Storia del Poetto nel XXI secolo.

Un tempo era bianca e fina come farina o cipria. Dio solo sa quanto potevi tirartela. Ma cali Villassimius, pitticu puru su Poettu. I casotti non c’era già più da tempo, non troppo dato che almeno due generazioni potevano rimpiangerli. C’erano gli stabilimenti però, ma senza le discoteche e i chioschi erano dei rettangoli molto piccoli con una parte all’aperto e il biliardino, più o meno tutti uguali, sicuramente tutti chiusi dopo il tramonto.

L’ultimo Poetto prima del disastro che tutti conosciamo sotto il nome di ripascimento era veramente bello, soprattutto nei giorni di bassa marea quando, e non esagero, aveva quel pizzico di caraibico da ammazzare il Papa. Ma il Poetto non è solo sabbia e mare e qualche costruzione più o meno vecchia, è soprattutto la gente che ci va. Una parte è costante, le famiglie sono sempre quelle, che il papà indossi lo zoccolo in legno o quello in gomma, o le infradito a seconda degli anni poco cambia. C’è sempre l’ombrellone grande, magari due, la sdraio anche quella in legno o da regista a seconda della moda, il frigo portatile, i bambini che strillano, l’incontro con amici e parenti che non c’è differenza se si sta parlando dell’acquisto di Suazo, di Larrivey o di Ibarbo. Una costante nella linea temporale che si ripete come la fila per la pensione o la sfilata di Sant’Efisio. L’altra parte invece cambia negli usi, nei costumi e nelle fermate a cui va. Migra. Questa è, più o meno, la loro storia.

All’inizio del nuovo secolo c’era un dettaglio imprenscindibile per chiunque volesse, sfruttando i nuovi e utilissimi 3P e 9P, raggiungere la spiaggia cittadina: le scarpe da tennis con il calzino. Andare al mare con un paio di scarpe aperte era semplicemente sbagliato, non si poteva, non si faceva. Lascio al lettore la libertà di giudicare tale audacia, ma qui si tratta di raccontare ciò che era e così era. Provare a indossare un paio di zoccoli (le infradito non esistevano ancora) voleva dire la morte sociale. Gli zoccoli, rigorosamente in legno, li mettevano solo i gaggi che ai tempi affollavano la quarta fermata. La fermata scelta dai gaggi — che chissà per quale motivo al tempo ignoravano la possibilità di tuffare dal molo di Marina Piccola — determinava le scelte degli altri gruppi: l’adolescente cagliaritano medio andava quindi alla sesta, i cremini al rifugio negli stabilimenti. Qualche anno dopo, nel 2003-2004, i gaggi migrarono alla prima e gli altri si spostarono alla quarta.

I costumi che andavano di moda nei primi anni del XXI secolo erano per i maschi quelli da surfista con sotto la mutanda (sì non un costume, una mutanda), per le donne il bikini coi laccetti (e Dio ti benedica sempre, sconosciuto che li hai inventati) e per i gaggi il mitico falanx (o c’era il ph?) aderente che riusciva a malapena a coprire lo scroto, abbinato con la canottiera bianca formato «da bisticcio». I bar erano ancora strutture al limite del pre-fabbricato in cui prendere una pizzetta o il gelato appena arrivati o prima di andar via. D’altra parte chi ha letto i precedenti grandi classici di questo blog sa che in quegli anni i giovani non bevevano il caffè.

Così come chi ha letto quei grandi classici sa che negli anni 2003-2004 (Cfr. Eravamo giovani nel 2000 e Era sempre il 2000, era sempre Cagliari) ci fu la grande uniformazione che portò gaggi e cremini a vestirsi allo stesso modo e donò — si fa per dire — all’umanità la visierina. E fu così che anche i cremini andarono alla prima, lato Palmette. Erano anche gli anni del bar (Cfr. Storia sociale del Bar Cagliaritano) e da un giorno all’altro, come un campo di grano a cui è stata data una grossa dose di steroidi, i chioschetti del Poetto si trasformarono in ciò che conosciamo, allargandosi a dismisura fino a diventare, in taluni casi — vedi il chiosco preferito dal gamberone, aka Emerson — dei veri e propri stabilimenti. Il bar portava con sé un’innovazione finalmente utile: il meccanismo di inclusione nei gruppi sociali prevedeva ora l’utilizzo delle infradito.

