100 volte mondogaggio.

Qui con qualche aneddoto si racconta il mondo di mondogaggio (1).

Io quando avevo sette anni dovevo fare un compito a casa e descrivere il costume che avrei voluto per carnevale. Volevo vestirmi da Batman e buttai giù una decina di righe, ma quando smisi di leggere la maestra mi disse: «Tutto qui?». E io risposi: «giammai» e chino sul quaderno mi misi a leggere le righe bianche con tutto quello che avevo in testa, la cintura spara funi, il mantello per volare e tutto il resto. Il mio compagno di banco mi guardò stupefatto e disse alla maestra: «Ma non sta leggendo, non c’è scritto nulla lì!». La maestra annuì soddisfatta, il mio compagno tanti anni dopo fu bocciato in seconda superiore e io capii che non c’è modo migliore di raccontare la realtà che inventarla.

Alle scuole medie creai il giornalino della scuola e con un articolo mi inimicai la bidella, che ai tempi si poteva chiamare bidella senza ricevere indietro un oh bidella a mamma rua. Il primo numero fu un successone (costava 1000 lire, prezzo popolare), nel secondo però comparì quel servizio e con il terzo chiudemmo bottega. Il servizio era una vera indagine di quelle da epica del giornalismo eroico d’altri tempi. La scuola era veramente sporca: io faccio gli anni a gennaio e avevamo rovesciato una Coca Cola in aula; a maggio c’era ancora la classica macchia che questa lascia per terra. Parlai di queste cose, feci foto, passammo un fazzoletto per terra e lo immortalammo nero come l’asfalto. Il giorno dopo la bidella mi disse: «ah cosa è? la scuola è sporca? voleva essere casa tua pulita come la scuola!». Io, che ero alto un metro e poco più chinai la testa incapace di controbattere alla voce del potere.

In quello stesso periodo — e fatevelo dire, non c’è periodo peggiore delle scuole medie — un mio compagno di classe girava con la tasca dei pantaloni bucati e invitava le ragazze a mettere una mano dentro «per prendere le chiavi». Solo una lo fece, commentando «è viscido». Lei ha avuto un bambino molto presto, lui ha conosciuto invece Buoncammino molto presto. Un giorno uno portò a scuola dei petardi, un altro gliene chiese uno, quello dopo lunga titubanza glielo diede raccomandandogli di non accenderlo: quello lo accese e il vice preside sospese sei persone in un colpo solo per varie ragioni, fra le quali quella che uno stava piangendo.  

Al liceo mi piaceva disegnare e con un amico creammo un quaderno della classe che riempimmo di disegni. Feci anche un corso di fumetto. A disegnare ero bravino, ma non troppo e allora capii che scrivendo, sopratutto al computer, non mi sporcavo le mani. Nel quaderno c’era anche la storia a fumetti di un mio compagno ciccione che moriva, saliva in paradiso ma era così grasso che le ali si staccavano e allora finiva all’inferno e iniziava la Divina Commedia, con tanto di «lasciate ogne speranza o voi ch’intrate» inciso sulle mutande di una diavolessa. Una storia che iniziai e non conclusi perché…

…lasciamo da parte la modestia: penso che tante volte su quasi altrettante dietro questa si nasconda la voglia di essere adulati, come quando una ragazza scrive su internet «sono troppo brutta» e piombano i commenti delle amiche a dirle che è bellissima e qualche falco ha il pretesto per chiederle di uscire. Quindi niente modestia, patti chiari e amicizia lunga: sono uno straordinario iniziatore di storie. Ho tante idee che mi rimbalzano in testa e penso che alcune siano bellissime: il mondo in cui i gaggi sono fuori legge, il mondo in cui ritornano per convertirci, il mondo in cui gli alieni arrivano a Cagliari, il mondo in cui c’è l’invasione zombie, ma in realtà gli zombie sono gli idioti e tanti altri. Ho iniziato queste storie e tante altre e ho per tutte queste dei finali bellissimi in mente, ma è lo svolgimento che manca e perciò sono tutte interrotte.

Quando poi ho iniziato l’università esplosero i blog e io ne leggevo un sacco e ne feci anche uno di disegni, poi c’era MSN e potevi farti il blog lì e io ne feci uno che si chiamava «Io sono di Sant’Avendrace» e nel quale scrivevo tante storie interessanti sui gaggi e su quella che poi i media avrebbe chiamato laggente. Lo leggevano tanti miei amici e perfino la mamma di un mio amico e parlavo anche della Prova del Cuoco, quando c’era ancora Bigazzi e io alle 13 ero sempre a casa. Da allora non ho mai smesso di scrivere e sono sicuro che se smettessi dovrei andare dallo psicologo, perché scrivere è la cura per la mia mente.

E quindi mi sono chiesto: «perché dovrei scrivere solo per me stesso o per quei quattro stronzi dei miei amici che poi quando crescono magari fanno altro e chi li sente più?». E allora ho fatto un blog e ci metto tutto quello che mi piace e se piace agli altri lo condividono anche loro.

Uno adesso dice: fratello, perché mi racconti queste storie? Perché sì, rispondo io. Perché qui c’è tutto il mondogaggio, che poi non si tratta solo di gaggi, ma di quel pezzo di terra lì che va dal mare al campidano, arrampicato sui colli, dove succedono delle cose che da altri parti non succedono. E dato che qui ci ho passato quasi tutta la mia vita, dalle palazzine al palazzo, penso di conoscere il posto quel tanto che basta per raccontarlo agli altri. Il trascorso ve lo ho raccontato con gli aneddoti e serve a farvi capire che in questi anni qui che non sono tantissimi, ma neppure pochi, ho visto le tante anime di Cagliari, quelle più povere e quelle più ricche, quelle colte e quelle della vox populi, e ho conosciuto quelle persone di cui si raccontano le gesta e quelle che con i loro video hanno cambiato il vostro modo di parlare. E insomma, questo pezzo di terra qua un po’ cambia le persone: ti fa camminare chino e con i piedi a papera perché ha tante salite, ti fa parlare in un certo modo perché così fan tutti, ti fa capire che ogni angolo ha la sua storia e le sue usanze.

Ora io scrivo queste cose e sto bene con me stesso, è quasi tutto vero, talvolta verosimile perché se sono cose che non sono accadute, sono cose che potrebbero accadere oppure che sono accadute e altri le hanno viste o ancora, ne sono certo, che accadranno. E magari capiterà anche che gli alieni atterrino qui e ci sarà davvero da ridere. Il punto di vista è il mio, così come i giudizi: abbiate pazienza, ma di quello non posso fare a meno e fortunatamente mi manca l’ambizione di essere espressione della filosofica volontà generale, dellaggente. L’autore della grafica di questo blog ha detto, in risposta a un’altra persona: «lui non giudica, osserva». Giudicate voi quello che leggete, e questo è l’articolo numero 100, quindi grazie per esservi fermati con noi.

(1) E così sia chiaro al lettore distratto — perché ne citiamo perfino l’incipit introduttivo — che principio ispiratore è il mondo piccolo di Giovannino.

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