A un passo dal baratro. Perché Medjugorje ha cambiato la mia vita. La mega-recensione.

Parte ICiao, sono Paolo Brosio ed ero abbastanza figo, ma ora vado a messa.

È il 2008 e Paolo Brosio, the womanizer, pensa ai tempi passati. «Donne conquistate, donne comprate, donne lasciate in una camera d’albergo o di un appartamento, dopo aver consumato ore e ore tra il fumo di uno spinello, l’alcol di una vodka ghiacciata». Il nostro eroe briatoreggiava come un pazzo, e in questo mondo per uomini, come dice la canzone, vuol dire che era un figo. Per di più era «forte, tonico, pieno di energie, vincente». L’inizio del libro sembra l’autobiografia di Ron Moss, ma coi sensi di colpa e senza mascella.

Nella vita del buon Paolo, però, il male era sempre in agguato. Quale male? «la ricerca spasmodica dell’erotismo, esasperato dall’uso di cocaina, hascisc e tanto, tanto alcol». La mente è forte, ma la carne è debole e così era difficile cedere alle tentazioni, soprattutto in compagnia di donne affascinanti. Fra Billionaire e Twiga, si sa, chi va con lo zoppo impara a zoppicare. Nella sua vita c’erano «donne che entravano e uscivano alla velocità della luce».

Comunque Paolo Brosio, quello di quelli che il calcio, era figo e non lo nasconde. Laurea con 110 e lode con una difficile tesi in filosofia del diritto, la «capacità di fare sport a un buon livello agonistico […] una grande resistenza fisica alla fatica» e facendo tutto questo «con una buona dose di classe». Eppure, tutto questo non era merito suo, così come il suo successo. No, no no, no. E di chi era il merito? Di Dio, ovviamente.

Comunque è il 2008. Paolo, soffre per la separazione con la moglie e durante una serata a base di bamba e alcol nel centro di Torino, scivola nuovamente nel Male (con la maiuscola), che questa volta si incarna in un menage a trois con due ragazze che comincia in ascensore e prosegue «facendo sesso in continuazione». La dipendenza alla droga si mischiava con la sesso dipendenza, ovvero la voglia di fare «sesso, molto sesso». Chissà se Michael Douglas scriverà un’autobiografia. Eppure, nel post-bagordi, nasce una voglia improvvisa: quella di recitare l’Ave Maria. Sono le 5 del mattino, l’appartamento è pieno di gente che ancora festeggia, lui va sotto la doccia, prega e poi prende a secchiate tutti intimandogli di andarsene. Qualcuno lo attribuirebbe alla droga, ma no, era un messaggio di Dio.

«La Madonna, attraverso la sua preghiera, mi stava salvando e faceva risorgere un uomo a vita nuova». Il tempo di un Ave Maria e addio a tutte le dipendenze: la miglior comunità di recupero che esista, dura solo — il tempo ce lo dice lui — 16 secondi.

Fatto sta che la sua conversione lo porta anche a reinterpretare la sua vita. Ad esempio, come capita a molti bambini che tendono a fare qualche coglionata, a 8 anni gli venne da tagliare il filo dell’abat-jour collegata alla presa. Visto che l’abbiamo conosciuto, con mamma Anna, a quelli che il calcio, sappiamo che non morì. A chi lo si deve? All’angelo custode, ovviamente. Nel 1964, viaggiava in auto con un amico di ritorno da una festa, l’amico si addormentò di colpo e la macchina si schiantò a 130 km/h. Qualche frattura e ferita varia, nonostante non avesse la cintura, ma si salvò. Un gran culo? No, Dio, ovviamente. Un Dio un po’ ingiusto, che salva un po’ chi gli pare, ecco, visto che di gente in incidenti stradali ne muore in continuazione.

La fortuna comunque gli sorrideva fin da piccolo. Alle medie il primo bacio, che però lo coinvolse così tanto e gli fece scoprire che, come Doug, aveva il seme della follia in sé. Poi poco dopo una roba «un po’ più del primo bacio, ma non ancora la prova del fuoco» con la figlia di un contadino che aveva belle gambe, tette grosse, «per non parlare del resto». Immagino intenda che sia arrivato in seconda base.

Tutta la sua vita sembra caratterizzata da botte di culo. Inizia a fare il giornalista, si trova a La Spezia, esce dall’albergo ed ecco davanti a lui la scena dell’omicidio di un famosissimo travestito. E così altri scoop capitatigli davanti per puro caso. Fortuna? No, non lo sapeva, ma c’era già «un carisma di cui non avevo consapevolezza che mi guidava».

Nel frattempo un matrimonio, con Serena, manager della Sipra, andato male. Sì, lei era figa «ma l’amore fisico e l’attaccamento alla persona possono resistere nel tempo e alle difficoltà della vita senza la preghiera, la condivisione di Dio, il desiderio di fare figli?» Finito il matrimonio inizia per lui la frequentazione della movida milanese. Il successo è straordinario, Fazio se lo porta anche al Festival, poi arriva a Rai 3 a seguire il Giro d’Italia, percorrendo gli ultimi 60 km di ogni tappa in bici. Una grandissima fatica, ma che oggi considera, ovviamente «un dono di Dio». Per inciso, anche      questa avventura culminava con un threesome.

Poi l’isola dei famosi come co-conduttore. E qui ci rivela il suo grande sogno: portare Ceccherini a Medjugorje e pregare insieme la Madonna. Penso che noi tutti ricordiamo come “prega” Ceccherini.

 

Finisce qui la prima puntata della mega-recensione, con un commento: il cattolicesimo rende le persone più noiose.

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