L’anno del selfie.

Mani sulla nuca, quasi un tallonatore che aspetta i piloni, il professore erutta con accento toscano: «Dovete specchiarvi negli altri». Immaginate di essere una delle persone che vi ascolta, così che vi possiate guardare dall’esterno. Filmatevi. Oppure, perché no?, fotografatevi.

Perché specchiarsi negli altri, quando basta specchiarsi e basta? È un tripudio di specchi, Instagram, il social network dell’immagine. Fotografie di specchi che rispecchiano fotografie, quadri escheriani digitali, con al centro il sé, nella riproposizione mastodontica e invadente del Decennio-dell’Io-quarant’anni-dopo.

L’hashtag #selfie è stato usato per la prima volta su Instagram nel gennaio del 2011 e da quel momento è stato ripetuto nell’ordine dei milioni. Il supporto digitale favorisce l’utilizzo spasmodico della fotocamera: non c’è una sola ragione per non scattare una foto, quando lo spazio per conservarle è così vasto e la loro cancellazione così indolore. Le nuove piattaforme hanno poi permesso di prendere quell’archivio personale e trasferirlo, condividerlo, con un numero di utenti ogni giorno in espansione. Citando la presentazione di Diane Court alla sua cerimonia di diploma: «Hey mondo, dammi uno sguardo».

Facciamo un passo indietro di due decenni, quando Couric e Gumbel durante il Today Show cercavano di capire cosa fosse un’email e chiedessero in regia «Che cos’è esattamente l’internet?». Il network dei network (internetwork) esisteva così come può esistere oggi, in termini di ricaduta sulla vita quotidiana e sul senso comune, il multiverso di livello III. Le foto di viaggi, matrimoni, eventi erano accessibili a tutti perché erano accessibili a tutti anche — seppure con diversa qualità — le macchine fotografiche, i rullini, i costi di sviluppo. Inserite poi in appositi album da ri-porre nei mobili del soggiorno e pro-porre agli amici e ai parenti che ci venivano a trovare. La differenza con l’oggi non sta tanto nella tempistica (tu, amico, parente, vedi dove sono, quello che faccio, quello che mangio, nel momento esatto in cui sta accadendo), quanto nella scelta stilistica. La discussione dei nostri alter-ego di vent’anni fa, ruotava intorno a qualcosa del tipo «Ecco, questo sono io e la Tour Eiffel» e l’indice che si posa su una figura piccola di persona (io) che fa da contorno al luogo (la Tour Eiffel). Oggi suona più come «Ecco, questo sono Io e il Colosseo», dove l’Io occupa metà dello spazio, primissimo piano e dietro, sullo sfondo, accessorio, il Colosseo. L’enfasi è passata dal dove sono stato al ci (Io!) sono stato.

Il discorso tende naturalmente a far sparire l’avverbio di luogo. Ciò che conta è che io sia stato o meglio, sia. Quindi spariscono il Colosseo, la Tour Eiffel, Manhattan e rimane l’Io, a casa, nei bagni, a passeggio, sotto il sole, sotto un cappuccio, ovunque. Il selfie, l’egemonia dell’autoritratto. Faccio una smorfia, ho scelto questo outfit, ecco la mia colazione. Nel selfie tradizionale ci sta al massimo il mezzo busto, per la figura intera serve lo specchio dell’armadio, alto un paio di metri e agli hashtag è lasciata la didascalia.

È un fiume di scatti di se stessi, fatti da se stessi. Io sono il soggetto della foto, la mia pagina personale è il racconto della mia vita. Una tovaglia a quadri, una tazza di the, una fetta biscottata, tutto disposto in maniera ordinata e ritratto dall’alto. La mia faccia non c’è, ma io ci sono, perché quella è la mia colazione. E non è neppure una foto di un cibo succulento, esotico o ben impattato, è quanto di più banale esista, ma è… Io. Il selfie in auto imbottigliati nel traffico, il selfie mentre mangio, sempre in auto, un pasto #healthy dentro una ciotolina portata da casa: fiocchi di latte e mandorle. Le etichette per le altre persone, il posto in cui è stata scattata, autoscattata, la foto fanno da contorno agli hashtag perché devono indicare le persone che stai frequentando e dove lo stai facendo. Mondomondomondomondo (questo è il grido), questo è il mio personale angolino al tuo interno. Il mio spazio. Quindi quando clicchiamo su quel profilo, abbiamo davanti non più un album di eventi, ma una vita, una persona.

Basta poi addentrarsi più a fondo in quelle didascalie dell’anno dei selfie. Da una parte, un giocatore della National Hockey League riceve un colpo di stecca sul labbro, gli applicano diversi punti e allora pubblica il selfie che testimonia il danno. La didascalia dice: «Per un po’ di tempo i miei kissing days sono contati». Dall’altra, un intero profilo è costruito di selfie più o meno identici, dalle cui didascalie-hashtag scopriamo che c’è il sole, oppure fa freddo, è il giorno di un esame, è un giorno di noia, è l’ultimo sole, è una serata speciale, sono svogliato, mi sto trasferendo!

Non è un anno di soli autoscatti, celebri o comuni, è un lungo periodo di dominio, impero, del soggetto. Prendete le foto scattate nelle discoteche. L’espressione, la posa, è sempre la stessa: studiata, ragionata, perfezionata dopo lunghe sedute di… autoscatti. Prendete anche la foto scattata a casa prima di uscire, a ragazzi delle scuole superiori, magari dalla mamma, prima di una grande serata. In quella foto, in quell’espressione seria, ammiccante, irriverente, alla Cristiano Ronaldo, loro ci credono. È quello che traspare dalla foto: ci crediamo, ci siamo. Possiamo essere quello che vogliamo e noi vogliamo essere belli. E lo siamo. Per questa ragione possiamo chiedere al mondo di guardarci,  non solo nella misura in cui riceviamo qualcosa in cambio in termini di cuori, mi-piace, commenti entusiasti: di valutazioni positive. Ci sarà sempre qualcuno disposto a darmi una valutazione positiva dopo anni di incertezze, insicurezze, tentennamenti consumati nei banchi di scuola. Perciò corriamo in bagno a scattarci una foto, vediamo cosa ci dirà oggi La Rete. Ma non è più il successo che si cerca, non è soltanto un conteggio di apprezzamenti e simpatie. Ciò che conta è mostrarsi: Io-ho-un-posto-in-questo-mondo. Guardate la mia espressione divertita, osservate con chi passo le giornate. Non si fanno più provini per la parte di chi si vergogna di fare la foto: ti-prego-ho-una-faccia-orribile! Labbra invitanti, sguardo malizioso, faccia da selfie, per non essere mai impreparati di fronte a una proposta di questo genere. Quindi, specchiamoci. Più di ogni cosa, selfie richiama l’autosufficienza: non ho bisogno di altri che mi facciano la foto mentre sto in un angolo del Colosseo.

È questa la conseguenza ultima della rivoluzione kantiana? È certo però che l’anno del selfie ridefinisce, anzi ribalta!, le parole di Tozzi, poi diventate parte della cultura nazional-popolare, per cui gli altri siamo noi.

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