Breve trattato sulla minca.

No, caro mio, non c’interessa se tu sostieni che si dica minchia, noi da queste parti diciamo, orgogliosamente, minca.

E non parliamo di anatomia, perché lì ce ne sono di belle parole che potremmo usare, parliamo di esclamazioni, di intercalari. Avete presente quella vecchia storia della lingua d’oc e lingua d’oil? Ecco, qui a Cagliari si parla la lingua del minca. E si va da chi inizia ogni frase con minca, al gaggio che inizia ogni parola con il minca: mincamore, mincatiscoppio. Poi talvolta diventa minzega o minziga; da piccoli lo usavamo per nibbarci e con la coscienza pulita dire: non ho miga detto minca. E chi si arrabbia lo urla: mincabbasta!

E la cosa è talmente trasversale che lo dicono al mercato, ma anche le persone più colte. Perché quando vorresti dire ‘no, non lo faccio’, ma cerchi una maggiore incisività, allora raccogli le forze e dici: EH, LA MINCA! Noi ci ricordiamo perfino di una signora anziana che quando la nipotina le chiedeva qualcosa rispondeva mostrando il dito medio e dicendo: mì la minca, mì.  E perché no? quale immagine più pregnante dell’ex presidente del Cagliari che si afferra… la minca, allo stadio per rimarcare il concetto e le telecamere lo immortalano così, felice e spensierato: libero.

E allora quando sentiamo parlare di lingua sarda, quando un continentale è affascinato dai suoni barbaricini, ricordiamogli che noi diciamo minca. E se lui non capisce, se è perplesso, pieghiamo leggermente le ginocchia, abbandoniamo le braccia lungo i fianchi e aggiungiamoci: ‘scallonisi.

La non-capitale della cultura.

Ora che esco di casa non me ne accorgo, qua fuori nessuno parla di votazioni e capitali, qua fuori non succede mai niente. Però le vostre pagine Facebook sono piene di proteste, di quelli che scrivono con gli hashtag, di quelli che invocano – mai se stessi, mai banali – il solito popolo di pecore. Niente capitale, niente C rosse, domani qualche cartellone ringrazierà tutti, oggi dice ancora ‘verso il 2019’.

Io però sono qui fuori, dove l’acqua è azzura e il sole forte, dove nessuno dice ‘basta con questo caldo di merda’ e invece si vanta con i parenti lontani, sepolti dal traffico delle grandi città. Dove gli anziani si lamentano della politica e dicono ‘quando c’era Florisi‘, dove uno dice a un altro ‘Stavo lavorando due settimana, poi ho mollato chi no fairi‘. O forse dice ghi? E ancora sento odore di crema solare e posso stare lontano da quelli che ‘ma cosa ci sarà mai a Cagliari’.

Ditelo all’Elefante che ci sarà mai, chiedetelo a quest’ottobre. Oppure ascoltate la marea e guardate il golfo dalla Sella, salite a Castello e chiudete gli occhi al sole. Andate al mercato, lasciatevi attrarre dalle urla delle offerte del pesce, sedurre dall’odore dei primi ricci.

Verrebbe poi da chiedere, a quelli, se sanno cosa vogliadire diventare Capitale della Cultura. Ma lasciateli perdere, smettetela di arrabbiarvi con la connessione che è lenta e venite con noi, dove il signore che ci siede accanto dice: ‘Paghiamo una bombola trenta euro quando in Sicilia da paganta doxi euro‘. Il mio vicino di casa mi dice: vai, fatti il bagno che è una giornata meravigliosa. Ecco, qui la Capitale è tutti i giorni, oggi ancora di più, quando l’acqua si increspa e la sabbia è ondulata.

Viviamo in un mondo frenetico, ci spostiamo da un posto all’altro con rapidità, possiamo studiare dall’altra parte del pianeta ed essere a casa per Natale. In questo mondo a volte sembra non esserci spazio per i sedentari, per quelli che non digeriscono le valige, chi non ha ambizioni di lasciare la sua casa, la sua città, passa per un provinciale, per un omino piccolo piccolo. Studi a Venezia, lavori a Londra, vorresti cambiare nazione di anno in anno, fai commenti del tipo: dopo un po’ mi annoio. Studi o lavori, batti sulla tastiera, tutto passa così in fretta e tu sempre a inseguire. In un mondo così, per quanto mi riguarda, è bello avere un posto che puoi chiamare casa e dove è ancora possibile, il sabato o la domenica, fra la sabbia e le corsie del mercato, fermarsi. Dove è ancora possibile percepire lo scorrere del tempo ed assaporare i piaceri semplici della vita. Meno dati e aeroplani, meno Skype e acquisti su internet. Più persone. E se la cultura è ancora un fatto di persone, Cagliari tu resti la mia Capitale.

E fin quando ancora potrò chiamarti amore mio.

Quando finisce l’estate?

