Il pellegrinaggio del venerdì verso casa.

Il weekend nella Cagliari-città-universitaria ha un inconfondibile rumore, è quello dei trolley — le cui ruote sono state pensate per le lisce superfici di magnifici aeroporti — che arrancano sull’asfalto e sulla nuda, rozza pietra dei marciapiedi cittadini. A volte si ribaltano, volgari imprecazioni accompagno il loro incedere azzoppato, gocce di sudore appena arriva il caldo, polmoni che annaspano in cerca d’aria in chi era partito con l’idea di fare attività fisica e invece, maledetta università, ha finito con riempirsi di caffè e sigarette. Mancherebbe la non più commercializzata simpamina per rievocare lo spirito di Giovannino, legato con il cuore al mondo-piccolo, ma assorbito dalla grande metropoli per mere questioni economiche e quindi costretto ad andare avanti così, ricoprirsi di terribili «rimedi» del mondo moderno per chiudere tutto al giovedì e poter tornare, il fine settimana, a mangiare le caserecce tagliatelle con la sua Pasionaria.

Il riposo lo ha inventato Dio che, nonostante la posizione ricoperta, il settimo giorno posò la creatrice penna. Se anche a Lui serviva una pausa dal lavoro, che dire di noi poveri mortali privi dell’onnipotenza? Fu così che gli americani inventarono scientificamente il week-end. E mentre il dibattito pubblico si anima dei manager che vorrebbero lavorare soltanto quattro giorni, è una vita magra quella dell’universitario, sopratutto fuori-sede. In Sardegna le scale sono ridotte, la metropoli si chiama Cagliari e la Bassa padana ha nomi quali Barbagia, Ogliastra, Medio Campidano. Migliaia di studenti, strappati alla loro terra d’origine, migrano ogni anno per raccogliere un loro costituzionale diritto, quello allo studio e così elevarsi culturalmente e professionalmente. Li si vede al lunedì con una vena nostalgica negli occhi affollare aule e biblioteche, mangiare al sacco, tirare fino a tardi, riempiendosi di caffè e sigarette, ansimare per una pausa dallo studio, tirare fino a venerdì mattina e poi la sera caricare il trolley della roba da lavare, trascinarselo dietro per facoltà, autobus e treni e cominciare il loro Pellegrinaggio verso casa. Il ritorno — nonostante talvolta l’orgoglio lo neghi — mette sempre in discussione i privilegi dell’emancipazione: sedersi a tavola e mangiare deliziose creazioni della mamma non è forse un piacere che nessun panino consumato fra lunedì e giovedì sostituirà mai? C’è chi torna per andare dal fidato parrucchiere, perché mai si affiderebbe all’ignoto della metropoli, preferendo rifugiare in su connottu. La sosta è breve, il tempo di godere del mondo-piccolo, della dimensione familiare per poi impacchettare la roba lavata,  sughi pronti della mamma, formaggi e prodotti genuini della terra d’origine e tornare a lezioni, biblioteca, caffè e sigarette, lunedì fino a giovedì e poi venerdì impacchettare e riandare.

Ma quanto ammalia questa Cagliari che quando tira maestrale si colora di un celeste perfetto e il sole si riflette sulle antiche mura e quando poi è maggio e tramonta sui colli c’è un rosa così intenso, il primo odore dei prati innaffiati, i fiori sugli alberi, il silenzio che precede la cena e tutto è così bello da far male al cuore? Nessuno resiste a lungo, sia il richiamo della metropoli, sia un esame che richiede di essere preparato anche nei giorni che furono di riposo per il fascismo e per Pietro, prima o poi si è costretti a ri-periodizzare il Pellegrinaggio: ogni 15 giorni, addirittura una volta al mese. E così si è risucchiati nella vita cittadina, si prendono le abitudini dei nativi, si va nei loro locali e l’emancipazione si chiama JKO o Hogan. Il mondo piccolo sta un po’ stretto, e i razzisti cagliaritani dicono cose del tipo «quello è di un paesino, si vede dal colorito», oppure scherzano sulle usanze agro-pastorali e dicono cose che di solito dicono dei napoletani. Prima o poi però si torna, con il trolley e la roba da lavare.

Di anno in anno, di venerdì in venerdì, il Pellegrinaggio si ripete. Come il catechismo e l’oratorio però, crescendo si corre il rischio di staccarsi del tutto, di estraniarsi, di ricordare a memoria pezzi della liturgia ma perdere lo spirito, si rischia insomma di diventare cagliaritani. Li riconosci facilmente ai primi anni, non solo per caffè e sigarette, ma anche per come portano con sé un bagaglio che il cagliaritano medio guarda storcendo il naso, come la fisima di mettere marche tamarre in vista, anche la fibbia del cinto, per sembrare fighi. Fin quando l’omologazione è quasi completa e allora anche la Sardegna comincia a stare stretta e si pensa al mondo là fuori, unica valvola di sfogo delle ambizioni sorte fra un esame, una sigaretta, un caffè e una mela come pasto perché a volte, fuori dal mondo piccolo, manca anche la voglia di farsi un panino.

2 pensieri su “Il pellegrinaggio del venerdì verso casa.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...