A che ora ti svegli, Cagliari?

Di là delle onde azzurre, dell’asfalto dei colli e dei tetti sbilenchi e oltre le mura opache, le nuvole che volano via e il silenzio della domenica mattina, giù lungo le strade deserte di un giorno di festa, superando le periferie che tacciono, verso le case dei nonni e in fondo in fondo, a superare il letto disfatto e il vento che soffia e il sole che brucia e la scuola che è vuota. Il metallo tintinna sulla ceramica, il caffè che gocciola, la tastiera che batte, un telefono che cade. La luce sul mare, le orme di un gatto. La strada che scotta, nessuno che parla, lo stagno, una bici, gli occhiali da sole, le finestre aperte, l’odore del cielo che cambia colore.

Ma ecco una nuvola, ecco una pioggia, l’ultima dell’anno, l’auto è marrone. Qualcuno si chiede è finita davvero, poi la porta si apre, uno stormo rosa e via tutti, clac-clac delle infradito di gomma. E viene la sera e la gente ritorna e l’aria è carica di odori cotti dal sole e ha soffiato ancora il maestrale e non c’è azzurro più grande di questo. Un aereo nel cielo, la sella poggiata sul golfo, le palme piegate, la sabbia che vola. Ora ti svegli dal lungo letargo, di nuovo qualcuno ha voglia di uscire. E i rumori si spostano e lo sciame umano prende altre direzioni ed è ancora una volta quella vecchia stagione. Ogni volta la stessa, eppure non stanca mai, come fare l’amore. Leggete questo.

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