È il caso di aprire una parentesi. Il meccanismo di inclusione-esclusione, la distinzione fra Noi e Loro viene maturata dai ragazzi — e questa è la ragione per la quale fra i giovani esistono così tanti gruppi — nella loro quotidianità, a scuola, in strada, nella vita sociale. Nei primi anni del 2000, scoprire i piedi tanto per i maschi quanto per le femmine voleva dire fare parte di LORO, essere lontani da NOI, non essere cosa, come si dice da queste parti. Le infradito hanno cambiato tutto questo al punto che non solo diventavano cool per il mare ma potevano essere indossate in qualsiasi altra circostanza accompagnate, magari, dai bermuda a quadri Hot Buttered.

Diventava sempre più diffusa la pratica di andare al mare per passare la maggior parte del tempo, o comunque una parte considerevole dello stesso, al bar a bere il caffè. Gli stessi bar, inoltre, si attrezzavano per il pranzo con insalate, bistecche e piatti composti. L’altra grande innovazione portata dall’abusivismo edilizio dei baretti era che il Poetto diventava luogo cult anche per le tarde sere d’estate, non più covo di coppie in cerca di rifugio per la pomiciata selvaggia in macchina. Il Lido e il D’Aquila (La Rotondina) offrivano a tutti la possibilità di andare in discoteca in estate senza doversi spostare dalla città. Ben presto il Poetto si affermava come il fulcro della vita estiva cittadina, capace di offrire qualcosa per ogni momento della giornata e soprattutto per ogni tipo di utente: la famiglia, i giovani, i gaggi, i cremini, i podisti e così via.

Spinto dal basso e nonostante il terribile ripascimento che ci fa incazzare tutti i giorni, il Poetto nel XXI secolo ha esplorate le sue potenzialità. Le nuove tendenze mostrano fenomeni ancora da studiare, fra tutti il più curioso è quello di quei cremini che al D’Aquila passano letteralmente tutto il tempo al bar e, tenetevi forte, al chiuso. Future ricerche sul campo potranno fornire a questa storia un secondo capitolo.

40 e non più 40.

Che l’Italia non sia l’America è un’ovvietà e questa ovvietà si manifesta anche nel mondo sportivo. Non si tratta di pretendere che ogni anno ogni squadra abbia la stessa possibilità di vincere il campionato. Si tratta più semplicemente di dare ai tifosi una ragione per guardare le partite e questa ragione è, nel mondo del tifo medio, vincerle quelle partite. Il campionato, si sa, in Italia è prerogativa di poche squadre, ma ci sono altri traguardi che più o meno tutti potrebbero raggiungere.

Non so se sia colpa della morale cattolica e del suo ciò che ho conquistato è merito di Dio perché io non lo meritavo ma pare che più o meno tutte le squadre, escluse quelle due-tre che puntano in alto, vogliano raggiungere la quota 40, un po’ come quando era il massimo che la lira raggiungesse quota 90. Noi puntiamo alla salvezza, ovvero ai quaranta punti, questo è un po’ il leitmotiv delle squadre di periferia. Lo dice anche l’Udinese che non sarà il Real Madrid ma un po’ in più, nonostante schieri titolare Domizzi, potrebbe tirarsela.

Fra gli ammiratori della quota 40 di quasi-mussoliniana memoria c’è anche il Cagliari che potremmo ribattezzare la squadra invisibile. Onestamente ha un organico di valore troppo alto per poter retrocedere. Potrebbe osare qualcosa in più e talvolta, come nel 2010, si è trovato a bazzicare in golose posizioni di classifica. Ma, anno dopo anno, si classifica nella zona grigia, fuori dalla zona-coppe ma anche dalla zona-retrocessione. Nella zona della quale non frega un cazzo a nessuno, la zona che non fa notizia. Il palinsesto televisivo fra le 4 e le 6 del mattino seguito solo da operatori della finanza e amanti del fetish. Il Cagliari vive lì. Un tifoso del Cagliari potrà perciò, anno dopo anno, tifare perché la sua squadra arrivi a 43 o magari addirittura a 45 punti, ma non oltre. Raggiunta la quota ecco che si smette di giocare e che quindi passa la voglia di vedere le partite. L’Europa costa troppo dicono alcuni, non possiamo permettercela, oppure il Sant’Elia non può ospitare la Coppa. Viene da chiedersi allora perché la si iscriva la squadra al campionato se poi i soldi per mantenerla non ci sono. Ah no, già, si può mantenerla fino alla salvezza, poi ci si guarda in faccia e ci si dice: bene, anche quest’anno ci siamo meritati la paga, tiriamo in remi in barca e cominciamo a fare più tardi il sabato notte.

