Maschi contro pivelle.

Penso sia cominciato tutto in seconda elementare. Mi godevo il mio succo di frutta travasato da mia madre in una bottiglietta di plastica dal tappo rosso e due bambine si girano e ridacchiano fra loro: «Sta bevendo medicina». E continuano a ridacchiare, quelle stronze. Era il 1992 e quello è il mio primo ricordo della guerra fra generi.

Nella nostra scuola le maestre erano tutto donne e noi spocchiosetti bambini dei ruggenti anni ’80 ci sentivamo per questo svantaggiati. Come potevamo concorrere ad armi pari quando la classe dirigente era geneticamente schierata dalla parte del nemico? Per di più, quando avevano sistemato la classe (lo spazio d’aula!) in gruppetti da quattro, avevano ben pensato di mettere in ognuno almeno una… femmina. Noi eravamo quindi coscienti che ci spiavano e ci studiavano e i pomeriggi nei campi in terra battuta delle scuole calcio meditavamo le nostre strategie d’azione. Eppure le bambine avevano sviluppato la capacità di farci disertare e qualche volta uno di noi ci abbandonava per fidanzarsi con una di loro. Che schifo, gli piacciono le femmine! Ad anni di distanza e lontano dal cameratismo di quei giorni, posso confessare che anche noi, quelli che resistevano, la sera andavamo a dormire pensando a una bambina della scuola, magari quella che aveva raggiunto l’ambito titolo della più bella della classe.

Quando arrivammo alle scuole medie avevamo già perso. Non si trattava più di chiederci se ci piacesse qualcuna (o di negare che così stessero le cose), ma chi ci piacesse. C’erano alcuni nomi che tutti conoscevano e che avevano per noi la stessa valenza del posto statale per i nostri genitori.
Ricordo che in terza media molti caddero nel giro di pochi giorni. In gita verso la riviera romagnola (vicenda che abbiamo già raccontato) su un autobus che partiva da Roma, N. passò mezzora a baciarsi con F. Poi alzò la testa e incautamente chiese alla professoressa P. se mancasse molto. «Cosa sei già stanco?» rispose lei rimettendolo al suo posto. Nei posti in fondo però, cominciarono a volare le domande imbarazzanti. Chi è il più carino di terza B? E di terza C? A. rispose M., che era seduto lì con noi e quando arrivammo all’albergo i due condivisero un passaggio in ascensore da soli. «Minca, A. bacia con gli occhi aperti» disse M. che nel fine settimana vendeva il torrone nelle sagre e per questo arrivò tardi all’esame di terza media. Le due stronze del succo erano lì e quando venne il turno della terza B non fecero il mio nome.

Chi di noi aveva una sorella lo sapeva che le ragazze erano il male. Ci infastidivano e torturavano quando ci riunivamo a casa di qualcuno, ci impedivano di giocare al Super Nintendo o volevano scendere con noi nel giardino dei fortunati che abitavano nelle vecchie cooperative della Prima repubblica. Pretendevano di essere invitate ai nostri compleanni, corrompendo attraverso le loro madri le nostre.
Alle superiori ogni velleità di battaglia era stata abbandonata. I puristi che anche alle medie avevano finto di non essere interessati caddero anche loro e con tonfi ben più grossi. La nostra Waterloo fu davvero la terza media quando cominciò a girare la domanda «Hai mai cuccato?». Rispondere no era umiliante e fra i migliori falsari si applicavano a fabbricare storie credibili da rivendere nonostante profondi interrogatori che spesso si concludevano con «Sei pieno di bolle, non hai mai cuccato!». C’era proprio tutto un rituale per il quale si chiedeva prima ti-vuoi-mettere e solo dopo, e non era mica scontato, vuoi-cuccare.

Nessuno provò a restaurare il vecchio mondo, alle scuole superiori. Le ragazze cambiarono nome in pivelle e divennero un’ossessione. Oh ma ci sono pivelle? Andiamo all’Open, è pieno di pivelle. Al Siotto è pieno di pivelle! Gianni è pieno di pivelle. Un giorno divenne fallimentare senza pivelle , i nostri zii cominciarono a chiederci con insistenza se avessimo bagnato il biscotto, facevano battute sul trovare i buchi a odore e loro, le ragazze, un tempo acerrime nemiche, ci torturavano con il loro profumo e ci spingevano ad andare a scuola con il sorriso, nella speranza che le loro compagne di banco non ci fossero e le nostre cosce si potessero sfiorare. Ognuno aveva progettato nei minimi dettagli ciò che avrebbe fatto quando sarebbe venuto il suo momento: il mio compagno di banco in seconda superiore me lo ripeteva ogni giorno e mi sembrava davvero una figata. Sapeva già tutto e anche con chi sarebbe successo. Anche se in realtà non accadde mai.

Poi, passati gli anni scolastici, abbiamo sentito un noto rapper del ghetto cagliaritano di giovanissima età sostenere che «se ci sono pivelline bone me le faccio tutte» e abbiamo capito che la nostra generazione ha perso per tutte le successive. La guerra fra generi non si combatte più manco alle scuole elementari, su quegli stessi bastioni in cui noi ci sentivamo, gli anni erano quelli lì, come in Iraq. E quando ci raccontano di storie tragiche, per sottolineare la tragicità delle stesse, ci precisano che quel tipo era pieno di pivelle.