La Trassa del Continentale.

Che Dante non amasse l’Italia chi vorrà dirlo? Anch’ei fu costretto, come qualunque altro l”ha mai veracemente amata o l’amerà, a flagellarla a sangue, e mostrarle tutta la sua nudità, sì che ne senta vergogna.

Così parlò Carlo Cattaneo. Qualche anno dopo un signore che si era messo in testa di campare fino a cent’anni e per questa ragione aveva lasciato l’Italia perché un secolo lì no e no che non ce lo poteva passare, fra le ultime cose che diede a un tipografo italiano ce n’era una che parlava di piroscafi, nostalgia e ideali. Diceva più o meno che a volte siamo ridotti a prendere idealmente un piroscafo e guardare da lontano il nostro paese per poterlo amare davvero.

Tira aria di indipendentismo ultimamente e c’è mio cognato che da anni dice: indipendenza sì, però facciamo le cose per bene e dichiariamo la secessione di Cagliari. Al gioco dell’identità siamo bravi tutti, quindi perché a questo punto la catena compra-italiano, no compra-sardo, no compra-cagliaritano non conduce al libero Stato di Is Mirrionis? Prima che quindi menate autarchiche e pseudo-identitarie ci conducano a un insieme di nazioni indipendenti ognuna costituita da una cameretta, si può essere patriottici in maniera molto più pacata.

La Sardegna o Cagliari di questo periodo non fanno eccezione. Quanti sono quelli che le lasciano perché vizi e consuetudini impediscono loro di vivere dignitosamente? Quanti sono ridotti a sentirsi stranieri per poter amare la Sardegna?

Sono passati quei gloriosi anni ’80 in cui un diploma dava accesso al posto statale garantito, quando tutti tenevano famiglia e chiunque, ma dico chiunque, lavorava. Quando quindi si emigrava per ghiribizzo e noi che in quegli anni ci siamo nati abbiamo una zia a Bologna o una a Firenze e insomma parenti qui e là per il Continente, finitici non per necessità, ma proprio per scelta. Siamo tornati al metaforico barcone per le Americhe, quando si emigrava per fame e gente come Frank Capra lasciava un paesino della Sicilia e 70 anni dopo scriveva: Friend, you are a divine mingle mangle of guts and stardust. So hang in there! If doors opened for me, they can open for anyone. In tempi come questi le porte sembrano sempre chiuse.

Del sommerso umano che ogni anno lascia Cagliari per studiare o lavorare altrove c’è una parte che passa tutto l’anno a cercare l’Ichnusa, ad aspettare le vacanze in Sardegna, nei casi più estremi a infilarsi nei circoli dei sardi e comunque a dire a tutti che in Sardegna c’è tutto quello che nei primi sei giorni fu creato. Un’altra consistente parte è quella che prende la Trassa del Continentale. Lasciare Cagliari è un’esperienza mistica, il Ballo delle Debuttanti, l’Ingresso nella Società. Il cagliaritano che ha preso la Trassa del Continentale passa il tempo non a decantare l’Isola felice, ma a ricordare a tutti i suoi amici cagliaritani quanto, loro, siano provinciali e quanto lui/lei sia togo, aperto, di mondo! Il repertorio si ripete ciclicamente: da torre a torre fate le stesse cose, vivete la stessa vita, la Provincia, che altro se no? Tutti intenti a copiare a ripetere, il gregge, le pecore. Noi che pur siamo persone pazienti non riusciamo a non immaginarci Mussolini quando si dà alla gente della pecora, e gli occhi fuggono rapidamente al cielo.

Ecco che quindi il nostro amico con la Trassa del Continentale dice cose tipo che a Firenze sta bene, ma anela Milano. Che in Continente può fare tutto e in Sardegna nulla ed è capace di spacciare Forlì — nota località di morte dell’anima — in New York. Poi sì, qui c’è il mare, ma ci posso sempre venire in aereo. Già, come se per andare in villeggiatura in Val d’Aosta questo non fosse possibile. Derive della Trassa sono quelle persone che passano dalla critica all’insulto, futuri meridionali che diventano leghisti. Ma fra tutti gli atteggiamenti, il più poetico è quello di chi dice che qui a Cagliari il suo talento è sprecato, che questo posto fa schifo, che qui non ci può stare. E tutto ciò lo dice con il piglio del novello Enrico Fermi, quando invece mentre parla in lontananza si sente ragliare un asino.

Sia chiaro, di deleterio a Cagliari c’è tanto. Ci colpisce sempre, per esempio, la camminata della fighetta cagliaritana. I leggins belli tirati, la caviglia in vista, le Hogan, ma sopratutto l’iPhone con le cuffie stretto dalle unghie smaltate all’altezza del mento, polso verso l’alto, schermo verso il viso, borsetta che cola dal gomito. Ci colpisce di più però che a ottobre si può fare il bagno a Ucraina-by-the-sea senza morire di freddo, mentre quel cognato lì dice che in Veneto è già inverno.

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