Ma come mi vestivo?

La mitologia natalizia si fonda in gran parte su cose che Cagliari non offre. Niente neve, niente case coi tetti illuminati, niente Rudolph, niente Frosty, niente vischio. Anzi spesso capita, come quest’anno che, dopo un inizio di dicembre al freddo e al gelo, spunti il sole e la colonnina superi i 15 gradi, Quest’anno, sarà l’austerity o la pagu-gana, anche le consuete decorazioni natalizie sono comparse solo alla spicciolata e spicca, in negativo, via Garibaldi senza luci. Per fortuna c’è ancora lo Svizzero che si agghinda a festa.

Comunque, mi trovavo a girare per le vie del centro a respirare quel poco di atmosfera e a spendere quel poco di soldi e ho trovato, nella vetrina del negozio che a inizio millennio era il punto di riferimento del ceto medio cagliaritano, il mutino Carhartt. Tralasciando l’attacco di nostalgia che mi ha colpito e tutta quella serie di flash a tipo ultimo-secondo-di-vita in un film d’azione, mi è venuta una riflessione che voglio condividere con voi. Ecco, prendete una vecchia foto, magari una foto di classe, guardatela e inorridite. Nella vostra mente si formerà per magia, come al sim-sala-bim del prestigiatore, un pensiero invadente: ma come potevo pensare che quella roba fosse indossabile? Eppure sì, c’è stato un tempo in cui aprivate l’armadio, che era colmo di cose del genere, sceglievate l’abbinamento perfetto e così eravate stimati e giudicati di buon gusto. Sì, lo ripeto: di buon gusto e vi facevano pure i complimenti per questo. Qualcuno di voi avrebbe mai indossato un paio di jeans stretti? Così come molti di voi avrebbero oggi difficoltà a indossare le Etnies o, peggio ancora, le Shox. L’affascinante mente umana fa di questi trucchi, bastano pochi anni e provate assoluto ribrezzo per ciò che ancora penzola nel guardaroba. Per non parlare dei capelli. Guardare una vecchia foto di classe è una sensazione completamente diversa da quella che si ha nel guardarne una di primo novecento, quando tutti portavano il cappello e le gonne coprivano i calcagni. Non c’è nessun gusto storico dell’esotico. Non c’è lo stupore che mio nonno manifestò al suo ritorno da un vacanza in Russia, «c’erano bambini piccolini che parlavano russo». C’è invece un misto di ribrezzo e di imbarazzo, nonché di riprovazione: noi eravamo quelli.

Per questo scherzo del nostro essere umani, si stanno rispolverando le uniche cose brutte di Harry ti presento Sally: i maglioni. Stanotte, quindi, quando aprirete i pacchi senza neve e senza eggnog ricordate che entro un lustro dubiterete seriamente di ciò che stavate facendo nel manifestare una, ahimè, sincera felicità.

Kastiabirirui.

Podisti al Poetto. Persone stressate che aspettano un caffè al bar, coppie affacciate dal bastione di Santa Croce. Siringhe abbandonate a fianco al cucchiaio, bambine che giocano e dicono «ma sai che il limone lo usano per drogarsi?» «ma mamma, ce lo mette nella minestra» e pianti disperati. La gente fuori delle chiese, la fila nelle pasticcerie, i mercati chiusi, tanti che ancora sonnecchiano. Quanto sei bella Cagliari, quando è inverno e il maestrale gelido si è portato via le nuvole, così che il cielo è tanto limpido da farti sentire davvero piccolo. Quando sei un po’ Chicago e meno Londra, quando il sole riscalda e l’acqua del mare è trasparente perché nessuno muove la sabbia, neppure le onde. Tutti vogliono un po’ di sole, i gatti inamovibili sotto le finestre, le passeggiate al mare e chi pensa all’ombrellone? Le mura sembrano dipinte sul cielo e quando arriva il pomeriggio e anche le posate sono lavate, tutto tace. Ogni domenica pomeriggio vai in letargo per un po’ e, non più sotto il dominio delle macchine, quanto sei bella Cagliari, di una bellezza ingenua.

E per la tua ingenuità, quella domenica pomeriggio un annuncio ti colse di sorpresa. Dagli altoparlanti dei supermercati, da quelli dell’aeroporto, dalle casse delle chiese, insomma, da ogni congegno che potesse riprodurre un suono, una Voce, sconosciuta, neutra, ma squillante come un vecchio filmato Luce salutò la città.

