Il mio Poetto.

Estate del 1996, alla radio che ancora ascoltiamo assiduamente essendo sprovvisti di alternative on demand, si sente una canzone che parla di un albero di limoni e che alle mie cugine più grandi una professoressa ha fatto imparare a scuola. È un giorno di giugno, niente weekend, il sole bolle in cielo e una brezza fresca sposta le tende di casa, per andare al mare bisogna aspettare sabato pomeriggio: paletta, racchette, palline di gomma colorata da far sfrecciare su una pista ben studiata, curve, ponti, buche. Domenica mattina, poi — e che ve lo dico a fare? — è il gran giorno, amici e parenti, al bar in muratura ed eternit, il biliardino e il jukebox che parla del solito albero di limoni. Io manco lo sapevo che quelli non erano neppure anglofoni, non avevo neppure gli strumenti per verificarlo, se mai mi fosse venuto il dubbio. E non sapevo quanto preziosa fosse quella brezza che mi mordeva le caviglie.

È l’estate del 2000, il 9P puzza di sudore e di emancipazione, i bar sono sempre gli stessi, i pomeriggi di questo giugno Toldo vola e ci fa sognare, ma Wiltord e Trezeguet ci lasciano un sapore amaro che ormai conosciamo bene tutti da anni. La sabbia è bianca, le giornate grigie con i cavalloni sono divertenti, pesanti cassonetti di metallo sono i pali su cui improvvisati Kluivert della domenica sbaglieranno i loro rigori. Non c’è più bisogno di aspettare il sabato pomeriggio, la scuola è finita e tutte le mattine andiamo al Poetto, con gli zaini enormi pieni di sabbia e speranze. Le ragazze riusciamo solo a guardarle, ci manca il coraggio di avvicinarci, ci manca il tempo che invece passiamo a raccontarci gli europei e contemplare le gesta eroiche da cassonetto a cassonetto, piedi fumanti, bolle disumane. Io non lo sapevo che la sabbia non sarebbe più stata così.

L’Italia vince il mondiale e ci troviamo nella fiumana di gente che invade il Poetto nelle notti di luglio del 2006, che festeggia sul lungomare come si festeggia la promozione in A sotto Carlo Felice. Sono finiti i tempi dei pullman e della radio, in macchina abbassiamo i finestrini e ascoltiamo CD artigianali che ci ricordano di quando la musica la ascoltavamo alla radio. Abbiamo imparato a conoscere le ragazze, con fortune alterne, ma non abbiamo lasciato il pallone. La sabbia è grigia, il mare certe volte si intorbidisce, vaghiamo in cerca della fermata più congeniale. I tappetini neri dell’auto si sporcano rapidamente e per la prima volta ci portiamo dietro gli ombrelloni. Io non lo sapevo che mi sarei portato perfino lo sdraio e che al pallone avrei dedicato occhiate fugaci più che interminabili momenti.

Ho davanti un segnalibro ingiallito, un signore in giacca, cravatta e cappello che cammina in mezzo ai casotti e ai bagnanti. Si vede lontano il muro di uno stabilimento e forse le radio hanno la voce ancora acerba di Gino Paoli. Il cielo ha la stessa tonalità della sabbia, le righe orizzontali sulle assi di legno, bianche e blu o bianche e verdi (così le immagino) hanno lo stesso colore della maglietta che indosso. Non so che anno sia in quel segnalibro, penso in realtà che non abbia alcuna importanza.

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