From Barbagia, with love.

Le Hogan ci sono, i leggins anche, la maglietta che non copre il culo e siamo al completo. Uno sguardo allo specchio, auto-ammirazione, mani sulle natiche non come dire sode queste chiappe, alla Notting Hill, ma più un atto di ribellione alla mamma lontana che-tu-così-no-ti-vesti glielo ha ripetuto per tutti gli anni della formazione, dalle elementari in poi, quando le mode arrivavano su canale 5 e non sui fashion blog. Ma ecco che… bette. Come? Le Hogan, i leggins, il culo e… il bette?

Ricordo di un’estate, che grande sottotitolo: e settembre è un po’ così, l’amara illusione di essere maggio. Poi arriva ottobre e compaiono all’orizzonte le nuove leve universitarie, da quando l’università è diventata un po’ come il vecchio CAR. Così, fra la classe cagliaritana 2018-2019 (!) tutta leggins militari, caviglie scoperte, dettagli fluo, magliette in trasparenza e una preoccupante deriva hipster, spuntano anche le nuove leve fuorisede, talvolta scortate dai genitori che chiedono «hai controllato dove sono le lezioni?» mentre vagano fra i grandi, troppo grandi, corridoi delle varie sedi di Unica.

Emancipazione! Per alcuni, però. Quante invece scendono dal paese con sulle spalle otto anni di fidanzamento con uno che ormai è già uomo e il pericolo della denuncia sociale che cade inesorabile sulla promiscuità fra via Roma e piazza Vittorio Emanuele? Allora mettono la canadese per andare in biblioteca, un segnale di stop. Oppure salvano i colleghi, maschi, nella rubrica dei loro cellulari con nomi tipo Marta, Valeria, Sara, perché altrimenti il ragazzo-già-uomo sai che casino che fa. Quante però dicono basta? Emancipazione!

Prendiamo la Barbagia come concetto astratto, qualsiasi altra parte della Sardegna va bene, basta che il paese di provenienza sia piccolo e di quelli… be’, questo commento non lo facciamo. Quando dal piccolo-mondo-antico si arriva a Cagliari per studiare, si diventa insomma Studenti Fuorisede, l’impatto è per tutti molto simile. Il punto di partenza è lo stesso, poi chissà dove si andrà a finire. Ecco quindi che magari dopo otto anni di fidanzamento ci si lascia e la reazione (a ogni azione corrisponde reazione uguale e contraria) è fare tutto ciò che non si è fatto prima, o meglio, farsi tutti quelli che non ci si è fatti prima. Oppure c’è la terribile ironia di chi dopo anni di reclusione in una stanza singola in via Monsignor Piovella, Marta, Valeria e Sara e tanti progetti sull’amore eterno e matrimonio si ritrova con un cuore infranto e dei ricordi non così belli.

Emancipazione! Chi abbandonerà il velluto rigato e lo sguardo perso di chi non riesce ad ambientarsi? Chi smetterà di tornare dal Pellegrinaggio del Venerdì carico di generi commestibili per tutta la settimana e forse più? Per quanti quindi la cena smetterà di essere un bicchiere di latte, quella sarà l’Emancipazione. Poi c’è anche l’emancipazione culturale. Si scende a Cagliari con pregiudizi quasi razziali: i cagliaritani sono indolenti, sono arruffoni, questa città andrebbe spopolata e ripopolata. Insomma quelle cose lì che se le dici dei neri o dei meridionali passi per razzista, leghista e stronzo, ma sui cagliaritani puoi dirle con l’orgoglio di chi si è fatto due-tre anni girando in piazza Yenne con la leppa perché Cagliari è pericolosa. Un nostro amico ama rispondere «perché non studi all’Università di Nuoro?». Un altro dice «se abitassi nel tuo paese mi suiciderei ogni giorno, come si fa nei mesi invernali in alcune zone del Galles». Lasciamo perdere stereotipi e reazioni campanilistiche, però. Il punto è che una discreta quota di Fuorisede, di Pellegrini del Venerdì, si fa sedurre dalla Città del Sole — la sedicente Capitale del Mediterraneo! e mica cazzi — e inizia a frequentare i locali che tirano, e inizia a vestirsi come impara a fare in Viale Fra Ignazio e si compra l’iPhone e si compra le Hogan — anche se, appunta un altro amico, per alcuni sono quelle di Viale Trento. Diventa insomma a trassa di cagliaritano. Quale onta per chi era sceso con forniture di sugo, formaggio e il carico millenario di una società che non si è corrotta. Cagliari come Sodoma e Gomorra.

Non ci fosse il bette che stona come la ragazza che aveva tutto, ma proprio tutto, dell’abbigliamento togo 2013, ma fumava il porro. A volte fa tenerezza il Fuorisede che dopo lungo adattamento ci prova, eccola la trassa del cagliaritano e quindi sa che, ci crede sì insomma, può farsi la collega della CCC che segue da anni. Lei però non dimentica l’accento, si accarezza lo shatush e va avanti.

Cagliari che corrompe e gli anni passano e serve pure una scusa per restare lì, con l’affitto pagato da casa e tanti, ma tanti di quei «mamma, ma ti rendi conto che sono ogni santo giorno in biblioteca? ti rendi conto di quanto studio? non stressarmi». Quando dice «non impallarmi», la trassa è completa, un’altra vittima sull’altare dell’emancipazione.

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