Chi faceva la spesa perché il sabato l’aveva passato a casa, chi occupava il tempo fra le corsie 4 e 5 perché a casa ci aveva già passato troppo tempo, la sentì. La sentì anche chi stava al telefono e raccontava all’amico «ho preso una spigola, buona, ma ce l’avevo arzia e cala» e in risposta ottenne la Voce. Chi era al computer e scriveva una e-mail che faceva più o meno così «Car* Paolo, in risposta alla tua… ah ecco, scrivo * perché non ho ancora capito se sei caghino» fissò stupito le casse che ripetevano la voce. Nella macchina preparata, appena lavata e lanciata sul viale Europa deserto per sentire il brivido dell’essere veramente toghi, le casse smettevano con la musica pompata e, con lo stesso volume da discoteca dell’hinterland, riproducevano la Voce. Anche a casa, l’iPhone sul letto che riproduceva l’ultima canzone del momento, chi finiva di fare il risvoltino al pantalone per poi uscire a bere un caffettino, svegliatosi tardi perché ieri era in serata, sentiva magicamente la voce di Rihanna diventare quell’altra Voce. La radiocronaca del Cagliari s’interrompeva proprio sul «Cossu, dribbla, tira e»… la Voce. La messa pomeridiana non seguiva il solito copione, perché «dal Vangelo secondo» si trasformava nella Voce. E poi chi aveva la radiosveglia e aveva il suo pisolino interrotto dalla Voce, chi aspettava l’aereo per tornare in Continente, a lavorare e lasciare ancora una volta la sua amata terra, chi guardava la partita dei figli e strillava contro l’arbitro-pezzo-di-merda, sentì la Voce.

«Cari cittadini — disse la Voce — il 21 luglio le vostre vite cambieranno. Ci scusiamo per il disturbo».

Le ragazze cagliaritane (che) se la tirano.

Oggi è venuto fuori che ho degli amici sfigati. Perché loro, come me, condividono la sventura di essere sempre andati alla serate più brutte e essersi sempre persi le più belle. Mi sembra però che, al di là dei miei amici, sia una cosa abbastanza diffusa: guarda, ci dovevi essere ieri, minchia troppo figo, accompagnato dalla controparte: oggi proprio brutto, peccato non ci fossi la settimana scorsa. Che fossero gli anni del “chiaro”, o gli anni del “in piena”, il motivetto è ricorrente. L’importante è, chiaro, che ci siano poi le foto a testimoniare che eravamo in piena.

Su questi concetti e su quelli del vaffanculo sulla fronte ho già scritto: è un problema culturale non so se tutto cagliaritano, ma che segna profondamente la realtà della nostra città. C’è chi l’ha sempre detto — confondendo i suoi alibi e le di lei ragioni — che le ragazze se la tirano, dal vernacolare «fiore, ti posso cogliere — no — e inza’ siccarì», al «mì che non ce l’hai d’oro», allo sfogo, sincero, del «quella se la tira troppo». È una convinzione diffusa quindi: le ragazze cagliaritane se la tirano. Oggi, vorrei però spezzare una lancia in loro favore e dire che non è colpa loro ma che, appunto, è un problema culturale.

Voi lettori di mondogaggio, che non siete gente pagu bessia, avrete sicuramente notato che non va ovunque così. È molto semplice, ad esempio, conoscere una ragazza sudafricana. Basta avere un alcolico in mano e dire ciao. È altrettanto facile conoscere un’americana, con una conversazione che inizia con «Ciao, sono X, quest’anno ho fatturato Y. E tu?». La vita mondana cagliaritana è invece caratterizzata da quella che chiamo la sindrome della Fortezza Bastiani. Ovvero (ma saltate pure, siete persone colte e lo avete già capito) l’idea che qualcosa prima o poi arriverà, basta aspettarla. Quindi i locali, con la serata organizzata ecc., si riempiono di persone che si guardano e… aspettano. Succede anche in discoteca, così mi dicono, soprattutto da quando esiste il tavolo. Schiere di persone che guardano e aspettano che accada qualcosa. Conoscerò oggi la persona della mia vita? Magari no. Conoscerò qualcuno? Quasi sicuramente no. Non so se sia retaggio della titolomania italiana, l’idea del tu-non-sai-chi-sono-io, che fa credere che sì, insomma, non è che conosco gente così. Siamo però al paradosso: si esce dove c’è gente, anzi perché c’è gente, ma non la si conosce se non — ovviamente — grazie all’intermediario. La cosa più ironica è che poi magari, quando ci si conosce le frasi sono anche del tipo «mi diverto un sacco con te», pur nella consapevolezza che «non avrei mai parlato con te se non ci avesse presentato qualcuno».

