Cosa ho fatto il martedì dopo le medie. Storia personale della Cagliari del nuovo millennio.

Su cosa Cagliari fosse, oltre che la mia città, sapevo ben poco fino ai vent’anni. Vedevo delle mura, calpestavo i giardini pubblici con un pallone arancione, venivo trascinato mio malgrado a vedere Sant’Efisio, eppure tutto era sospeso nel tempo, senza precisa collocazione fra i secoli. Come potevo conoscere io quando era stato tirato su il bastione, quel colosso grigio nei giorni di pioggia e giallo nelle calde mattine di primavera, io che non ci salivo mai, ma preferivo fermarmi da Saloon?

Ecco qua la storia completa: non sono mai salito sul bastione per tutti gli anni delle scuole superiori e lo accostavo a mitici suicidi e fricchettoni che bevono il vino direttamente dal cartone. Ci passavo a fianco, ogni maledetto sabato, quando tempravo polpacci e spirito risalendo da piazza Garibaldi a piazza Costituzione e poi giù fino a piazza Yenne e piazza Matteotti se ci si sentiva coraggiosi e di nuovo all’inverso, e di nuovo all’inverso. Per chi arrivava dalla periferia dimenticata, le vie della Marina sembravano tutte uguali e il centro, nel senso più vasto che qui a Cagliari diamo al termine, sapeva di emancipazione e dei cornetti di Cornelio, morbidi, dolci e cremosi, quando — ahimè — il gelato in piazza Yenne ci sembrava buono e raccomandabile. Sapeva anche dei panini di Beverly e delle pizzette di via Manno e dei martedì sera a guardare Dawson’s Creek su Italia 1.

Fino alla terza media non ero mai stato autorizzato a lasciare il quartiere da solo. E quando trasgredii alla regola, nel febbraio del 1999, ovviamente mia sorella salì sullo stesso autobus alla fermata successiva cogliendomi con le mani nella proverbiale marmellata. Ma a settembre andai al Pacinotti e quindi, abbonamento CTM alla mano, presi il 3, mi aggrappai forte a uno dei pali e cominciai la mia nuova vita. Qualche mese dopo andai a vedere il film di South Park, vietato ai minori di 14 anni, al Nuovo Odeon e all’ingresso la maschera strappò dubbioso il biglietto. «Vuole vedere un documento?» chiesi trionfante stringendo in mano il mio abbonamento CTM che portava foto e data di nascita. Non fu necessario.

Ora io mi ricordo di quando ero bambino, avrò avuto sei anni ed ero in qualche resort, da qualche parte della Sardegna, passai la mattina in piscina, pranzai, stetti lì fino a notte e quando fu ora di tornare a casa mi trascinarono via in braccio perché dormivo. Aprii gli occhi per vedere lo schermo TV che proiettava un «video musicale». Guarda guarda, mi disse mia madre, quello è un video musicale. Che ai tempi era un po’ come dire «guarda, guarda: un alieno». Ma dieci anni dopo lo schermo a casa mandava MTV in loop e io ricordo un video in bianco e nero e una ragazza americana che canta di essere una grande grande ragazza in un grande grande mondo.

Poi nonostante il terrorismo psicologico sul Big Bang e le vendette francesi per il 10 giugno 1940 sotto forma di una traversa colpita da Di Biagio e di un fulmineo e letale contropiede di Trezeguet, familiarizzai con il computer, scoprii la linea 56K e gli mp3 che impiegavi delle ore per scaricare, le chat su mIRC e C6.

Questo è un po’ il macrotema nel quale si inserivano le nostre vite che ci sembravano sprecate se il sabato pomeriggio non uscivamo e che erano completamente prive di caffeina. Se ripenso a quegli anni, quando il millennio iniziava e ci dicevano che saremmo potuti diventare qualsiasi cosa, c’è una cosa che non capisco. Potevamo tornare a casa da soli anche se avevamo dieci anni, potevamo andare a giocare da soli in qualche parco in zona, potevamo uscire senza cellulari perché erano ancora un bene di lusso. Ma a 15 anni eravamo esclusi completamente dalla vita notturna, il caffè faceva parte del mondo degli adulti e una birra 0.20 ci sembrava il massimo della trasgressione. Non sono ora pochi i casi di persone che avvisano la polizia se vedono un bambino girare da solo per strada. Come se ora il pericolo sia ovunque e come se vent’anni fa Angelo M. non terrorizzasse piazza San Michele con una catena di scooter che faceva roteare come Hercules, che davano il pomeriggio sempre su Italia 1 ed era di un trash da fare paura, seppure senza soluzione di continuità con il sogno dei nostri anni d’infanzia: i Power Rangers.