C’è una profonda tristezza in tutto ciò e non è la tristezza di vedere partite che hanno lo stesso agonismo del giovedì sera ai campi dell’Ossigeno. È la tristezza di quando realizzi che il Cagliari è l’impiegato statale del campionato di Serie A: ha il posto fisso e le ferie, e questo basta. Che è bello nella vita di tutti i giorni, soprattutto di questi tempi, ma non è piacevole quando si tratta di una cosa che si basa sulle emozioni.

Gaggi: nature or nurture?

Una pressante domanda alla quale l’umanità, ma soprattutto la comunità scientifica s’impegna a dare risposta è: si nasce o si diventa quello che si è? Nature or nurture?

È ciò di cui si occupano importanti centri quali il Monell Chemical Senses Center di Philadelphia, o l’University Hospitals di Cleveland. Una soluzione al quesito può essere fornita, ed è proprio in questo senso che ci si sta muovendo, dai gemelli. Si tratta di calcolare il grado di influenza dei geni sulla vita di un individuo e determinare così l’interazione tra ereditarietà e ambiente nello sviluppo della personalità, il comportamento e il carattere delle persone. Lo sport è ricco di esempi: i gemelli De Boer, titolari della nazionale di calcio olandese,ma anche i fratelli Staal, tutti e tre giocatori di alto livello nella NHL.

I nostri precedenti studi hanno cercato di determinare quali fossero le cause scatenanti del fenomeno scientificamente noto come gaggiumine. Si è ipotizzata a questo proposito l’esistenza di un gene-gaggio latente che possa manifestarsi o no entro una determinata fase dello sviluppo. Gaggi si nasce o si diventa? Si è analizzato come il gaggiumine si manifesti non solo nel carattere e nel comportamento ma anche nei tratti fisici, quali la carnagione, il sorriso, l’espressione facciale. Si delineavano quindi due scenari che ricapitoliamo brevemente.

A) Gaggi si nasce. Il gaggiumine è contenuto nel patrimonio genetico e viene trasmesso di generazione in generazione come, per esempio, gli occhi azzurri. Un bambino quando nasce ha già il oh-ma-itta-è-chi-ses-castiendi? dentro di sé che si manifesterà nel suo sviluppo indipendentemente dalle sue esperienze.

B) Gaggi si diventa. È l’esposizione a un determinato ambiente, l’educazione, le frequentazioni a determinare il mìchetishcoppio.

Un nuovo campo di studi, l’epigenetica, potrebbe aiutare a risolvere il dilemma. Secondo recenti studi, esisterebbe un terzo fattore che può fungere da ponte fra gli altri due o agire per conto proprio. Si veda ancora a titolo di esempio il caso dei gemelli Jim, nati nel 1939, separati alla nascita, ritrovatisi a 39 anni con una serie straordinaria di coincidenze: alti e pesanti lo stesso tanto, avevano entrambi avuto un cane di nome Toy e trascorso le vacanze nello stesso posto, ma anche sposato una donna di nome Linda, divorziato e risposato una di nome Betty. I loro figli si chiamavano James Alan e James Allan, erano stati sceriffi part-time, avevano l’hobby della falegnameria, soffrivano di mal di testa, fumavano le stesse sigarette e bevevano la stessa birra.

Successivi studi hanno determinato che fra persone cresciute in ambienti simili, l’intelligenza è determinata maggiormente dal patrimonio genetico che dall’educazione. A questo punto, questo può valere anche per il gaggiumine. Come spiegare altrimenti il bambino di pochi anni che ha già il classico sguardo alla ta-gazzu-è tipico del gaggio? Un studio dell’università del Minnesota ha dimostrato che il gemello monozigote di un criminale ha 1,5 più probabilità di commettere un reato rispetto a chi ha un fratello criminale ma eterozigote. Gli studi sembrano perciò indicare che la nostra vita è plasmata dalla mano invisibile della genetica.