Perché nego allora che le ragazze cagliaritane se la tirino? Perché la colpa è anche dei ragazzi. Nella Fortezza Bastiani, gli amici delle ragazze corrono subito a proteggere la malcapitata che si trova, non sia mai!, a parlare con uno sconosciuto. Manca, insomma, quella solidarietà che si manifesta nella sua più alta forma in un negozio di abiti da donna: quando gli sguardi di due ragazzi/accompagnatori si incrociano e sembrano dire «ti capisco, sono con te, tieni duro».

Ecco quindi che, a discapito dei trionfanti proclami, e della dichiarata voglia-di-conoscere-gente-nuova, al massimo si potrà conoscere una persona del proprio sesso. Quando ero più mondano l’unica persona che mi diede la possibilità di dimostrargli che sono uno per bene era un ragazzo allo Zelig (sì sì, prima che diventasse monopolio dei burdi). Mi chiese se il giorno dopo sarei andato a pescare con lui e, Dio lo benedica, poi venni a sapere che mi aspettò davvero.

Chiosa finale. Mi dicono che non faccio altro che lamentarmi, sarà che invecchio e quindi mi trovo anche a citare il Deserto dei tartari, che a 15 anni consideravo un nemico giurato. Ma, con Prezzolini, credo più in un cambiamento culturale che politico: quindi questo fine settimana date una possibilità al ragazzo che vi vuole conoscere, vedrete che è una persona per bene e, come minimo, sarà l’inizio di una bellissima amicizia.

L’informazione, secondo l’Unione.

Siamo onesti, la maggior parte delle persone in tutto il mondo, conosce ben poco del resto del mondo. Se vi chiedessi chi è il presidente, senza andare lontano, della Svezia, brancolereste nel buio. Certo non voi, lettori di mondogaggio: un blog per persone colte, neppure quei lettori che arrivano qui cercando «dove fare uno struscio a Cagliari» (al JKO, caro, ma cercane una bella ubriaca ché non si sa mai). D’altra parte, la stampa locale serve proprio a informare sul locale e non può che lasciare poco spazio a quello che c’è fuori. I giornali nazionali, quindi, parleranno più d’Italia, magari d’Europa, e quelli sardi parleranno di Sardegna e un po’ (e male) d’Italia. Ecco quindi che lo sprovveduto turista che arriva in Sardegna non può che affidare le sue speranze per una migliore comprensione dei nativi a quella che da più d’un secolo è la voce dell’Isola, l’Unione.

Si è fatto tanto parlare negli ultimi anni di libertà d’informazione, di regime e di altre cose interessanti, denunciando la versione mistificata che i mass media, asserviti ai potenti di turno danno. Cercare però nell’Unione fini analisi sulla politica interna sarebbe come la storia di quello che va dal panettiere a chiedere del pesce, che poi è la metafora di quello che pomicia come un pazzo con una tipa in discoteca e poi piange perché non ne nasce una storia seria. Tutto questo gran parlare, fra posizioni della BCE, manganellate in piazza e così via, ha fatto perdere un po’ di vista il fatto che una consistente fetta del giornalismo dovrebbe essere la cronaca. Posso andare in Svezia a scoprire chi è il presidente, ma se non ho intenzione di trasferirmi lì, sono più interessato a sapere cosa succede per le strade. Torniamo quindi allo sprovveduto turista, che voi avete invitato con le solite motivazioni sole-mare-ma-anche-arte, che passa due settimane qui e, purtroppo, non legge mondogaggio: un blog per turisti colti. Troverà a sua insaputa “ricostruzioni creative” della realtà. E non mi riferisco a pressanti questioni quali concorsi, lo stadio Is Arenas, il prefetto, ma a quelle pagine che vanno sotto il nome di Cronaca di Cagliari. Si potrebbe cerchiare in rosso ogni errore commesso ogni giorno, ma mi limiterò a raccontare un aneddoto che vale come regola generale.

