Solo i giolloni si fanno accompagnare a scuola.

«No mamma, facciamo solo un pezzo assieme, non mi accompagni fino a scuola!»

In prima media, per noi della generazione dawson’s creek, l’emancipazione era questa roba qui. Poi variava da scuola a scuola, in alcune ti ridevano dietro, dalle mie parti finiva un po’ peggio. Quindi la mamma stava a casa e zaino Invicta su una spalla (perché negli anni ’90, bispallizzarsi implicava un’altra sussa) si andava a scuola liberi e pieni di ideali. Lo zaino su una spalla, l’adolescenza sull’altra.

Ho cambiato ambiente alle superiori, dal ghetto alla Cagliari borghese. Addio risse nella piazzetta, addio gaggi, ma la regola del non essere accompagnati restava ferrea. I primi scooterini, Scarabeo per i cremini, F10 per il cetomedio e soprattutto i potenti mezzi CTM. Quando prendi la patente, compri la macchina, il pullman è un’esperienza mistica. A 14 anni era un altro modo di emanciparsi, l’anticipo dell’età adulta.

In macchina solo i giolloni, quelli non grandi abbastanza per il pullman. La presenza dei genitori fuori dalle mura di casa era una cosa dalla quale rifuggire. I ragazzi della via Pal si tiravano le pietre, noi eravamo meno ambiziosi. Chi in qualche modo era costretto a farsi accompagnare, per mantenere lo status cool doveva farsi lasciare all’angolo, comunque lontano dagli sguardi giudicanti che alle scuole superiori sono tutto. Solo le superfighe potevano farsi portare da papà senza ricevere un insulto perché, beh, perché erano superfighe. In generale, però, farsi accompagnare era proprio uno dei primi segni del giollone. Dai quello è tutto accallonato!

Passato più di un decennio, cambia anche la linea di confine. Farsi accompagnare non è solo lecito, è desiderato. Il traffico di via Cadello dalle 8.15 alle 8.45 ne è l’emblema. Li vedi in macchina, non c’è neanche più il problema di bispallizzarsi, anzi, le ragazze portano borsette un po’ grandi e libri in mano. E poi ti dicono io in pullman non salgo.

Così si arriva al passo successivo, quelli accompagnati dai genitori ai test d’ingresso. Loro dentro, una sfilza di adulti attendono pazienti. «Scusi, aspirante, lei è venuto accompagnato da uno o più genitori?». «Sì». «Allora si accomodi fuori, l’università è un’altra cosa».

Maledetti bulli, gaggi, burdi, sottoproletariato (come vi chiamano i professori quando non sanno come chiamarvi) perché non educate più come una volta?

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