Is Mirrionis è casa nostra.

Sai quanto tempo ci ho messo a capire perché genitori e vicini (che poi erano tutti miei parenti) ci rimproverano ogni volta che da piccoli lasciavamo il portone del palazzo aperto? Anche oggi abbiamo trovato un cucchiaio dicevano, e io pensavo ma cosa cazzo farà mai un cucchiaio?
Saranno passati degli anni, ma poi si capiva perché G. F. correva sempre in bicicletta per qualche traversa di via Cornalias e senza manco rallentare sollevava la mano e strappava un limone che penzolava da un ramo sporgente sopra il marciapiede. A scuola sui muri c’erano le pubblicità progresso: un ragazzino che fumava e un metro a indicarne la bassa statura. Il fumo non ti alza di un centimetro. Quando però andavo al mercato con mia mamma, prima che la scuola cominciasse, o nei giorni di vacanza, c’era una grande pubblicità progresso vivente, che si chiamava Luca e diceva solo tatatata e mamma ti spiegava che a usare cucchiai e limone si finiva così. Hai mai sentito parlare di Luca Ta’, pignegna di razza, che la gente raccontava fosse andato in Germania a guarire dall’AIDS?
Nel primo pomeriggio il piazzale del mercato diventava zona franca, ci passavi di fretta, senza alzare lo sguardo, se magari dovevi spostarti da via Is Mirrionis a via Cornalias, che molti ancora chiamano Is Cornalias. Poi d’estate, dopo le 18, la piazzetta che avevano inaugurato di fronte alla scuola (quando le piazzette le faceva il centro-destra), si trasformava in ritrovo per anziani e per pre-adolescenti in bicicletta. Buoncammino o i giardini pubblici erano destinati al fine settimana, come il pranzo da nonna a Mulinu Becciu. Tutti gli altri giorni Is Mirrionis era casa nostra.
Fra le vie che facevano da anditi, nelle piazzette che facevano da salotti, parlavamo il nostro vernacolo, che magari nessuno chiama sardo, però serviva bene al suo scopo. E si diceva miga, cuccaremalaghe, droghino e con parole come queste sentivi raccontare di T. che era caduto dal terzo piano, ma le funi degli stenditoi ne avevano rallentato la caduta e, atterrato in ginocchio, tutti cominciarono a chiamare gatto. Tu lo sai che nei circoli trasformatisi in baretti per fuorisede di queste cose nessuno ha memoria. Che nessuno parla più di quando andava al Globalone o all’Eurogarden, di quando dentro il Globalone volavano mattoni — sì. mattoni — e cocaina, di quando le prime vite lì hanno cominciato a perdersi, per poi essere raccolte da un noto parroco di zona, che ne agevolava il recupero, metadone e duro lavoro. Dovresti andare nei circoli dove G. F. svolta la roba che ha recuperato alle 3 del pomeriggio per sentire le loro voci.
Amara constatazione, se vuoi: non sei di Is Mirrionis se non conosci nessuno che ci è cascato, se non conosci una famiglia che per questa ragione piange almeno un morto. Se non hai mai avuto un compagno di classe che abitava in via Seruci e andavi sotto casa sua ad aspettare che scendesse, mentre pattuglie di pensionati su tavoli di plastica assorbivano il maestrale delle 17 e giocavano a carte. Con tutto il tempo che è passato qualche faccia la vedi sul giornale, pagina 4, cronaca di Cagliari. Te lo ricordi quello?, ti trovi a ripetere. Dicevano che si faceva sua sorella. Due figli in terza media, che primato. Bar loschi uno dietro l’altro, bancone in zinco, andavi a comprare il gelato e il massimo della trasgressione che il terrorismo psicologico ti aveva lasciato era una leccata del cornetto al whisky di tua madre.
Quando ancora si diceva spinello e i Chicago Bulls andavano su TMC, le scritte sui muri cominciarono a chiamarsi tag, toy e crew. È difficile essere di Is Mirrionis e non aver fatto parte neppure di una, anche se scarsamente riconosciuta al di fuori dei suoi intimi componenti. Tutto questo prima dell’internet e delle foto, quando ancora in piazza Granatieri o in via Monteacuto si poteva giocare a pallone.
Ora ti chiedo, amico mio, quando vedi C. frugare dentro un cassonetto sai dirmi la sua storia?

Un pensiero su “Is Mirrionis è casa nostra.

  1. Complimenti. Commento qua, ma valga per tutti gli articoli.
    Mi stai facendo ricordare delle cose assurde. E contemporaneamente morire di invidia per non averle scritte io, queste storie.
    Il tipo che tutti cominciarono a chiamare gatto me lo vedo proprio.
    Grazie.

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