Gaggi, canadesi e università.

Sono nell’androne della facoltà, in fila alla macchinetta del caffè, in attesa dell’amaro calice. Dietro di me due ragazze, hanno esagerato col trucco e forse anche con la tinta per i capelli. «Gli ho toccato il culo, non gli ho mica strizzato la minca» dice una e io, con le mani nelle tasche, guardo il soffitto e pensò al ’68, e un po’ all’ombroso Cesare, perché a lui ci penso sempre.

C’era da domandarselo, quando anche i gaggi sarebbero arrivati all’università. Era questione di tempo, nel mondo delle pari opportunità. Chi l’ha detto poi che la democrazia è una noiosissima zia? Da quando l’avviamento professionale è stato schiacciato dai cingoli dell’inarrestabile progresso, i gaggi sono arrivati alle scuole medie. Così tanti, che alcune scuole sono diventate loro appannaggio. I nomi non li faccio, ma cito il caso di un amico che, frequentando una di quelle scuole da ghetto americano ma senza canestro di basket con la catena, e avendo subito l’attacco della pubertà prematuramente si trovò a essere il banco di prova dei gaggi/burdi. Picchiarsi con lui, che non aveva però certe fisime, era il battesimo del fuoco. Chiusa la parentesi, poi sono venute le scuole superiori, anche queste però con grandi distinzioni, alcune inaccessibili, altre feudo personale. Cose del tipo non andare al Meucci ché è pieno di gaggi. Correva l’anno 2000-e-qualcosa, quando il primo gaggio arrivò al Pacinotti. Lo sapevo che il Pacinotti si sta riempiendo di gaurri, mormorò qualcuno negli anditi. Durò poco però, il tempo della prima occupazione e quando vennero le verifiche scomparve. Dicevo che comunque era questione di tempo, qualche gaggio è riuscito a diplomarsi e gli sarà pure venuta in mente l’idea di iscriversi all’università. Perché no? d’altronde. Nessuno c’ha pensato, e così avvolto nell’oblio quel pensiero è stato lontano da tutti, ipotizzato forse, ignorato perlopiù. Fin quando appunto, la ricerca su campo mi ha portato alla macchinetta del caffè.

Il processo di infighettimento dei gaggi aveva già abbattuto qualche barriera, così come l’inverso processo di imburdimento dei fighetti. Per entrare in discoteca, e superare la nerboruta security, servono certi standard, ed ecco quindi camicie, scarpe e affini, e addio magliette de puta madre. Oppure il ritorno della canadese ha fatto sì che anche i cremini indossassero quelle orribili canadesi in acetato Adidas che sono il manifesto ideologico del gaggismo. Questa operazione l’ha fatta anche il poker nel suo essere trasversale, o trasversalmente brutto, direi. Dalle losche cantine delle palazzine agli attici della Cagliari Bene si è diffuso lo stesso gioco, con lo stesso linguaggio. Sì, le sfumature sono diverse, cioè c’è differenza fra folda, zio, e minca nebo’ ti shto dicendo all-in, però il poker è comunque democratico, parentele a parte.

Abbattute perciò le barriere, comparse le canadesi e altri fenomeni della subcultura gaggia ecco comparire qualche gaggio in carne e ossa. Chissà cosa ha da dire sui massimi sistemi.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...