Il processo di infighettimento dei gaggi.

C’è differenza fra abitare in un posto ed essere di quel posto. È la differenza fra residenza e appartenenza, la stessa differenza che passa fra quel vostro amico che è andato a lavorare a Milano ma ogni giorno muore un po’ e quell’altro che alla Sardegna ci pensa sì con nostalgia, ma anche con distacco. Non si può appartenere a una città senza conoscerne alcuni posti e non intendo conoscerne le coordinate ma capire dal loro nome cosa questi vogliano dire. «Andiamo in viale» per un cagliaritano ha un significato sul quale ci si potrebbe scrivere un libro e così quando Giorgio Porrà dice alla TV che ama tornare a Cagliari per sedersi al bastione di S. Croce, tutti conosciamo quella sensazione.

A questo, nell’epoca del web 2.0, possiamo aggiungere alcuni video o materiali multimediali di riferimento. Non si può essere di Cagliari senza conoscere He-man e il provino del grande fratello, senza che le parole «scusi, permesso, signora, mi faccia passare… caghino!» suscitino in noi facili ricordi, senza aver mai sentito il grande successo ma già sei bellino o sapere che a Monserrato sono stronati.

C’è però un video che girava due anni fa su Facebook che si chiama Eravamo tutti molto allegri all’Eurogarden (che ora riportiamo alla celebrità che merita) e che rappresenta una miniera per antropologi volenterosi. Lasciando perdere i facili commenti sulla teoria del fascino-io-ce-l’ho si può, con buona volontà, fare un’analisi comparata dell’evoluzione della discoteca cagliaritana grazie alla fotografia digitale che conserva e cataloga materiale per lombrosiani in erba. Una prima e scontata verità è che, sul finire degli anni ottanta, ci si vestiva veramente male, nel senso che si era proprio brutti. Ma quello era l’abbigliamento socialmente accettato per andare, usando una terminologia contemporanea, in serata. Fra quel video e una qualsiasi foto delle serate cagliaritane anno 2012 emerge però un’altra differenza, ovvero l’omologazione che è oggi imperante. Se fra gli anni ’80 e ’90 il gamberone aveva un look che lo distingueva come tale (pantaloni in pelle, magliettine con i buchi e così via) ora non si entra in discoteca senza sembrare gamberoni, seppure, ovviamente, anche il gamberone ha cambiato modo di vestire spinto com’è dalla subcultura hipster (vale anche per il taglio di capelli).

Ma quando è avvenuto il cambiamento? In uno dei primi post di questo blog ho avanzato la teoria per la quale c’è stato un momentaneo livellamento fra gaggi e fighetti con l’avvento della subcultura hip-hop e l’invasione di Nike Air Max 97, magliette Converse e così via. È una teoria che sostengo ancora così come ritengo che da lì in poi si è passati al processo inverso. Ovvero, se i fighetti si sono dovuti imburdire per un certo periodo (forse sono rinsaviti quando ci si è spinti troppo in là, ovvero con le magliette de puta madre) ora i gaggi si sono dovuti infighettire.

Basta una rapida visita alle fabbriche del divertimento notturno campidanese per notare che, pena l’esclusione dall’ingresso (vengono alla mente le immortali parole di Roger Monete non hai capito, facendomi storie per entrare) i gaggi devono rispondere dell’abbigliamento adeguato. Svestita la maglietta smanicata e il pantalone a tre quarti (capisaldi del gaggio-capo-famiglia) la notte il gaggio medio-giovane deve diventare più fighetto seppure raramente rinunci all’isolotto, che ora comunque va di moda.

Resta però il grande cruccio che mi accompagna da quando andavo all’Open Gate: perché la selezione — e qui ci sarebbe tutta un’altra storia da scrivere — lascia passare gaggi della peggior specie? È un po’ come il travestimento di Superpippo, solo a Topolinia possono essere così scemi da non accorgersi che sia lui, senza andare lontano a Paperopoli l’avrebbe smascherato subito. Le 7 camicie e il pantalone giusto, il look ricercato ma che puzza di battona di basso bordo ingannano le volenterose forze che difendono la tranquillità dei locali notturni.

Poi la domenica ci si chiede come mai scoppino certe risse e Cesare, buonanima, se la ride.

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