Lo scioro della biblioteca.

Ci dovrebbe essere qualcosa di eroico nel non trovare posto in una biblioteca, una sorta di revanche della lettura, un atto collettivo di ribellione contro la televisione, la vittoria di Hemingway sull’odiata Barbara d’Urso. Il diritto allo studio che si dispiega in tutta la sua bellezza, la cultura che vince sull’orda barbarica dei rotocalchi da salotto del dottore, il senso pieno del pagare le tasse. In mezzo all’aperta, universale corruzione, le figure di giovani, puri, belli, interessati, partecipi. Pietra tombale del Grande Fratello, è così che ti immaginavo, biblioteca piena.

Eppure io le tasse le ho pagate, ma il posto a sedere non lo trovo. E quindi mentre vago avanti e indietro alla ricerca di un posticino, come quando giro per ogni viuzza in cerca di un parcheggio, non vedo Malaparte, né Foscolo. Non vedo studenti che si rimboccano le maniche, ma… i pantaloni. Non avevo mai pensato alle biblioteche come locali, cioè che si va in quello più trendy. È una cosa di mobilità, fra le ragioni che dettano l’affluenza alle biblioteche non c’è la cultura. Andare in biblioteca è uscire di casa, incontrare gli amici, cercare pelo. E quindi bisogna vestirsi in un certo modo, mettere le maniche corte con dieci gradi se prima ci hai zaccato un po’ di palestra, fumare il trinciato, fare la pausa al giusto orario. Come le vasche in via Garibaldi, ecco lo scioro in biblioteca:  eccole tutte le mode del momento arrivare e impossessassi dell’ambiente. Chi se ne frega di quali libri ci sono negli scaffali se ho il cardigan giusto? Ciondolante fra i corridoi, con una mascella tanto grande che è quella a farlo muovere, non le gambe, lo sguardo così pieno di sé, la scarpa che va, lo vedo e gli chiedo che ne pensa del deserto dei tartari. Lui risponde con un verso. Niente di tutto ciò accade, però sarebbe così, se provassi a parlarci. Numeri e squadrette non si abbinano con Dino Buzzati, ma il maglione si abbina con le scarpe e quindi il resto non conta.
Chi l’avrebbe mai detto che fra gli scaffali impolverati non si parlasse la lingua di Manzoni, ma quella del zio-inpiena-ce-no-chiaro?

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