L’epigenetica di cui si è già parlato ipotizza però che esistano tratti del DNA scritti a penna e perciò immutabili e tratti scritti a matita e quindi modificabili dall’ambiente. Può il gaggiumine essere uno di questi?

Lo studio dei gemelli gaggi, o provenienti da famiglie gagge sarebbe di fondamentale importanza per il proseguimento dei nostri studi.

Quando i marziani giunsero a Cagliari.

Una mattina i marziani arrivarono a Cagliari. Si erano kwimmati lì, ovvero teletrasportati, più o meno. Erano arrivati senza preavviso, o meglio l’avviso l’avevano lasciato su Alpha Centauri e nessuno si era preso la briga di andarlo a leggere. Venivano proprio da Marte, e avevano proprio il loro aspetto stereotipato: bassi e verdi, come degli elfi, con gli occhi piccoli e le orecchie a punta. Comparvero ovunque, tutti all’unisono. Il primo, il primo che fu avvistato perlomeno, era seduto sulla statua di Carlo Felice e insultava chi gli passava sotto.

«Ei Mack! Sei proprio stupido, sai?»

Lì per lì, qualcuno svenne. Ci fu una serie di tamponamenti a catena, un’interminabile fila di macchine incastrate l’un l’altra che arrivava fino all’albero secolare di via Roma. Di solito, a Cagliari, la gente che si scontra in macchina scende e o si tiene il collo che gli fa malissimo e che necessiterà ovviamente di un collare, oppure inizia a insultarsi e accusarsi reciprocamente. Questa volta, invece, nessuno badò alla propria macchina o a quella degli altri. Scese, sollevò la testa e vide il primo marziano che insultava chi stava sotto. Poi vide il secondo sull’edicola, il terzo che gli sedeva a fianco nel sedile del passeggero e così via.

«Sei proprio ridicolo con quel taglio di capelli, Mack».

La polizia puntò le pistole, poi le ritrasse. Sparare ai marziani? Iniziare una guerra interplanetaria proprio a Cagliari? Nessuno vorrebbe una cosa del genere. Ma i marziani continuavano con gli insulti e qualcuno cominciò ad alterarsi.

«E scendine da lì o su cunnemammaruabagassa!». «Minca mì che ti scoppio»-

Ma i marziani ridevano, ridevano e ridevano ancora. Il problema era che non li si poteva toccare, una mano umana, o un piede come provò qualche nerboruto individuo arrivato dalla Marina, gli passava semplicemente attraverso.

«Mizzega» commentò qualcuno.

Erano tanti, davvero tanti. Erano così tanti che per un momento via Manno sembrò la via Manno pre-centri-commerciali e pre-caffè-fighetti, quando la gente ci passava le ore, avanti e indietro. Ai marziani piaceva passeggiare, ma soprattutto piaceva disturbare la gente. Infilarsi nei camerini e guardare chi si cambiava, fare commenti pungenti sulla cellulite o su una rasatura non perfetta. Non che avessero bisogno di entrare nei camerini, dato che vedevano attraverso le cose, ma l’effetto che la loro intrusione causava nelle persone era però loro divertentissimo. Guardavano le automobili parcheggiate, ci entravano e facevano finta di guidarle.

«Mì alle volte al marziano toccandone l’ape di babbo» strillò una signora dal balcone.

Era solo l’inizio, ma era proprio un disastro.

Kiagliari. Una guida pop (3). Parte II.

Pub e bar

Come spendere 7 euro a Cagliari? Basta comprare un cocktail in un qualsiasi locale della città. No, mi dispiace, il servizio non comprende quel sontuoso buffet al quale sei abituato durante i ricchi aperitivi che fai su al nord. L’aperitivo, un po’ come Cristo a Eboli, si è fermato a Roma. Roma ladrona. Di buono c’è che quasi nessun locale cercherà di mandarti via se non continui a ordinare, quindi a stomaco vuoto e con un cocktail di quelli carichi ci si può rendere ubriachi con 7 euro, tirandolo giù alla goccia.

Qual è la ragione per la quale non troverai, se non con rarissime eccezioni, un locale con prezzi degli alcolici un po’ più proletari? Si può rispondere a una domanda con una domanda? In questo caso si può rispondere a una domanda con due domande, ecco la seconda: perché a Cagliari non c’è l’Ikea?

Tu che di geopolitica ne capisci un casino, non hai bisogno di altre spiegazioni.

