Giurisprudenza che vorrebbe essere Medicina.

C’era un tempo in cui l’avvocato (l’Avvocato!) era il Dottore per eccellenza. Seppure Flaiano scrivesse già 60 anni fa che con i laureati in Legge senza lavoro si poteva lastricare la via Appia, la cosa è un po’ sfuggita di mano e Cagliari ha cominciato a sfornare aspiranti avvocati come manco una fabbrica di scarpe in Vietnam. Laurearsi in Giurisprudenza non è più il grande traguardo, il passaggio verso il notabilato, la classe dirigente, i servili Fantozzi che ti chiamano dottore come i servili giornalisti chiamano Galliani.

Eppure perché lo Studente di Giurisprudenza dovrebbe comportarsi come un normalissimo studente universitario chessò, magari di Lettere? Al lavoro ci penseremo dopo, intanto con una Laurea vera, sudata, non di quelle che regalano al numero 1 di via Is Mirrionis, avremo il tirocinio, il praticantato, l’esame di stato, l’iscrizione all’albo, il barone da corteggiare per finire nelle sue grazie, la toga, saremo praticamente… Medici.

Giurisprudenza vorrebbe essere Medicina, si pensa Medicina, insomma. C’è tutta quella serie di rituali che accomuna gli studenti delle due facoltà, quelli della Stoffa Giusta. Certo, non c’è da comprare il camice per fare tirocinio, però lo studente di Giurisprudenza ambisce, ritiene e mantiene la profonda convinzione di essere anche lui lo Studente. C’è tutto: fra due mesi ho l’esame e secondo te ho tempo di prendermi un caffè? ti impacchetta anche lui o lei nei nastri del senso di colpa. Le sbobinature che girano fra colleghi, scrivendo tutte le parole, perfino i commenti, cinquanta pagine di voci registrate, ascoltate e battute su carta. Visto il caos che regna in aula il Docente decide di… C’è tanta poesia quando la sbobinatura diventa una sceneggiatura teatrale e un povero studente (Studente!) diventa un inconsapevole George Bernard Shaw, commediografo della Procedura Civile. Gli infiniti discorsi sugli esami, le ore passate a ripetere articoli di legge come si faceva con le strofe dell’inno nazionale nelle aule delle scuole elementari dei bei tempi andati del Libro Cuore. La scelta del professore con cui fare la tesi che indirizzerà la Carriera e quindi, ovviamente, l’intera esistenza di ex Studenti, ora Laureati, in legge. La preparazione all’esame di stato, la boria con cui si guarda chi, povero Fantozzi, non ha manco un albo a cui iscriversi.

C’è però un colossale ma che si frappone tra i due giganti dell’ateneo cagliaritano. Si chiama test d’ingresso, numero chiuso: Medicina lo ha, Giurisprudenza no. La selezione è al principio, la ziggurat della Stoffa Giusta ha un gradino iniziale alto dei metri. Gli altri replicano che Legge seleziona in corso, ma il numero chiuso detta il limite del vorrei, ma non posso. E quindi, lo Studente di Giurisprudenza sviluppa i suoi anticorpi: veste più a modo, detta anzi la moda, comanda il Viale e lì commenta che da quelle parti non si avranno futuri medici condotti di qualche minuscolo paese dell’interno Sardegna.

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