D’estate presi il 9P per andare al Poetto, con le scarpe e le calze, perché infradito e ciabatte erano un tabù che rischiava di comprometterti l’esistenza (così come il tenerle allacciate quelle scarpe), e continuai a fare quella tratta per anni, trenta minuti nell’afa di luglio e agosto, trenta per andare e trenta per tornare, per i primi anni alla sesta, poi alla quarta, prima che venisse conquistata dai burdi e perdesse l’appeal che ci aveva attirato negli anni del bikini a triangolino, ma senza brasiliane e perizomi. Quando i chioschetti erano grandi quanto roulotte e noi giocavamo a biliardino o usavamo il juke-box, prima degli mp3 e del caffè liberalizzato per tutti. Non me la tolgo dalla testa questa cosa del caffè. Già il tiramisù ti veniva concesso in dosi ridotte, ma ai pranzi di famiglia, quando veniva servita il caffè, tu ragazzino ne eri fuori, e  la concessione di quella tazzina rappresentava il momento in cui un cugino più grande passava a uno status diverso e quasi sembrava uno zio. Quando i caddozzoni non andavano ancora di moda e li riscoprimmo con ingenuità, sentendo il gusto di qualche dimenticata sagra di tanti anni prima. Quando i cremini erano una subcultura di élite e nessuno voleva essere come loro, tranne loro stessi, e quindi nessuno avrebbe comprato le Hogan (che cominciarono a usarsi proprio lì, al trapasso del secolo) e Bertola era un punto di riferimento e il mutino Carhartt la grande ambizione dei nostri natali.

Quando c’erano le lire e al bar di Mondo, l’orgoglio del Pacinotti (dove nessun ragazzino, ma solo i professori, scusate se insisto, beveva il caffè) il panino ne costava 1.500: tonno e maionese oppure caprese. Quando, appunto perché c’erano le lire, un ragazzo dell’altra classe alla ricreazione ci chiedeva «Ce l’hai un millino» e poi raccontava di, cito testualmente, fidatevi di me che mi ricordo quella scena come se fosse un istante fa, quando aveva coddato letteralmente a sangue, te lo giuro, avevo sangue nel pisello. Che fine hai fatto, millino? Con il tuo abbigliamento trasandato, la tua subcultura resistente e i tuoi ottimi voti in matematica?

Quanto era ambito il sabato pomeriggio un tavolo da Beverly. Quanto erano stantii quei panini, custoditi dalla mattina in vetrina e poi riscaldati e consumati nel tavolo vicino all’acquario. Se di quegli anni devo trovare un’immagine tipica penso alla fiumana di gente, noi ragazzi minorenni, spensierati figli degli anni ’80, che camminava per via Garibaldi, via Gari come la si chiamava quando i giochi per computer costavano 99.000 lire e io passavo le sere a giocare a Age of Empires e The Sims. Ricordo che la notte uscivo solo per le pizzate, poi cominciai ad andare in discoteca in prima serata, alle 8.30, all’Open Gate in viale Marconi, andata in pullman in compagnia del famoso Piero, ritorno a piedi o se fortunati in macchina con qualche genitore. Vennero le sere al Merlo, in quarta superiore, a bere birra dalla giraffa e giocare alla dama alcolica.

Tutto questo però mentre la moda abbandonava le Dr. Marteens e si rivolgeva a visierine e magliette De Puta Madre, jeans a metà del culo e scarpe Nike Air Max ’97. E penso che più o meno quello sia stato il momento in cui capii che non avrei potuto essere tutto ciò che volevo e penso anche che lì, con quelle magliette con il 69 e crestoni improponibili sulla testa, sia cambiato il mondo dopo aver sfiorato l’Apocalisse. Ed è un triste destino quello di aver visto tanti rigori sbagliati per poi vedere quello vincente calciato da Fabio Grosso e festeggiato dalle urla becere e dallo spirito esaltato di Fabio Caressa. Personalmente, se posso esprimere un parere, avrei preferito un altro errore dagli undici metri, se il prezzo da pagare è stato questo.

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