Generazione riga-in-mezzo.

Televisore grosso e pesante, un parallelepipedo irregolare di plastica, manopole e tubi a raggi catodici, le 20:30, la famiglia seduta a tavola. Lo schermo si colora di blu e oro e parte l’attacco del Te Deum di Marc-Antoine Charpentier: ecco il faccione di Ettore Andenna, ecco la faccia dell’Europa.

Prima della BCE e del ce-lo-ha-chiesto-Bruxelles, l’integrazione europea aveva le sembianze del sabato sera e di Giochi senza frontiere. Ogni settimana una città diversa presentava la sua nazione, con un video introduttivo sulle meraviglie di quel posto non troppo lontano evidenziato in giallo sulla mappa. Di quegli anni ruggenti e pluralisti la più grande eredità resta nelle persone che incontriamo per le strade di Cagliari che parlano in euro, ma pensano in lire e dicono «alle volte in una mattina riesci anche a farti le venti euro».

Ora abbiamo quell’età di mezzo per cui alcuni di noi si sono trasformati in ciò che chiamano generazione Erasmus, una presunta rivoluzione sessuale e culturale che comunque ci appare, la maggior parte delle volte, solo il modo in cui una nutrita schiera di jolloni ha varcato le furono-frontiere come unica alternativa per conoscere l’emozionante tocco dell’altro sesso. Chi però non ha disertato, chi preferisce quell’altra di Europa, chi si emoziona a vedere Sergio Volpi e Paolo Poggi, è ancora parte della generazione riga-in-mezzo.

Mettiamola così. Di fronte a un evento inspiegabile, se tentiamo di risalire alle sue cause potremmo procedere a lungo fino a rifugiarci nella volontà divina, che alcuni chiamano asilo dell’ignoranza. Di fronte a una nostra vecchia foto imbarazzante facciamo la stessa cosa: fino a quel porto lontano che prende il nome di si usava così. Nelle foto di quegli anni, un preoccupante numero di noi ha questo aspetto: scarpe da basket nere Nike, viso pallido e la riga in mezzo che termina in due ciuffi cascanti sulla fronte. Fatecene pure una colpa se proprio volete: ma che il più bono della boy band di maggiore successo, i BackstreetBoys, portasse la stessa identica acconciatura non era proprio un deterrente. Se le ragazze così volevano (e del perché decidessero loro abbiamo già parlato e qui ci limitiamo a dire che le clausole del trattato di pace furono a noi maschi sfavorevoli) chi eravamo noi per opporci? Se insomma, l’alternativa era fra riga in mezzo e barbarie, era chiaro che dovessimo scegliere la riga in mezzo. C’era pure una tecnica piuttosto precisa: bagni il pettine e te lo passi fra i capelli tirandoli tutti in avanti. Centri la metà del cranio e tracci la linea: poi disponi a destra e a sinistra. Infine bagni nuovamente il pettine, lo pieghi sul lato destro e tracci il ciuffo destro e ripeti l’operazione a sinistra. Era necessario rispettare quest’ordine di destra e sinistra? Sì. I mancini non è che fossero ancora figli di Satana, ma ci piacevano poco.

Quando salimmo sul nostro primo aereo, un DC-9 Alitalia con bibita e scelta dolce o salato non fu con la rivoluzione sessuale in mente. E seppure il calcio europeo ci affascinasse, se la domenica nei campi di periferia tiravamo su il colletto perché così faceva Cantona aprendo un buco nel petto di un demone, quando dovevamo scegliere chi interpretare preferivamo Roberto Baggio oppure Fabian O’Neill. Privi dei filtri dei cellulari, ci era dato dichiararci di persona alle ragazze, diventare bordeaux, abbassare lo sguardo e gestircela poi fra coscienza e stomaco. Anche a noi chiamavano i giovani d’oggi, nonostante le ricerche le facessimo sul Televideo e sull’Enciclopedia che i nostri genitori avevano comprato poco dopo il matrimonio e il caffè lo bevevamo, poco più di un’unghia, soltanto le domeniche a casa di nonna.

Forse eravamo meno europei, meno rivoluzionari e meno moderni. Ma era comunque un mondo felice quello in cui un pallone Tango e due figurine introvabili rappresentavano l’apice dell’adolescenza.

4 pensieri su “Generazione riga-in-mezzo.

      • Peccato. Attendevo curioso la tua lettura sociologica della movida cagliaritana – sempre che la parola “movida” abbia ancora una qualche valenza sociologica.

        …e chissà cosa ci avresti detto a proposito dell’anellino al naso che sembra accessorio indispensabile per accedere alla vita che conta.

        Farò di necessità virtù: rileggerò i vecchi articoli.
        Un saluto pieno di stima.

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