i cantieri e si lamenterà di ciò che faceva da giovane. E mentre l’ultimo discorso di Umberto Eco ci ricorda che siamo tutti imbecilli tranne noi, ci piace pensare che i maestrini dell’internet che vorrebbero rieducare questi zotici cagliaritani e decidere chi possa navigarci sull’internet e chi no, non siano poi diversi dagli altri.

Il paradosso della sessione estiva e la voglia di diventare grandi.

Come posso dare gli esami a giugno e allo stesso tempo coltivare quell’abbronzatura selvaggia che l’abbinamento con la moda del momento mi chiede? Solo delle gambe dorate valorizzano la gonna che ho comprato. Sono i colori a richiedermelo, la loro tirannia. Come faccio a elogiare le Jacaranda se devo stare in biblioteca? Come posso sperare che questa sessione finisca, che arrivi agosto, se qui al riparo della biblioteca la mia ragazza è protetta, mentre là fuori, fra aitanti e ipertrofici maschi in slip e occhiali colorati, sarà tentata di lasciare me, Giorgio, che pure in palestra mi sono iscritto ma con scarsi risultati? Come se poi queste cose bastassero: io ho fatto anni e anni fuori corso per poter passare le ore in biblioteca, per sperare in un ginocchio-che-sfioria-ginocchio e ora dovrei sacrificare questo, laurearmi e finire nel mondo di fuori che è più crudele e che non mi ha mai dato opportunità? Come se non ci avessi messo tutti questi mesi a provarci con la mia collega e ora dovrei dare tutti gli esami per non dover tornare a settembre, a continuare il lavoro, a sperare. Come se infine (si potrebbe continuare, in realtà) non mi servano gli esami per lamentarmi del fatto che debba dare esami, foto sull’instagram, faccia depressa e poco abbrustolita #domenicadaleonilunedìcosì.
La realtà più intima, quella che è difficile da guardare quanto la nostra faccia allo specchio il giorno dopo una serata di bagordi, alcol e cattive scelte, è che per cinque anni sogniamo l’ultimo giorno di scuola e quando finalmente arriva, quando anche gli esami di maturità tacciono, ci mancano quei caldi e sicuri tre mesi di estate. Nello stesso identico modo, la sessione estiva è il parafulmine di quest’età di eterna adolescenza. Beati voi che non studiate, che vi godete le giornate, che fate tardi la sera. Eppure, seconda-intima-realtà-altrettanto-orribile) ciò che arriva dopo è peggiore. Perché non ci sarà neppure tutto agosto libero e non ci sarà la possibilità di dire stamattina griso, o mi faccio il ponte del 2 giugno. Non ci sarà neanche la possibilità di scegliere con chi passarle le mattine o dove. E quindi, si rimpiangerà la sessione estiva con i suoi patemi dell’animo, ostacoli insormontabili di un mondo non ancora adulto.
La questione, certo, è come li affronti questi paradossi. Perché si potrebbe stare lì a far le prediche, ma viviamo in un mondo che ci chiede qualcosa. E se hai dai 19 ai 25 anni, il mondo ti chiede di lamentarti della tua vita universitaria con tutti gli strumenti social che ti ha dato a disposizione. Quale altro significato possono avere le rivoluzioni tecnologiche se non di allargare lo spettro delle persone a cui possiamo rivolgerci, piegare leggermente le ginocchia, mettere le mani a coppa e dire, rigurgitare!, ‘scallonisi?
Lo indirizzi al liceo quando ancora ci vai, alla sessione estiva quando la affronti, al caldo in estate, al freddo in inverno. Durante la settimana aspetti il sabato, a ottobre aspetti Natale, a gennaio aspetti l’estate, d’estate aspetti la tiepida monotonia dell’autunno e quando ognuno di questi singoli eventi arriva, tu stai già aspettando qualcos’altro. Uno può guardare queste cose dentro lo specchio e abbracciarle o rifiutarle. La domanda decisiva però è un’altra: questa faccia indica il giusto messaggio al popolo della rete? I capelli sono messi abbastanza bene da farmi rimorchiare in biblioteca? Ho migliorato il mio corpo al punto da sottrarre la mia ragazza alle tentazioni altrui?
La risposta è ficcata dentro ognuno di voi. Avete il nostro solito spassionato supporto.