Guida intelligente alle biblioteche cagliaritane.

Ora che la stagione volge al termine, che gli impegni pressanti vi strappano dall’abbraccio della spiaggia, che gli esami vi dicono che no, anche se si sta bene, il mare ve lo sognate,  che le notti brave saranno relegate a concludere poche fortunate giornate, che gli amori estivi sono finiti, ecco emergere pressante l’interrogativo dell’anno nuovo. In che biblioteca andrò? E voi che non siete degli sprovveduti, ma dei campioni, non siete disposti a scegliere a casaccio.

Acquario: Alcuni la chiamano Interfacoltà, si chiamerebbe Dante Alighieri, ma noi la chiamiamo ancora Acquario perché ci piace la tradizione. Ci sono tre assiomi su cui si fonda il sistema-Cagliari: 1) A Cagliari ci sono più salite che discese, 2) Le estati durano ogni anno un giorno in più, 3) Comunque tu la veda, tutte le ragazze cagliaritane sono fidanzate. Se fai l’università da queste parti finisci con aggiungere un corollario che suona più o meno: c1) Mano a mano che la carriera di un universitario cagliaritano si allunga, la probabilità che vada a studiare all’Acquario si avvicina a uno.

Puoi fare tutta la resistenza che vuoi, rinchiuderti nella più profonda delle hipsterie — e parliamo per esperienza personale — che prima o poi finirai su quei banchi bianchi e lungo quelle ringhiere rosse, in mezzo agli scaffali pieni di libri dei quali probabilmente non ti fregherà, a te che fai ingegneria, proprio nulla. In perenne lotta con l’aria condizionata, l’acquario può essere bollente in estate e di inverno mostra una poco piacevole tendenza ad allagarsi quando piove un po’ troppo. Ma la piazzetta lì di fronte è troppo golosa e la gente è così tanta e le ragazze così bone e la situazione così ideale per fare quel piccolo passo che ti può cambiare un’intera sessione di esami se non proprio un semestre, che non puoi resistere troppo a lungo. Intorno a te il grande alveare, il ronzio di voci, che sembra non cessare mai se non soltanto alle 14, quando tutti iniziano una lunghissima pausa pranzo che talvolta conduce al turno notturno — la seconda ora, come ci piace chiamarla. E poi prese di corrente a profusione, per placare la nostra sete di kWh e l’internet che va una meraviglia, così salvi byte, ma mantieni un contatto con chi sta fuori (anche se magari a quel qualcuno non fregherebbe un cazzo della tua faccia che, selfie dopo selfie, continui a proporre in globovisione sull’instagram).

Non è il posto migliore dove stare se per studiare hai bisogno di concentrarti, ma è il posto più simile all’ora di ricreazione di un Liceo anni novanta come li abbiamo scoperti nei telefilm.

Viale Fra Ignazio: Quale migliore monumento a una vita universitaria che sia anche mondana? D’altronde la scuola è finita, non hai più quel migliaio di occhi che ti guardano e manco tu hai più la possibilità di guardare che rischi di perdere il contatto con la società, con la moda, con i tempi. Rischi di ritrovarti ancora con i pantaloni a vita bassa, o con le scarpe che si usavano due anni fa. Per fortuna però che, anche se non studi nel polo di viale Fra Ignazio, le sue biblioteche ti possono accogliere, il suo baretto ti può far credere di essere ancora vacanza e puoi quindi accorgerti di cosa si può e non si può indossare, fare le prove generali di quelle famose serate che concludono solo alcune giornate di cui parlavamo prima. All’Acquario per la quantità, in viale Fra Ignazio per la qualità ci dicevano i nostri amici maliziosi. E nonostante ciò puoi studiare dignitosamente, i banchi ti lasciano un po’ di privacy e l’afflusso è minore, così come quell’insistente ronzio è soffocato. Ma anche da queste parti devi passare se per te l’università conta qualcosa in più che la semplice cultura e se non vuoi rischiare di diventare tu quel jollone o quella soggetta che per cinque anni hai visto isolarsi dal mondo nel quale viveva.

