Antropologicamente gaggio.

Ci sono domande che l’umanità si è sempre posta. Una di queste è se Gesù andasse in discoteca, un’altra riguarda il rapporto natura/educazione nello sport, e infine, in latitudini e terminologie differenti, ognuno di noi si chiede se si nasce gaggi o lo si diventa.
Nelle nostre indagini balneari, noi della redazione di mondogaggio — il blog che piace alla gente — ogni anno esploriamo queste tematiche. E se possiamo dirvi che pare che Gesù andasse in discoteca e che Pietro Mennea è stato l’ultimo bianco che correva, abbiamo qualche difficoltà in più a risolvere la terza questione.
Ci è capitato, e come dimenticarlo, di assistere a titanici scontri fra orde rivali sulla sabbia infuocata del Poetto, a ragazze malmenate per uno sguardo mal indirizzato, a poveri natanti scartonati per essersi trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato. Sempre caro ci fu quel giorno di agosto quando l’urlo oh bibite fresche, oh caddozza! di un gruppo di quindicenni gaggi scatenò una reazione a catena che mise due bagnini uno contro l’altro. Episodi del genere, di colore o di folklore, annotati nei nostri appunti mentali e in ipotetici romanzi di fantascienza però non ci danno nessuna affermazione aggiuntiva. Non sappiamo se quell’urlo o quel cartone siano scritti nei geni oppure siano maturati dopo anni di avventure gioiose fra piazzette, F10 e Peugeot 206 con minigonne.
Qui nella redazione ci dividiamo fra i seguaci della prima ipotesi, i naturisti, e seguaci della seconda, i nurtiristi. Ora che l’internet ha agevolato la mobilità gaggesca, e non più bisogna andarli a cercare sempre nella stessa spiaggia con conseguente bias di conferma, siamo giunti a un punto d’accordo: gaggi lo si è anche fisicamente. Non è una questione di abbigliamento o di acconciatura, in spiaggia, il gaggio si presenta naturale, un costume come tanti, non porta manco più il rosario. Eppure lo si riconosce così, nel suo essere, nelle sue forme. È quel momento in cui uno dei nostri consulenti politici dice: mì uni gaggiu.
Possono esserci ragioni profonde, un corpo temprato da intemperie, una sempre più flebile distanza fra mente e corpo. Quali che siano queste ragioni, noi lo vediamo camminare senza tempo e senza età, il nostro gaggio quindicenne, antropologicamente gaggio, con la carnagione scura e un filo immaginario che gli tira le spalle l’una verso l’altra, un po’ gobbo nell’andatura, gambe larghe, un angolo della bocca che va sempre all’insù, una cicatrice da qualche parte del cranio, passo svelto e tono di voce urlato. Quasi una specie a sé, è lì a insegnarci una grande lezione: che non è l’abito a fare il gaggio.

2 pensieri su “Antropologicamente gaggio.

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