La vetrina del sabato al JKO.

Lo stesso sbigottimento con il quale mio nonno raccontava, di ritorno dalla Russia, che lì anche i bambini piccoli parlavano il russo lo troviamo in quei cagliaritani che, apertisi al grande mondo esterno, raccontano come nelle altre parti del mondo in discoteca la gente balli. Motore economico e sociale della movida cagliaritana, la discoteca regge, codifica e determina rituali, stili di vita, linguaggi, etichette. Abbattuta formalmente l’aristocrazia sotto le affilate lame della spinta rivoluzionaria, chiamarsi conte o principe non ha più il valore di un tempo, scavalcato da altri titoli, di più scarso retaggio e più recente conio: l’importanza di chiamarsi bomber, socio, zio.

Rintanata sui colli, stretta nella sua cinta muraria, delimitata da un hinterland con gran voglia di indipendenza, Cagliari sfugge ai rigidi canoni che l’alta società imponeva e tuttora ancora impone dove i circoli dell’alta società si nutrono di balli delle debuttanti e sfarzose cene alla presenza delle missioni consolari straniere. Eppure, a 70 anni di distanza dalla cacciata dell’ultima Corte sabauda, non sono certo scomparsi i criteri di accettazione per i club esclusivi. L’importante filtro del Viale di cui parlammo un anno fa è solo il preludio alla grande scrematura del sabato notte, quando i nerboruti golem della security aprono i cancelli dei più ambiti luoghi di ritrovo e, incrociate le ipertrofiche braccia sul petto, mettono in scena quel rito di espiazione di massa dall’immortale nome di selezione. Ciò che si compra, quindi ciò che i negozi vendono, cosa sarà considerato figo, chi ascenderà ai fasti della vox populi, i nomi che il dibattito butterà nel grande cruccio de la più bella ragazza cagliaritana, la distinzione fra un trucco alla moda e uno da battona, la misura del tacco, l’apertura della camicia, il taglio di capelli, si decide in questo grande rito pubblico che si perpetua di settimana in settimana là dove la Cagliari-bene prova a resistere agli assalti del popolino.

«Canadesina, cappellino… mai che mi fanno entrare».

Orde di persone di varia estrazione sociale, chi ha il tavolo entra come una star (un tempo c’era solo la lista), gli altri attendono in paziente silenzio, prima le donne, il grande traino che fa impallidire i buoi, e poi tutti i selezionati dentro, asfissiati dal caldo e dalla musica molto zaccante, file interminabili al bar e… in pochi ballano. È l’eterogenesi dei fini del sabato sera che affossa il principio per cui in discoteca, cioè in una sala da ballo, si balli. Gli anni ’70 sono passati, i film di Nino d’Angelo anche, muoversi è solo per i più smaliziati e ubriachi, per gli altri c’è la grande vetrina, che è davvero il fine ultimo. Forse un po’ invecchiati e sfasati e quindi legati a concetti sorpassatissimi, continuiamo a vedere nel tavolo il paradosso di chi chiede un posto in piedi in ristorante, ma compito del cronista è quello di attenersi al racconto e il tavolo è la migliore vetrina, dove fare le foto con l’espressione canonizzata e le mani sulle ginocchia.

La Sardegna urbana, che non è il Sudamerica, sembra non amare — perlomeno in questa congiuntura storica — l’ancheggio, il bruciore alle cosce, il sudore che il ballo impone, preferisce il relax del bancone, della sedie: ciò che conta è essere guardati e guardare, dare lezioni di stile oppure prenderne, così che la prossima volta si sappia che la vita-alta è tornata di moda. In un interminabile gioco di sguardi, che non culmina mai in un «ehi ciao, io sono», si consumano le ore conclusive della settimana (si sa che la domenica è sospesa nel tempo) e sopratutto si determinano tutti quegli atteggiamenti e costumi attorno a cui ruoterà l’aggregazione sociale dei mesi a seguire. Salsa, liscio, cose dei nostri genitori, mettiamoci in mostra, non è forse a questo che serve il sabato?

Ecco, l’ora in cui Cagliari ci sembra più democratica, meno costruita e impalcata, più sincera e spontanea, sono le 6 del mattino. Chiusa la vetrina, smessi i vertiginosi tacchi, nella fase down dei fasti alcolici, centinaia di giovani si ammassano nei bar, e lì qualche parola fra sconosciuti può passare senza seghe mentali. Qualcuno o qualcuna, incoraggiato e disinibito dall’alto dosaggio di rum avrà anche ceduto e, uscito dai rigidi schemi, si sarà accorto che forse poi non è così male aprirsi a nuove conoscenze senza filtro.

Avvertenza: Vista una recente incomprensione con il mondo del divertimento notturno, teniamo a sottolineare come il JKO (citato solo nel titolo) sia senza dubbio alcuno un posto bellissimo, con un grande lavoro organizzativo dietro e, quindi, la realtà umana che più si avvicina al leggendario paese di Cuccagna.

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