La Mediateca delle scuole superiori.

Il nostro primo ricordo di una biblioteca è una piccola aula con pochi scaffali e una compagna che tiene in mano «Ragazzo Negro». Il secondo è la biblioteca comunale di Pirri in una mattina di gennaio, con un sole che non riscalda e le VHS da noleggiare. A cavallo fra i secoli, quello si chiamava progresso e chi avrebbe mai pensato di accedere presto a un’infinità di materiale con pochi semplici click. Erano gli anni in cui click era una parola nuova, uno schiocco di lingua che ancora non padroneggiavamo, non fosse altro per il sincero imbarazzo nel provare a coniugare in italiano il primo di una serie di verbi stranieri che con la rivoluzione di internet ci avrebbe presto invasi. Un mondo piccolo in cui le notizie viaggiavano sul televideo e qualcuno aveva come unica possibilità di masturbazione — oltre la vivida immaginazione — «Colpo grosso» la notte, con un impareggiabile Umberto Smaila.

Ben più vicino è il ricordo della biblioteca di via Newton, con la cascata e la possibilità di trovare sempre parcheggio. Ma Cagliari, sedicente capitale del Mediterrano e — ultimamente pare proprio il caso di dirlo — sedicente città del sole, doveva entrare nella modernità architettonica, quella fatta di altre parole del nuovo decennio, come riqualificazione e recuperi urbani. E pensare che cominciavamo appena a dimenticare ripascimento. Dotatasi così della sua facoltà di Architettura, superato cioè l’orrendo Giano Bifronte di Ingegneria/Architettura che impediva alle ragazze di iscriversi senza il sincero disagio di essere circondate per il 90% da giovani post-puberali, ma ancora ormonali, Cagliari doveva dare lavoro al prodotto dei suoi lombi, alla sua classe di architetti. In tema di biblioteche, gli anni ’80 ci hanno fatto capire che alle volte gli architetti sono un po’ troppo audaci: l’orribile Corpo Aggiunto e annesso Acquario che ornano Sa Duchessa ci consigliano che talvolta la tradizione non è poi così male.

Combinati questi fattori ecco sorgere, Recupero Urbano, la Mediateca del Mediterraneo, di cui abbiamo già parlato mesi fa, per lo più in fatto di scioscio. Sia merito del design, della posizione o del bar, decidetelo voi, la MEM è diventata ritrovo per studenti di facoltà e generazioni diverse. Quando frequentavamo le scuole superiori c’erano due alternative per studiare: da soli, o a casa di qualcuno. La seconda si trasformava quasi sempre in una profonda, scientifica, operazione di cazzeggio. Quando poi arrivò Internet, il «vieni a studiare a casa?» si trasformava nel lamento pachidermico di un modem 56kb e un canale su mIRC. Non avremmo mai sognato che si potesse andare a studiare in biblioteca, non era forse un posto per vecchi pensionati? La nuova generazione, più moderna della nostra, ha invece capito — cosa che noi avremmo fatto solo all’Università — che la Biblioteca è occasione mondana e sociale. Attenti al look, i pomeriggi (perfino il sabato!) decine di studenti si arrampicano sui vetri della Mediateca e la riempiono di colorati libri di Storia, Inglese, Letteratura. Il bar si affolla di gruppi di studio, tutti con rispettivi libri aperti e caffè. C’è grande attenzione ai dettagli, sopratutto in quel look canadese e capelli legati che un nostro amico definisce finto-trasandato e che è frutto di sincera riflessione.

Ieri, mentre sedevo a leggere un libro catalogato come Dewey comanda, nel mio tavolo una ragazza leggeva the stream of consciousness con allegata foto di Joyce. Nel frattempo smanettava il suo iPhone e lì realizzavo, trovandomi a dare ragione ai reazionari come mia madre e mio nonno, che la tecnologia ha svuotato le strade. Un decennio fa, in quei mesi di limbo fra Summer e Xmas card, al massimo si poteva fare qualche squillo: se volevi sentire qualcuno dovevi essere a casa e pagare al monopolio Telecom i diritti per le tue private conversazioni, certo non potevi entrare su internet dal tuo tablet mentre sedevi in biblioteca.

È sabato sera e chi fa più una vasca? Certo è che in questo terribile 2013, quando la primavera si presenta solo dalle 17.30 alle 19.30, il sole, il mare e la vista sul Viale non richiamano più l’Europa ma il Santo da Laconi. Con l’immaginazione che anni addietro ci evitava Colpo grosso ci chiediamo che accadrà quando l’ultimo rimasuglio degli anni ’80, la Biblioteca Provinciale, chiuderà i battenti per spostarsi nel Recupero Urbano situato su uno dei tanti colli cagliaritani. Le bibliotecarie smetteranno anch’esse di portare le spalline?

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