La più calda delle estati.

E chi se li dimentica i pomeriggi estivi a giocare a pallone in qualche campetto che spuntava fra le case popolari o le mattine a inseguire quello stesso pallone lungo le distese di sabbia bianca del Poetto? Perché facevamo forse altro in quei giorni d’estate di inizio millennio che pensare al pallone? Badate bene che era prima che perdessimo la nostra guerra contro le ragazze, quando ancora facevamo fatica ad ammettere che ci piacessero, quando nascondevamo l’idea di stringerle per mano e accettare la sconfitta.

Al mare in autobus, con le scarpe e i calzini, a giocare a biliardino (male e con frullata annessa) a sentire terribile musica dance italiana e aspettare il Festivalbar la sera, quando una sorella o un fratello più grande ti spiegavano quale fosse la differenza fra esibirsi dal vivo e cantare in playback. Quaranta minuti il viaggio d’andata, quaranta quello di ritorno, due ore di partita, sudati da far schifo e un ombrellone neanche a pagarlo. Era interdetto ai minori di 18 anni portarsi l’ombrellone al mare: quello di casa non te lo avrebbero mai lasciato i tuoi genitori, che sapevano quanto eri coglione e quanto avresti pensato di trasformare anche quello in un palo e magari dimenticarlo lì. Grupponi di soli ragazzi, zanetti Nike a sacchetto, manco belli da vedere, con l’adolescenza esplosa addossa sotto forma di peli e odori poco rassicuranti. Certo niente perizomi e brasiliane in giro, ma anche se fosse, quello è un pallone, vuoi mettere con il migliore dei culi.

Niente caffè al bar, niente aperitivo la sera. I pomeriggi a Monte Claro, che avevano inaugurato da poco, e poi la sera in discoteca, di nuovo al Poetto, troppo ubriachi per essere attraenti. Poi il primo tradì, cominciò ad andare verso un altro parco, con una ragazza. E noi incazzati e traditi, intenti a parlarne male, a dargli dei soprannomi. Invece, uno per volta, tradimmo tutti e ce lo portammo perfino a Monte Claro le ragazze. Ciao ciao palloni e cassonetti come pali, e assieme alla patente spunta il primo ombrellone.

Quindici anni dopo siamo su una sdraia a fissare il solito mare e a non credere che davvero andasse così.

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