I locali del capoluogo si concentrano in un maxi complesso.

1. Piazza Yenne-Castello-Corso. Buono per tutte le stagioni e per tutti i gusti. Si va dal locale un po’ fighetto al postaccio che ricorda i bar degli anni ’80. Andiamo con ordine.

Castello: locali scavati dentro la roccia ma con la fortuna di avere solitamente una parte all’aperto che in primavera-estate non dispiace mai. La clientela in genere se la tira un po’. Scena golosa: le ragazze col tacco gagliardo che incespicano e si massacrano le caviglie cercando di camminare sull’acciottolato, la scena del secondo infortunio di Ronaldo è sempre dietro l’angolo. Youreporter. Sono i luoghi dove gran parte dei cagliaritani va a sciorare cioè a far vedere la camicia nuova in linea con i gusti dell’ultimo momento o la capigliatura sulla quale ha lavorato duramente. In alternativa c’è Lello Castello, che è l’esatto opposto e nel quale magari capita di incontrare Joe Perrino, che all’uscita della galera lavorava nella fumetteria di via San Bendetto.

Zona di confine: poco frequentato d’inverno perché troppo piccolo è il Mojito, locale che troverai prima dell’ascensore panoramico (talmente panoramico che per tutta la salita vedi un muro) e che risparmia sulla concessione edilizia utilizzando le scalette come tavolini.

Per te, che in valigia hai messo un po’ di tutto, affrontare questa zona della movida cagliaritana non sarà un problema. Certo, tieni a mente che, pur senza la musica alta, la misura del vaffanculo sulle fronti qui è tripla.

D’estate Piazza Yenne è il cuore pulsante della città. Perno attorno a cui ruota questo polo, come si dice oggi, ti ritroverai immerso fra la gente che cerca riparo dall’afa in mezzo alla folla sudaticcia. Tu cammini a testa alta, ti guardi intorno, fai qualche giro della piazza Ormai hai capito come funzionano le cose, magari entri in un locale per berti una birra, anzi meglio un tavolino all’aperto. Se poi decidi di mangiare, fallo con classe, perché la gente, intorno, ti guarda e a volte è seduta in un muretto che tocca proprio la tua sedia. Scusi ma è un’orata quella che sta mangiando?

Corso: grazie alla geografia, che ogni tanto si rende utile, la prossimità fra tutte le imprendibili attrazioni della notte cagliaritana ti permette di spaziare dalla serata chic al tipo che ti vomita a fianco all’uscita del Merlo, storica birreria che tu non rinuncerai certo a visitare.

In teoria sarebbe Corso Vittorio Emanuele ma tu che vuoi fare la figura del turista interessato e di cultura sai che tutti a Cagliari lo chiameranno sempre e solo il Corso. Padroneggia pure questo termine e farai un figurone.

La passeggiata

Detta anche il giretto, la passeggiata è un’alternativa per un sabato sera fra il salutista e il mondano, con un giro che parte dalla già citata Piazza Yenne, arriva in via Roma e si avventura per le vie della Marina (cfr). Qui la fauna è varia come in uno zoo: la coppia, la famiglia, il wolfpack, gli amici delle scuole superiori, insomma tutto ciò che Cagliari ha da offrire. Ma soprattutto te, che cammini con l’infradito, il bermuda e la camicia celeste un po’ slacciata. Cazzo, quanto spacchi? E quale altra guida te lo dice? Nessuna.

Il giro largo prevede la discesa proprio per il largo (Carlo Felice), la passeggiata sotto i portici di via Roma con un rapido sguardo alle pigne (aka i tossicodipendenti), una toccata al porto se ci si sente romantici o si ha voglia di sentire quel classico odore di reti da pesca.

Ovviamente la parte più interessante, soprattutto per una persona come te, è infilarsi nelle strade della Marina, storico quartiere e, evitando cautamente di perdersi, dedicarsi alle sue molteplici attività. In primis, alla Marina si mangia il miglior kebab della città. Ci sono poi dei buoni ristoranti, prezzi variabili ma hai pur sempre risparmiato i soldi dei taxi, è ora di far girare l’economia o no? Fra le cose interessanti che scoprirai è che anche le prostitute hanno una casa a cui tornare dopo la dura giornata di lavoro e questa casa è proprio là, dove ti trovi tu. C’è Piazza Savoia, soprattutto in estate, forse un po’ troppo culturale per i tuoi gusti, ma qualcosa di bello si trova. E poi entri in un bar e ti si apre tutte il repertorio del cagliaritano verace.