MEM: Guardiamo in faccia la realtà, le sfilate all’Acquario, la passerella del viale sono solo una preparazione rispetto alla grande vetrina della Mediateca del Mediterraneo, che manco è universitaria a dirla tutta, quindi non devi manco fare pace con te stesso e la tua anima che ti rimprovera che dovresti studiare di più. Bar e ristorante, spazi grandi e pochi posti per essere davvero esclusivi, bagni puliti, chiusura alle 22 pronti per andare da qualche parte e rilassarsi dopo l’intensa giornata di studio. Aperta a tutti, certo con qualche pazzo che gira (ma quelli dove non arrivano?), ma con una variegata popolazione di studenti delle scuole superiori o di future matricole in attesa dei test di ingresso per la facoltà a numero programmato. E poi vetri ovunque, esposizione a tuttotondo, quando ti alzi e cammini per andare a fare pausa tutti ti possono davvero guardare e puoi trattarti bene, te lo meriti, puoi andare in un bar che si rispetti invece che bere quel surrogato di caffè delle macchinette.  E sai che delizia escono le foto con una luce del genere? O quanto stia meglio un hashtag come #facciadastudio o #sessionediesami con una bella sedia marrone sullo sfondo e il cielo sopra di te, piuttosto che con monotoni banchi pasticciati che manco quelli di scuola?

Se davvero punti in alto, se temi che qualche serata il venerdì o il sabato non basti a tenerti nel mondo delle persone che esistono in questa Cagliari che dormicchia di inverno, non puoi non andare qualche volta alla MEM. Con buona pace dei sensi di colpa.

Provinciale: Noi l’abbiamo conosciuta nello scantinato. L’abbiamo guardata da fuori e abbiamo detto: ma davvero è una biblioteca? Poi siamo entrati, ci siamo guardati intorno e abbiamo dovuto prendere il giornale e guardarlo per bene per renderci conto di non aver fatto un viaggio nel tempo, un vortice indietro fino agli anni ottanta. Eppure la provinciale si presentava così: brutta, senza internet, con aggressive bibliotecarie che ti sloggiavano se occupavi il posto per più di mezzora. La domenica una guerra per trovare posto, l’unica biblioteca aperta in città, ressa ai cancelli manco la mattina a messa le signore dei primi banchi. Poi ci hanno detto che la trasferivano a Monte Claro, lassù in alto dove alcune coppie si spingevano a pomiciare quando avevano sedici anni e il sole tramontava presto e non avevano le macchine dove chiudersi e coprire con il proprio vapore. Ci è voluto del tempo — del parecchio tempo — ma alla fine è successo: nella città dove ci sono più salite che discese, la biblioteca più moderna, luminosa e condizionata sta proprio sulla punta di una dei suoi colli. Quindi per salirci o usi la macchina oppure ti fai coraggio e ti arrampichi come un pirata, ragion per cui la trovi piena per la sessione invernale, ma raramente ti lascia in piedi in quella estiva. Signori anziani in cerca delle notizie del giorno fanno da contorno a banchi nuovi e condizionatori da supermercato che d’estate ti metti la felpa e d’inverno le maniche corte. Una sorta di custode onnipresente sorveglia su tutto e tutti, e una misera macchinetta per la distribuzione automatica non le dà quella marcia in più per affermarsi. Basterebbe metterci un piccolo bar o un chiosco che la gente comincerebbe a salire entusiasta e a far battaglia come si fa la domenica e i prefestivi.

È la più democratica delle biblioteche, chiunque riesca a salire ha diritto a stare senza troppi patemi. Può trovare la sua nicchia per studiare, ha gli spazi per gozzovigliare, si può leggere la stampa sportiva, può sciorare o disinteressarsi, il ricambio di persone è così intenso che presto comunque si dimenticheranno di te. Perché qualche fedelissimo permane, ma senza il giusto spirito non tutti riescono a salire giorno dopo giorno. Può un panorama così bello, il mare all’orizzonte, i castelli da entrambe le parti, giustificare questa fatica? Non sempre.

E ce ne sarebbero altre di biblioteche da frequentare, con i loro pregi e le loro doti nascoste. Facciamo gli snob anche noi e quella di Ingegneria la ignoriamo. C’è anche un posto bello più degli altri che ci piace però tenere nascosto e del quale non parliamo mai, perché quando qualcuno della nostra redazione va a studiare da quelle parti gli piace l’idea di sospensione del tempo che lo circonda. E temiamo il momento in cui incontreremo anche là qualcuno che conosciamo e i nostri sensi di colpa torneranno a bussare alla porta.

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