Il primo giorno di università.

Statini di carta, libretti di un azzurro sbiadito, file interminabili alla segreteria e il trovarsi curiosamente in minoranza nell’essere di Cagliari: l’università quel mio primo autunno sapeva di queste cose qua. Non era più fatta da quei tizi che odiavo mentre ero sull’8 e andavo a scuola e loro andavano verso la Cittadella di Monserrato e sembravano così altezzosi parlando di colleghi e appelli mentre io ero affezionato a compagni e interrogazioni. Non era più nemmeno quella frase di un paradiso perduto che mio zio aveva detto a mia sorella quando, qualche anno prima di me, aveva manifestato la sua scelta di iscriversi al liceo scientifico. «Se scegli un istituto professionale se vuoi puoi lavorare subito dopo il diploma, miga come al liceo che poi devi fare l’università». Posto pubblico, pensione vicinissima e sessant’anni lontani, che ne poteva sapere mio zio di cosa sarebbe accaduto dopo?

No, l’università non era più qualcosa di indefinito e lontano. Mi era pure passato il disprezzo per la parola collega che ora provavo quando la pronunciava mia sorella. L’università divenne i mercoledì pomeriggio, quando l’unico corso che noi del primo anno seguivamo cominciava alle 18 e quindi a novembre era buio e su una panchina vicino a quella su cui stavo con dei… colleghi, una coppia di… colleghi pomiciava pesante e lui dopo un po’ si avvicinò a noi per chiederci qualcosa e, sotto i jeans — noi seduti, lui in piedi: visualizzate la scena — emergeva una violenta erezione. Divenne quella tizia che mi disse di non seguire un corso perché il professore faceva lezione il sabato mattina alle 8. «Minca, sabato scorso sono andata ancora e c’era una tizia ancora fusa coi capelli gonfi così, sembrava un leone». Non l’ho più vista, non penso si sia mai laureata, ma le ho voluto un gran bene quel giorno.

C’erano due cose straordinarie del fare l’università. La prima era che nessuno il lunedì mattina poteva rompermi le palle con i risultati della mia squadra in campionato. La seconda era che le lezioni avevano un andamento irregolare: ore vuote, giorni liberi, sabati puliti (se seguivi i consigli giusti). A questa seconda cosa si legava la possibilità di uscire molto più spesso, in notti delle quali prima conoscevi a mala pena l’esistenza, con ogni volta l’idea manifesta di ubriacarti.

Da buon cagliaritano ho scoperto la geografia della Sardegna nelle pause fra quelle lezioni, quando i tuoi colleghi ti svelavano il loro paese di origine e tu non avevi nessuno smartphone per controllare dove fosse. Ho imparato a riconoscere se una ragazza avesse o no il fidanzato nel suo paese: se in biblioteca ci andava in canadese il messaggio era abbastanza esplicito. Senza il potere omologante della galassia internet, più il paese era lontano più te ne accorgevi dai piccoli dettagli. Nessuno delle altre province metteva le Hogan, se dobbiamo essere espliciti, e soprattutto alcune enclave erano molto identitarie, non ancora sedotte dalla vita notturna della Capitale, con free drink organizzati ad hoc, nessuno che ci andava scerpato, e non certo al JKO.

L’università porta con sé un grande rischio e oggi, che più o meno tutte le persone che conoscete vanno all’università, è ancora più grande di ieri: quello di rimanere fuori dal mondo. Il primo giorno di scuola, grembiulino e zainetto, va tutto bene. Il primo giorno delle medie, anarchia senza grembiule, zaino su una sola spalla e tutto va bene. Il primo giorno delle scuole superiori impari cosa è lecito che gli altri si aspettino da te. Cosa devi indossare e come lo devi fare, cosa devi dire e come lo devi dire, quale zaino o quale borsa la tua condizione ti impone di trascinarti dietro. Sei talmente dentro il mondo che tuo malgrado sei aggiornato su tutto, perfino sui lacci delle scarpe che sai se puoi o non puoi, se devi o non devi, legare. Sai se la canadese va bene per i jolloni oppure è tutto sommato necessaria, non importa quanto sia gaggia.

Il primo giorno di università, se non stai attento, cominci a rilassarti un po’ troppo. Sei felice di essere uscito da quel mondo invadente e ingombrante che poi ti ritrovi a mettere le scarpe sbagliate senza accorgertene. Incautamente arriva la tua prima estate, hai studiato sessione invernale e sessione estiva, vai alle Pailotte e: come cazzo ti sei vestito? E se sei una ragazza non ti puoi illudere che basti seguire due o tre fashion blogger (gente che mentre tu studi, fa i milioni facendosi foto allo specchio) per capire ciò che Cagliari ti comanda. Grisi un’uscita di giovedì, salti un weekend e già cominci a perdere il contatto con la realtà. E se magari si è tornato a rispondere chiaro al posto di  e zero al posto di no e tu non lo sai? Quanto sei diventata pacchiana. Non ti salva più nemmeno l’instagram dove fingi di avere le occhiaie quando ti fai un selfie per dirci che stai studiando. No, non ti salva se poi non ti metti le seppiette con i tacchi che certo, fanno schifo a chiunque abbia un cuore, ma vanno un casino. Ed è peggio se te le compri per la volta successiva, ormai sei marchiata, sei arrivata tardi.

Nessuno ti ha detto che l’università è più crudele della scuola. È una doppia maratona, la prima fra esami e tesi, poco importa se parti forte, conta come arrivi. La seconda è con il mondo di fuori, quello della trasgressione e della vita sociale. Quando cominci a perdere contatto con il gruppo di testa, di quelli che contano, e ti accorgi che il fiato è corto e il distacco diventa sempre più grande, incolmabile. Quel giorno, un sabato mattina di ottobre, ti troverai al Poetto con noi di mondogaggio: saremo felici di ascoltare la tua storia.

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