Anni fa, in un palazzo che conosco, ci fu un omicidio. Venne l’allegro cronista, guardò il citofono e scrisse il pezzo. Il giorno dopo, le vicende erano raccontate da uno degli inquilini morto anni prima, e fra le testimonianze c’erano quelle di una ragazza 23enne che «tornava da scuola».

Insomma, poi c’è mio Nonno che dice che la crisi è colpa del Progresso, e che lui conosce quindi la ricetta per uscirne, ma il citato giornale si rifiuta di pubblicare la sua lettera, che sarebbe un gran pezzo di giornalismo, molto più elevate di quello degli ultimi vent’anni o giù di lì.

Sì, la critica al giornalismo isolano si è recentemente espressa con siti e blog che fanno il verso con il messaggio “i giornalisti sembrano gente delle palazzine”, ma penso che non basti scrivere Chiagliari per capire qualcosa della realtà cittadina. Quindi, continuate a leggere mondogaggio, e soprattutto se proprio volete dare un segno forte di ribellione, scrivete su ogni copia dell’Unione che vi capita a tiro: potrebbe essere ispirato da fatti realmente accaduti.

Gaggi, canadesi e università.

Sono nell’androne della facoltà, in fila alla macchinetta del caffè, in attesa dell’amaro calice. Dietro di me due ragazze, hanno esagerato col trucco e forse anche con la tinta per i capelli. «Gli ho toccato il culo, non gli ho mica strizzato la minca» dice una e io, con le mani nelle tasche, guardo il soffitto e pensò al ’68, e un po’ all’ombroso Cesare, perché a lui ci penso sempre.

C’era da domandarselo, quando anche i gaggi sarebbero arrivati all’università. Era questione di tempo, nel mondo delle pari opportunità. Chi l’ha detto poi che la democrazia è una noiosissima zia? Da quando l’avviamento professionale è stato schiacciato dai cingoli dell’inarrestabile progresso, i gaggi sono arrivati alle scuole medie. Così tanti, che alcune scuole sono diventate loro appannaggio. I nomi non li faccio, ma cito il caso di un amico che, frequentando una di quelle scuole da ghetto americano ma senza canestro di basket con la catena, e avendo subito l’attacco della pubertà prematuramente si trovò a essere il banco di prova dei gaggi/burdi. Picchiarsi con lui, che non aveva però certe fisime, era il battesimo del fuoco. Chiusa la parentesi, poi sono venute le scuole superiori, anche queste però con grandi distinzioni, alcune inaccessibili, altre feudo personale. Cose del tipo non andare al Meucci ché è pieno di gaggi. Correva l’anno 2000-e-qualcosa, quando il primo gaggio arrivò al Pacinotti. Lo sapevo che il Pacinotti si sta riempiendo di gaurri, mormorò qualcuno negli anditi. Durò poco però, il tempo della prima occupazione e quando vennero le verifiche scomparve. Dicevo che comunque era questione di tempo, qualche gaggio è riuscito a diplomarsi e gli sarà pure venuta in mente l’idea di iscriversi all’università. Perché no? d’altronde. Nessuno c’ha pensato, e così avvolto nell’oblio quel pensiero è stato lontano da tutti, ipotizzato forse, ignorato perlopiù. Fin quando appunto, la ricerca su campo mi ha portato alla macchinetta del caffè.

Il processo di infighettimento dei gaggi aveva già abbattuto qualche barriera, così come l’inverso processo di imburdimento dei fighetti. Per entrare in discoteca, e superare la nerboruta security, servono certi standard, ed ecco quindi camicie, scarpe e affini, e addio magliette de puta madre. Oppure il ritorno della canadese ha fatto sì che anche i cremini indossassero quelle orribili canadesi in acetato Adidas che sono il manifesto ideologico del gaggismo. Questa operazione l’ha fatta anche il poker nel suo essere trasversale, o trasversalmente brutto, direi. Dalle losche cantine delle palazzine agli attici della Cagliari Bene si è diffuso lo stesso gioco, con lo stesso linguaggio. Sì, le sfumature sono diverse, cioè c’è differenza fra folda, zio, e minca nebo’ ti shto dicendo all-in, però il poker è comunque democratico, parentele a parte.

Abbattute perciò le barriere, comparse le canadesi e altri fenomeni della subcultura gaggia ecco comparire qualche gaggio in carne e ossa. Chissà cosa ha da dire sui massimi sistemi.