Oh ‘gnazino… scesa lelài l’aliga a mamma? (cit)

Kiagliari. Una guida pop (3). Parte I.

Quando il giorno si fa buio

Tutto un intero anno con la sveglia puntata alle 7 del mattino  sempre puntuale, maledetti giapponesi — ti svegli che sei un zombie, ti rovesci un’intera caffettiera in gola e a mezzogiorno dimostri dieci anni di più. D’inverno poi fa così freddo che neanche il caffè vuole uscire dalla caffettiera, e dove abiti tu l’inverno dura un botto.

Ma ora che sei in vacanza ti svegli, sono le 11: e sei un signore. È chiaro che non vuoi passare le tue mattine di ferie in attività culturali o passeggiate sotto il caldo pungente, fai una vita da cani, diciamo le cose come stanno, e almeno in vacanza vuoi vivere la notte, fare la movida come si dice ultimamente.

Ma cosa fare, quando cala il buio, nella Cagliari del XXI secolo?

Discoteca

Sì sì, lo sai, magari sei troppo cresciuto per certe cose, ma chissenefrega, proviamola. Anche perché la gran parte della gioventù dell’isola è proprio qui che spende le sue serate in cerca perlomeno di una strusciata asciutta. L’occasione fa l’uomo ladro e noi non siamo qui a biasimarti: anche in sapore di sale si pomiciava da pazzi.

Le discoteche sono tante, sempre le stesse da quando hanno chiuso l’Eurogarden, cambiano semplicemente il nome. Dentro ci troverai sempre le stesse persone, ma tu sei qui solo per 15 giorni, perciò non le vedrai mai più. Non che ci sia tanto da conoscere, dato che la musica sarà talmente alta in tutto il locale (la gente deve chiapire che qui c’è musica pestata, ma zaccando molto) che le conversazioni saranno tutte sulla falsa riga di questa:

– Ciao! Come ti chiami?

– No, è un rum & cola, ma non è granché!

– Ottimi i granchi! Li ho mangiati proprio ieri!

– Chi? 

– Io sono Andrea

– Guarda non lo so, sono troppo ubriaca

– Ti va di uscire un attimo?

– Due coccodrilli?

– Io vengo da Verona

– No no, non sono portoricana!

Ma non t’importa degli altri, tu sei lì, al JKO o Cuore, allo Spazio Newton o Cocò, perché quel tuo ex compagno di classe, con il padre militare e che ora vive in Sardegna da decenni ti ha detto che qui c’è della bella pasturona.

È vero, ma frena i bollenti spiriti: ogni ragazza, a Cagliari, ha un vaffanculo scritto in fronte. Anche se dovessi riuscirci a parlare c’è poco da fare, il suo primo sguardo sarà quello del disprezzo. E anche quando ciò non accadrà, la ragazza sarà lì con degli amici che non appena ti vedranno si avvicineranno subito a proteggerla, loro che sono suoi amici o meglio, loro che vorrebbero farsela da anni e dio-mi-fulmini-se-permetto-a-questo-qua-di-farsela. Ti è appena stata svelata un’altra realtà, e francamente cominciamo a sentirci come la Madonna di Fatima: conoscere una ragazza a Cagliari, senza il tramite di qualcuno, è impresa ardua. Devi colpire allora quando è vulnerabile: quando potrà avere una scusa da usare con la gente benpensante che le darà della troia, tipo ero ubriaca.

Fauna tipica. Il gamberone. Noto in tutta Italia come il discotecari, il gamberone non si perde ma una serata. Prende sempre il tavolo, pagandolo magari con delle cambiali, ma in discoteca il gamberone deve avere il tavolo. Che è un po’ come andare in ristorante e chiedere un posto in piedi. Abbigliamento registrato: pashmina con un caldo infernale, camicia slacciata fino all’ombelico con i polsini girati, mocassino tattico. È sempre in grinta, perché parla un linguaggio tutto suo. Del tipo: ciao zio, siamo in piena stasera! Per il gamberone è tutto ino: camminino, caffettino, seratino. Lo senti parlare di soci, ma non ha una spa, è semplicemente linguisticamente diverso.