Tutto per dire che la cosa è più complessa del 21 settembre. Il 10 settembre quando andavi a scuola, poi per gamberoni più incalliti il cambio di stagione in discoteca che sarebbe quando chiude il JKO beach. Però una volta un pierre si è risentito, quindi non lo stuzzichiamo. Allora uno dice quando finisce settembre. C’è da dire che non puoi contestare chi dice: finisce quando finiscono le ferie. Magari quando non trovi più l’asse mediano congestionato, o quando il volante non brucia, o quando non gira più il 9P.

Però c’è tutta la roba collaterale che si riassume nel fatto che quando esci da lavoro non vedi una fabbrica di gomme di fronte a casa e non passi un’ora in metro. Ovvero che nessuno ti può dire: no, anche se lo vuoi, non andare al mare. Non valgono le prime piogge o il primo giubbottino perché vanno e vengono. Quindi ecco, se dobbiamo dare una data: l’estate finisce con l’ora legale.

E invece no, non proprio. Perché c’è il lungo strascico degli inarrestabili podisti della domenica, la Sella del Diavolo, il sole di dicembre, il fatto dimostrato che quando vai fuori e torni qui c’è più caldo, la tenera speranza che lì, fra i labirinti del tempo, tutto rinizia e che in fondo in fondo una ragione e un’occasione per crogiolarti al sole la trovi anche a febbraio, la callella universale come diciamo qui. E quando le foglie tornano a spuntare, quelle calde memorie riprendono a chiamarci.

Insomma, sono tre anni che scriviamo mondogaggio. E grazie per esservi fermati con noi.

Bon-bon di Malizia e maglietta Onyx: quando le pivelle ci piacevano gagge.

Noi, gente degli anni ’80, abbiamo scoperto la sessualità alle scuole medie. Chi alle elementari avesse commesso l’errore di ‘fidanzarsi’ sarebbe diventato automaticamente ‘gay’. Ce li ricordiamo un po’ così quegli spensierati anni ’90 di Paolo Bonolis e del Mistero della pietra azzurra alle 19, di ritorno dal mare, del trauma di Papà, ho trovato un amico e di quando La storia infinita sembrava un film ben girato. Sentimmo il nome di Berlusconi la prima volta quando un compagnetto si lamentava dei bollini verde giallo e rosso nei programmi televisivi: ‘Berlusconi è un coglione’. E allora coglione, a 8 anni, era un parolone da usare.

Le scuole medie, in centro o in periferia, sono un postaccio. Ci convivono ragazzini con i primi peli pubici e altri che sembrano bambini. Si sperimenta, soprattutto, la cosiddetta ‘Sindrome delle Scuole Medie’: quel processo per cui una teoria è vera se e solo se la supporta un certo numero di persone. In seconda media il campionato di Fantacalcio della classe fu boicottato da un gruppetto di dissidenti che continuava a dare per buono un risultato con uno .75 finale. A nulla valse l’arguta spiegazione matematica per cui essendo i voti dei singoli giocatori espressi interi o con .5, non poteva esserci nel totale un .75.

Un giorno però, per ognuno in una classe diversa, scoprimmo le ragazze. Non più nemici da combattere, personaggi da evitare, oggetti del maligno inviati sulla terra al solo scopo di impedirci di giocare a calcio all’ora di ginnastica. Divennero invece complici, immagini del desiderio e se nemici rimasero, lo fecero quando ci spezzarono per la prima volta i cuori, fra i banchi di scuola, chiedendo ‘Ti metti’ a quell’idiota dell’ultimo banco, quello con la riga in mezzo. Riga in mezzo che, grazie Take That!, portavamo tutti un po’ troppo spavaldi. Non facciamoci illusioni però: com’è tornata la mascagna, com’è tornata la riga da una parte, tornerà anche quella in mezzo. E noi, noi ne saremo ancora una volta le vittime.

Quando però abbandonammo la riga per le famigerate puntine, quando cominciammo tutti a crederci dei rapper, le ragazze si ingaggirono di brutto. Onyx divenne la marca dominante in un tripudio di ombelichi scoperti e la pelle ora copiosamente mostrata a sbavanti ragazzini in età puberale veniva innaffiata dal profumo più gaggio mai conosciuto alla specie umana: i Bon-Bon di Malizia. Colorati, piccoli, fragranze tipo caramella: ce li abbiamo chiari in mente come se fosse ieri. Nei grandi corsi e ricorsi della moda, anche la pancia fuori è tornata in auge. Certo, però, c’è differenza fra le cose a pois che vanno oggigiorno e le magliette con la bambina vestita con la maglia con il biddio fuori e i pantaloni larghi a zampa di elefante, indossate da ragazze con il biddio fuori e i pantaloni a zampa. Una sorta di meta-vestito.

Ma così è, le Nike ai piedi, Marty McFly in testa, Tutto il calcio minuto per minuto alla radio, dicevamo cuccare e anzi programmavamo l’amore attraverso due fasi: a) vuoi cuccare? e (se sì e se si fa) b) ti vuoi mettere? Il tutto però nell’intimo della nostra coscienza senza il Facebook o l’Instagram a imperitura memoria. Era un mondo un po’ più piccolo e un po’ più gaggio: se n’è andato per sempre? Non ne siamo sicuri. Ma lasciateci dire che era un bel mondo in cui vivere. Noi gli apparteniamo. E così anche tu.