Gaggiopoli 2.

Erano un ricordo e neppure troppo chiaro. Nessun cagliaritano sapeva quello che il vostro cronista sa, per tutti erano una leggenda lontana, un vago riferimento a qualcosa che sì, forse era successa. Leggende, stereotipi, un fondo di verità c’è, sì, ma qual è poi? I vampiri non possono essere una creazione come quella di Eva e Adamo: neanche la fantasia umana è onnipotente e da questa parte qui dell’universo nulla si crea e nulla si distrugge, neppure le idee. Quindi quando si parlava di gaggi, c’era più che un diffuso scetticismo, una generale apatia, chissenefrega. Umani? Forse. Quante gambe? Mah.

Eppure, nel mezzo del nulla, c’era ancora un’isola, perché le isole, quelle sì che sono eterne, in cui vivevano tante persone che il fato aveva voluto che finissero lì. Ecco sì, qualche ricordo delle scuole affiora. Si chiamava stato di natura, uno strano mondo in cui le persone vivevano prima di associarsi, solo che facevano tutti in quattro e quattr’otto avendo già inventato la scrittura e tutto il resto. Quell’isola era, sempre per capriccio della sorte, uno stato di natura. La lotta dell’uomo contro l’uomo durò per qualche tempo, poi di fronte alle necessità poste dal clima, dal cibo che scarseggiava e da tutti quegli altri problemi che, immersi come siamo nella modernità, abbiamo scordato essere quelli primari della sopravvivenza, gli abitanti dell’isola si associarono. Elessero un capo, si diedero un consiglio degli anziani, divisero il lavoro, amministrarono la giustizia, si rimboccarono le maniche. Le cronache più remote dicono che un tempo erano carcerati, che lì non fossero spuntati come funghi, ma vi fossero stati deportati tempo prima. Conservavano quindi ricordi della loro vita precedente, e fu così che riuscirono anche loro, nell’oblio più completo a entrare nella strada del progresso. E fu così che costruirono una barca…

Quando piazza Yenne si risvegliò dal torpore, quella mattina di aprile, fu una faccenda brusca, una secchiata di acqua ghiacciata dritta sul viso dopo una nottata di bagordi finita male. Chi erano quelle persone accucciate, immobili? Cos’erano quei giubbotti tutti uguali, seppure alcuni rossi, altri gialli e altri blu? Cosa voleva dire Belzebù? Poi di colpo fu musica. Co-co-ri-co-co-co-ri-co. E si alzarono. Tu-ru-tu-ru-tu-ru. Era un ballo incomprensibile per i presenti. Mani che segnavano il ritmo nel gesto dell’uomo-che-protesta, dita che tracciavano sfere immaginarie. E cos’era quel taglio di capelli, un’isola? Un inferno di incomprensione e smarrimento. La musica cessò.

«Fratelli. Ashcolate la nostra parola poco poco» disse quello che stava al centro.

«Minca nebò. Ti shcoppio nebò» risposero gli altri in coro.

«Siamo venuti a portare il verbo».

«Minca nebò, ti shcoppio nebò».

«Seguite la shtrada del gaggismo. Scoppiati persi».

«Minca nebò ti shcoppio nebò».

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