Non spiegate Cagliari ai cagliaritani.

Era la fine di giugno, la settimana di Natale di questo pezzo di terra, e in giro per la Marina sembrava di stare ad Alghero. Non sentivi il famoso Vegeta ma tonalità del Minnesota o del Massachusetts e se per strada incontravi Sensational Gianni era il primo a cui non avevi bisogna di spiegare cosa fosse un burdo cosa che, proprio in quel momento, eri intento a fare con i tuoi compagni di tavolo.
Non ci stupisce quindi che alla prima fermata, fra le Palmette e la Sella del Diavolo, dove prima o poi incontri chiunque, fra accampamenti professionali di famiglie in ferie, e gruppi da bocciofila Sant’Anna con tavolino, carte da gioco, pietre-anti-maestrale e radio portatile che canta Mina, il gruppone di venti esseri umani che a loro si mischia non sia di gaggi, ma di tedeschi. Sulla lunga passeggiata che dà un’ulteriore identità a Cagliari (e l’ennesima possibilità alla peggiore stampa locale di esprimersi e fugare ogni dubbio sulle capacità dei suoi giornalisti), è qualcuno della Lombardia a chiederci dove si possa fare l’aperitivo. L’Isis è riuscito dove ha fallito la Sardegna con il fiore rosa e la promessa di un mare di vacanze e noi per la prima volta sentiamo qualcuno lamentarsi della doccia gelida in romanesco e a Cala Sinzias ci arrabbiamo con la famiglia di Milano che piazza l’ombrellone sotto il nostro.
Da quando non si fabbricano più guardie forestali e impiegati della prefettura, ti basta avere il mare o qualcosa di vagamente interessante (cioè, ti basta non essere Terni) per voler vivere di turismo. Ogni città sembra aspirare a essere Barcellona, che raggiungi con Ryanair da Cagliari, ci fai shopping, fai la vera movida — non come qui che alle 2 sono tutti a letto e non puoi bere —ammiri la bellezza di una costa completamente edificata e dici che dalle altre parti del mondo sì che hanno mentalità imprenditoriale, miga… C’è una parte di mondo che si sente a suo agio ovunque, a Vientiane come a Catanzaro e pare muoversi di nazione in nazione come file digitali che funzionano diversamente a seconda del supporto in cui li fai partire. E così si muovono, cuori in fuga, senza sentirsi davvero mai a casa. Poi c’è quell’esercito di turisti che ogni anno invade qualche parte del mondo a seconda di ciò che cerca, dalle più nobili aspirazioni ai peggiori istinti e che spesso interpreta gli esseri umani come se fossero frutti e si costruisce una serie di immagini per cui gli italiani sono come le pesche (hanno quella forma, quel colore, quel sapore: tutti) gli americani sono come i meloni (hanno quella forma, quel colore, quel sapore: tutti) e così via. E magari vanno a New York e non solo l’hanno visitata tutta, ma proprio tutta — perché quando hai visto quelle quattro cose e scattato quelle quattrocento foto, la hai vista tutta New York — ma ti dicono anche che in fondo di un continente così grande non c’è altro da vedere dopo che hai visto New York, che mai ci sarà in Ohio o in Nevada. E te lo dicono senza aver mai letto Steinbeck e senza sapere cos’è la valle dell’Eden e senza la minima curiosità di scoprire cosa nasconde il buio oltre la siepe o da dove veniva e dove andava e perché lo faceva Truman Capote o perché la libertà di Jonathan Franzen nasce proprio in Minnesota. Nonostante ciò e nonostante la lunga lista che segue a questi punti, loro han capito tutto ciò che c’era da capire sugli americani, che sono come i meloni: tutti.
Non diversamente c’è chi arriva qui e dopo dieci giorni conosce Cagliari e i suoi abitanti. Ti spiega dove fare questo e quest’altro, racconta agli amici quale sia il posto più brutto in Sardegna, è stato sotto la Torre dell’elefante e in piazza Savoia e quindi anche lui ha visto tutto.  Sa soprattutto che i cagliaritani (o i sardi se ragioniamo per insieme concentrici) hanno tutti quelle caratteristiche. Torneranno anche loro alla routine delle loro città, con un carico di selfie e una busta di conchiglie, e in ufficio o sui banchi universitari faranno la loro lezione su questa città o su questa isola, entrambe viste nella loro interezza, entrambe categorizzate come si fa nei videogiochi di calcio. Un giorno racconteranno questa storia, anzi già lo fanno, ai cagliaritani, magari emigrati o perfino in un caffè della Marina, l’estate successiva. Con lo sguardo non dell’innocente all’estero, ma di chi ha capito tutto quanto eppure non sa spiegare perché la fine di giugno è il nostro Natale e ignora che in piazza Michelangelo, dove non è mai stato, in quel periodo lì tutto si colora di viola.
Che sarebbe un po’ come se noi di mondogaggio, con questo nome qua, andassimo nella bassa di Busseto senza aver mai letto Guareschi e senza sapere che suo figlio aveva passato tutte le vacanze piovendo. La realtà è che le città sono come le persone: non puoi davvero conoscerne un’altra.

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