metrocagliari

Antefatto

Scava che ti scava che ti scava. Tutto iniziò così, una mattina che si scavava per fare la metro a Cagliari. Le macchine del progresso penetravano in profondità ma s’interruppero d’improvviso quando, venuta giù la terra si aprì una voragine e dentro la voragine una città. Gli operai si fermarono, gli ingegneri si fermarono, si fermò anche un cane che morse il gatto che mangiò il topo e poi sapete com’è andata a finire quella storia lì. Ma questa è un’altra e ve la racconterò, come posso e come mi è concesso. È la storia di quello che successe da quel momento in poi e se c’è attinenza con delle persone, mi scusino i gentili signori.

Il sindaco si asciugò la fronte con un fazzoletto, visibilmente turbato. Schiarì la voce un po’ troppe volte, poi, di fronte alla sala gremita di giornalisti e autorità disse: «Vi devo dare una notizia… paurosa. Una bomba». Tutti tacquero. «Abbiamo dovuto arrestare gli scavi della nuova metrocagliari essendoci imbattuti in un bene di estremo valore sepolto proprio sotto la nostra città. Non si tratta di…» esitò «catacombe. Tutti gli indizi portano a pensare che si tratti di una civiltà di origine non terrestre».

Stupore, mormorio, non ci credo, com’è possibile, mormorio mormorio, chiasso, strilla di cosa sta parlando? sguardi increduli, mormorio minca ti caghi.

Capitolo I

Ugo si svegliò perché era un giorno come gli altri. Poi si svegliò di nuovo, venti minuti più tardi, perché era un giorno come gli altri. Si scaravento giù dal letto perché era tardi, lui era in ritardo, come tutti i giorni, perché quello era un giorno come gli altri. Si infilò sotto la doccia dopo aver acceso il fornello con una caffettiera da quattro sopra, uscì dalla doccia con l’asciugamano intorno alla vita mentre la caffettiera borbottava e sputacchiava qua e là. La spense, giurò che ne avrebbe comprato una nuova, tirò giù il caffè bollente e senza zucchero e poi corse a lavarsi i denti. Un giorno come gli altri, la solita faccia allo specchio. Anzi, le solite due facce allo specchio, una spettinata e disordinata, l’altra verde, piccola, con le orecchie a punta ma verso l’esterno più che verso l’alto e una linguaccia viola. Che lo fissava. Fece per uscire di casa, poi ci pensò meglio: di facce di solito, ne aveva una sola. Tornò in bagno, guardò nello specchio e infatti ne vide solo una. Scrollò le spalle e uscì.

Era imbottigliato nel traffico mentre cercava di raggiungere la biblioteca nella quale lavorava, tutti suonavano, lui tirò su i finestrini, regolò l’aria condiziona su MAX e accese la radio. «Il sindico è in collegamento per un annuncio straordinario». E mo’ cosa sta succedendo? si chiese Ugo. Ziiiiip. La radio si spense e con questa la macchina, una vecchia cinquecento di quelle squadrate, verdolina, nota fra gli amici come senegal-mobile. Per fortuna che fra poco inaugurano la metro pensò Ugo mentre scendeva dalla macchina e la lasciava in mezzo al traffico continuando a piedi, senza accorgersi però che nessuno si preoccupò dell’intralcio al traffico, fissi tutti come erano sulle loro autoradio e sul messaggio straordinario.

Arrivò a lavoro che grondava sudore così come il cagnolino della carta igienica gronda tenerezza.

«Ugo» gli disse una collega.

«Sì, sono in ritardo» rispose lui.

«No, non intendevo…»

Ugo la interruppe «recupererò, vado via più tardi» ma pensava tanto tu non fai mai un cazzo, stronza.

Gli studenti facevano più rumore del solito. «Ma l’hai sentita questa storia?» «Che roglio!» Si affollavano sui giornali e nessuno shhh li interrompeva minaccioso. Ugo non leggeva i giornali locali, aveva smesso di farlo quando, pochi anni prima, in seguito a un omicidio avvenuto nel suo palazzo, il giornalista di cronaca aveva fatto testimoniare lo zio di Ugo, morto già da diverso tempo. Passò così la mattinata e il pomeriggio, non interessandosi neanche di colleghi e colleghe che parlavano più del solito, sicuramente — così pensava — del ragazzo della figlia di quella signora che una volta aveva preso un libro lì, che l’aveva reso in ritardo e ora era non solo tossicodipendente, ma praticamente aveva un contratto a tempo indeterminato con la droga. Andò poi a cena con Sandro, vecchio compagno di classe, ora cultore della materia, ovvero volontario contro la sua volontà. Ordinò una bistecca che arrivò fumante e più grande del piatto, con pochi colpi di coltello e dei morsi famelici la ridusse a dimensioni standard poi guardò Sandro, che era rimasto stranamente zitto, e gli chiese:

«Ma spiegami una cosa, ma com’è che fra le allieve del tuo professore non ce n’è una che esca dallo stabulario?»

«Ma nel senso di cocciulasa?»

Il famoso occhio lungo della scienza. La cena continuò su questo tono, sembrava che Sandro, troppo preoccupato, volesse parlare d’altro ma non trovasse il modo per farlo e intorno il vocio era sempre più assillante. Eppure Ugo lasciava passare, fra una birra e l’altra, incurante di tutto se non del suo piccolo mondo. Tornò a casa che era mezzanotte, con la bistecca, le birre e tanta stanchezza sul groppone, alla fine di una giornata come tante altre. Gli occhi erano rossi e restavano aperti a malapena, puntò il letto e ci si fiondò sopra senza neanche spogliarsi.

«Ciao capo» disse una voce che proveniva dal comodino.

«Ciao» rispose lui un nano-secondo prima di addormentarsi, tanto ai santi, soprattutto quelli che parlano non ci credeva. E tra l’altro foto di santi sul comodino, a differenza di sua madre, non ne aveva mai avute.

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