Kastiabirirui (2).

«La priorità» disse uno degli onorevoli di fronte al Consiglio Regionale «è mantenere i nostri posti in questo momento di crisi». (Applausi)

«Sì, questo sì» commentò uno dai banchi dell’opposizione «ma è necessario anche istituire una commissione d’indagine».

«Assolutamente» riprese un altro «pensò sia fondamentale anche la creazione di un Ente Annuncio, finanziato al 98% dalla Regione». (Applausi, approvazioni dai banchi di destra e di sinistra).

«Penso servano 50 dirigenti». (Commenti).

«Prego, un po’ di silenzio» sbottò il Presidente.

«Scusassero, onorevoli» una voce dai banchi del centro «ma il mio partito notava che abbiamo finito i parenti». (Ilarità).

«Finito i parenti?»

«Sì, non sappiamo più a chi dare gli incarichi». (Commenti al centro e a destra).

«Prego signori, rispettiamo quest’aula» disse risentito il Presidente «neanche un secondo cugino?»

«No, finiti tutti» (Vociare, ilarità, commenti)

«Insomma! Volete fare meno chiasso? Non siamo mica qui a fare regali» (Ilarità).

«Onorevole Presidente» voce da sinistra «facevano notare i miei compagni che anche i secondi cugini hanno figli». (Approvazione dal centro e da destra).

«Si proceda dunque!»

«Scusassero ancora, onorevoli» intervenne nuovamente il consigliere dai banchi del centro. «Non pensino i signori che l’annuncio può avere un influsso negativo sull’economia?»

«Propongo un aumento dei finanziamenti a tutte le attività allora» rispose il presidente.

«Un momento, per favore» voce da destra «stiamo perdendo di vista il punto focale: la priorità è mantenere i nostri posti» (Standing ovation).

«Il mio gruppo avrebbe una proposta» debuttò un consigliere che era rimasto nell’ombra, nei banchi del centro. Era uno dei più vecchi, indossava un abito blu in velluto rigato, il colletto della camicia era aperto e la cravatta abbassata. «Chiedo si istituisca subito un Ente Annunci». (Approvazione).

«Perché al plurale?»

«Perché potrebbero essercene altri e dobbiamo essere pronti. L’Ente sarà di nomina del consiglio regionale e avrà il massimo potere in questo periodo di crisi. Suo primo atto sarà la sospensione delle elezioni regionali per fronteggiare la situazione». (Vivissima approvazione a destra, al centro e a sinistra).

Da qui attaccò la prima melodia: «E se pagassimo dei tirocinanti per gestire la cosa?»

Seconda: «Poco, però».

Terza: «Dei voucher sarebbero l’ideale».

E via in un canone all’infinito.

«Onorevoli, ONO-RE-VO-LI!» sbottò il Presidente «state perdendo di vista la necessità assoluta di conservare il nostro potere». (Applausi) «Questa è la base, il resto viene da sé». (Applausi, grida, ululati).

«Scusassero ancora, onorevoli. Ma chi paga?». (Silenzio. Mormorio). «Qualcuno dovrà pur essere responsabile di questa cosa qui».

«L’Italia!» gridò lo sparuto gruppo di indipendentisti.

«No, no, no. Qualcuno a livello locale… qualcuno».

«Non starà mica parlando di noi, ‘norevole?!».

«Non sia mai». (Fiuuuu). «Pensavo più, ecco… più a qualcuno come… il sindaco». (Approvazioni).

«Mi sembra un’ottima cosa. Il sindaco deve pagare. Sguinzagliate i cani» replicò entusiasta il Presidente «che domani sia sulle prime pagine: il sindaco ha sbagliato, il sindaco deve pagare».

«Scusate l’interruzione. Ma il Governatore?»

«Il Governatore» rispose con un sorriso il Presidente «sarà saldo sulla sua poltrona».

Prologo 2.

Vogliamo lavoro! Pezzo di merda! Le case agli zingari e alla gente chi ci pensa? Sìììì. Lavoro, ci boliri traballu… sa genti in cassa integrazione! Tui ses arriccu e la gente morendo di fame. Le licenze al mercato non ce le abbiamo e se vendiamo per strada passara sa Finanza e ci mette la multa. Sìììì. La gente si deve mettere a rubare per non morire de famini. Chi ci pensa a noi?! Chi ci pensa? Candu c’è da prendere voti vi ricordate di noi. Pensate di fregarci perché non siamo istudiati. Viaaaaaaa! Bairindi! Torra a domu. Sapete solo rubare. Tuuuutti uguali! 

