Cagliari da bere.

Ore 20, prima serata, superati i controlli della nerboruta security potevi proiettarti in un mondo di sbronze per soli 6 euro, gratis per le ragazze. Era il 2003, i free drink del Cube e sembra di sentire un libertario grido di protesta riecheggiare quelli odierni contro le restrizioni dell’amministrazione comunale: la qualità di merda dei vostri cocktail non fermerà la nostra sete!
File interminabili, bicchieri di plastica, sciroppo extra per coprire il saporaccio degli intrugli creati da baristi improvvisati. «Se ne aggiungi ancora in più le ragazze tornano e si ubriacano senza accorgersene!» ti confessavano quando li conoscevi. E non ce l’hai avuto comunque il coraggio di provarci.
Cagliari viva, Cagliari alcolica, Cagliari da bere. Lasciamo da parte moralismi dei tempi moderni, finite la medie la prima sbronza era e resta il sogno di tutti, quando alle pizzate osavi la prima 0,20 e i più coraggiosi la 0,40. Andiamo a bere, vieni a bere, stasera ci ubriachiamo, stasera mi voglio ubriacare. Lo hai sempre annunciato, per festeggiare o per dimenticare, per lavare nei succhi gastrici una coscienza sporca, per affrontare qualcosa, perché sembra che in questo dannato mondo tutti siamo spaventati dagli altri.
All’ombra dell’Elefante c’è chi la sbronza l’ha presa per la prima volta a un capodanno fra amici, chi proprio al Cube, chi al Merlo, chi d’estate alla Rotondina, chi in una casa di campagna. Poi il giorno dopo con un saporaccio in bocca e la voglia di morire ha giurato che non lo avrebbe più fatto. Mai mai mai. E ancora a ricascarci, per una cotta o per amore, per il coraggio di provarci o la vista tanto annebbiata da non vedere e non capire, o magari ricordare.
I consigli tramandati da quelli più esperti, come per il sesso: non bere a stomaco vuoto, non mischiare la birra con le creme, non mischiare in generale. E tu a ignorarli, a star male e a dire che no, mai mai mai più. Un amico a tenerti la testa, qualcuno a infilarti le dita in gola «Fidati di me, starai meglio». E lei intanto che si è cuccata un altro. Non è tanto che ogni generazione cerca il suo nuovo passatempo etilico o le sue ragioni per ridursi così, è più che nessuna generazione smette di bere, neppure gli adulti che ai pranzi di famiglia traboccano di cibo, vino e dopobarba regalato dai figli per il compleanno in alternativa alla cravatta o i vecchi al bar che puzzano di birra e MS. Non serve più neanche una ragione. La Cagliari da bere beve per il gusto di farlo, beve perché è quello che fai quando esci, anche se non più da bicchieri di plastica ma da secchielli con cannucce e bastone da selfie che proietta sull’instagram invece che spiare sotto le gonne. Spende, ipoteca, piscia e rigurgita. Reflussi di coscienza alla domenica, camminate della vergogna il lunedì.
Ci saranno notti di inverno fredde e bagnate, dove una birra in più ti salva dall’uscire a prenderti la polmonite, e sere d’estate dove bevi qualsiasi cosa per non annaspare nell’afa, giorni in cui ti sentirai obbligato a bere e giorni in cui fingerai di farlo. Cuori infranti e cuori felici, costosi drink o birre ignoranti in piazza San Sepolcro.

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