Un completo fallimento. Un grande, totale, completo fallimento. Come avevano potuto convincerlo ad andare lì a fare un comizio elettorale? E da quando in qua i sindaci uscenti, anche se deposti, anche se commissariati, devono fare comizi? La sinistra deve tornare fra le classi popolari, gli avevano detto. Uscire dai salotti, gli avevano detto. Nessuno pensa a San Michele. Eccome se ci pensavano invece, a suon di buste e promesse. Ne erano bastate ben poche per animare quelle due/tre persone necessarie a mobilitare la folla che seguiva a ruota, mossa dallo Spirito delle Scuole Medie. Perché allora doveva andarci lui in quel posto, nei bassifondi, nella bassa, lì dove si dicono cose mostruose come ditaccio o tagazzu? Tutta colpa dei suoi consiglieri politici, dell’immagine, dei giornali, del nome, della Sinistra. La Sinistra non pensa a San Michele. La Sinistra dovrebbe fare gli interessi dei poveri e fa le assemblee in Via Scano. Smentiamoli, andiamoci, vinciamo lì, vicino alla Gente. E lo avevano fatto letteralmente a pezzi. Non solo, c’erano anche i giornali, anzi il giornale, quello per antonomasia, quello che mettono al bar con una barra metallica per tenerlo tutto insieme, quello del hai-letto-il-giornale-di-oggi/l’ho-visto-sul-giornale. E mentre il fotografo scattava, uno di quelli che protestavano, perché la scorta non c’era, perché quelli su San Michele sono luoghi comuni, perché un sindaco di sinistra non può andare al popolo con la scorta, gli sputò in piena faccia. Fu in quell’esatto momento che tutta la sua carriera politica gli passò davanti. Quando era andato all’Università, dove si era dato un tono e aveva iniziato a parlare di Compagni in una maniera completamente diversa dalle scuole. Lì aveva fatto la palestra, familiarizzato con i libri e film che vanno letti per darsi un tono, le frasi da usare, i cantanti da citare. La sede o il circolo dove giocare a fare la rivoluzione e usare termini come proletariato e borghesia, anzi — che è peggio — imborghesito, e poi a casa, una casa della borghesia per bene, un padre miga, un reddito sufficiente per restare all’università qualche anno in più del previsto, allenando termini, linguaggio e posture in attesa di un posto statale dal quale continuare la battaglia. L’inevitabile condanna all’opposizione che tocca ogni eletto di sinistra che si rispetti, poi non più solo sedi ma anche salotti dove fare i rivoluzionari, contro i vecchi migas imborghesiti ma senza più le istanze estreme degli anni più giovani. Infine la vittoria, il grande trionfo, mento in su e sguardo che se la gode, la vittoria contro i reazionari ma anche contro i vecchi del Partito, gli imborghesiti in velluto rigato. Quindi anche la possibilità di dire apertamente le cose che un tempo si dicevano solo in salotto, parlare di esproprio proletario e vedere un po’ l’effetto. Osare: ecco cosa permetteva il governo, ma tutto questo era scomparso in quel grumo di saliva schiantatosi sulla sua faccia che si dissolveva, si disintegrava. Nessuno avrebbe mai più votato per uno del genere, uno che lo avevano sputato.

Gaggi, burdi. Poteva dire quelle parole in libertà, senza che fossero considerate razziste: quella gente lì non era una minoranza legalmente riconosciuta. Perché non avevano i loro leader, gente che quando uno di questi finisce dentro per spaccio o furto o poco più, accusi pubblicamente il Potere, il Palazzo, le condizioni in cui è cresciuta la vittima. Era la Sinistra che ora se ne doveva fare carico, perché quello è il Popolo, e la Sinistra deve andare al Popolo e non rintanarsi nelle aule universitarie a parlare di sovrastruttura. Quei leder non c’erano, e così il Popolo finiva nelle grinfie dei grandi-elettori, più grandi-per-Cagliari-elettori, che avevano soldi o agganci. Vittima della struttura di potere era ora lui e per colpa di un annuncio e ora quindi con la faccia piena di saliva odiava quei fottuti gaggi che lo avevano pubblicamente distrutto. La realtà era che quelli erano voti facili, quelli erano la minoranza da rendere cosciente, perché con gli zingari non si prende manco un voto e manco zingaro è un insulto razzista. Ma quei fottuti gaggi lo avevano fatto a pezzi: quel fottuto messaggio lo aveva fatto a pezzi. Ci scusiamo per il disturbo. Con la faccia piena di quella roba chiunque sapeva (lui stesso sapeva) che finiva lì.

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