In via Gari non scende più nessuno. Riti e miti della Cagliari ’90/’00.

Mi è capitato sottomano un bel libro che ignoravo, A biliardino non gioca più nessuno, di tale perché è — almeno a me — sconosciuto, Nino Nonnis, «il racconto ironico di riti e miti della Cagliari anni sessanta», come racconta la quarta di copertina. Mi è venuto allora in mente che la storia non è solo Giulio Cesare e la II Guerra Mondiale, ma anche scoprire che 50 anni fa in piazza Galilei ci si picchiava da orbi e che via San Lucifero era dove andare a pomiciare. Ogni tanto il ricordo dei bei tempi andati sbuca fuori, sai com’è facile di questi tempi. L’essere una generazione sospesa, noi del decennio lungo ’80 (1), ci rende facilmente nostalgici: quando la tua adolescenza si svolge per intero senza sentir parlare di crisi, spread, disoccupazione-al-40% e tutto il resto, non puoi che conservarla come un posto felice. Questo racconto potrebbe anche chiamarsi Vestivamo da tartarughe ninja, ma lo dedichiamo a Nino Nonnis, che è stato davvero bravo. Questo potrebbe anche essere il titolo di un libro, chissà, magari, un giorno…

Agli anni 2000 ci avevano preparato tante cose. Le introvabili figurine di Volpi e Poggi, la voce di Pizzul che vale un centinaio di Caressa, la finale del mondiale del ’94, il rigore sbagliato da Di Biagio nel 1998: insomma, il golden gol di Trezeguet non ci aveva certo preso alla sprovvista. La Francia è campione d’Europa. Giocavamo ancora, in quegli anni ’90, nei campetti di periferia, non con la frequenza degli anni ’60, magari, ma c’erano ancora spazi vuoti con tanto di porte da usare. Ora tutti i 14enni spendono 3.50 euro all’Ossigeno o a Bonaria, noi non ce li avevamo e iniziammo a spenderli qualche anno dopo. I campi erano all’ombra delle palazzine, ce n’era uno anche dentro piazza Granatieri, che era favelas per davvero. Non è che i palloni abbondassero, ma ce n’erano. Le vere partite erano quelle del Poetto, la mattina — tutta la mattina — alla sesta fermata, con i cassonetti come pali, a volte raggiungendo anche 20 anime che correvano sotto il sole. Non che ci fosse molto altro da fare, i bar erano ancora grandi due metri per tre, ci prendevi al massimo un gelato — che costava l’ira di Dio — non ci potevi passare la mattina e sopratutto non bevevamo caffè, che era per gli adulti. Col tempo siamo diventati tutti caffeinomani. Lo stesso concetto di bar era una cosa per adulti o per droghini, ne abbiamo scritto una storia sociale tempo fa: per farla breve, frequentavamo più il tabacchino, dove comprare goleador a 50 lire e inseguire quei maledetti Volpi e Poggi. Pensare che una scatola intera costava 10.000 lire e quando ne chiesi 5 ai miei da aggiungere ai miei risparmi mi sembrava di chiedere la luna. Ovviamente i due non li trovai, come quasi nessuno, ma se ancora qualcuno li ricorda lo deve a quelle figurine e a quelle ciungomme.

Che i Litfiba cantassero il mio corpo che cambia quando esplodeva in te la pubertà era senza dubbio segno del destino. Cantavano però anche di non abbassare lo sguardo e un amico lo cambiò rapidamente in devi abbassare lo sguardo a San Michele. C’era da abbassarlo davvero, anche perché si raccontava di chi era stato reso una torcia umana perché si rifiutava — dannato lui — di cantare vola vola vola l’ape maia. Piazza S. Michele dovevi evitarla: erano gli anni del Dainese per i gaggi, un amico ne aveva uno dello zio, di tanti anni prima e il mitico Angelo P. lo minacciò: o’ dammi il DaineseLui reagì di istinto: e vieni a prendermelo alle Gescal, il povero Angelo P. non si era aggiornato e temeva davvero. Non glielo prese mai. Ne avevamo visto la nascita di Angelo P., con la canadese Adibas blu e fucsia, un jollone, chi l’avrebbe detto che anni dopo avrebbe terrorizzato la piazza roteando la catena di uno scooter?

Agli anni 2000 ci avevano preparato i cartoni giapponesi, ignoravamo tutti che in realtà fossero passati sotto ferrea censura. Poi abbiamo iniziato a comprare i fumetti da Loriga: Dragon Ball, Video Girl Ai (a volte mi chiedo quanti puligoni mentali e reali siano stati consumati su quel fumetto), e altri ancora, se per caso entravi con una busta di Succa si risentivano sempre. È grazie a Loriga che scoprimmo piazza Galilei. Cornelio era una novità e che gustosa novità. A volte mi stupisco che sia ancora aperto, tante cose di quegli anni hanno chiuso. Ricordo il sapore, l’odore e il nome del primo cornetto che presi: Cioccomorbidelio, sapeva davvero di felicità. Via Paoli però era una tappa un po’ fuori dalle vasche, il sabato sera ruotava tutto intorno a quello sciamare di gente da piazza Yenne a piazza Garibaldi, il massimo lusso che ci si poteva permettere era una pizzetta o un panino da Beverly. In via Gari, ora non scende più nessuno. Anche nel periodo natalizio stenta a riempirsi, e penso che la colpa sia in piccola parte della crisi.

La realtà è che soldi ne avevamo pochi, ma stavamo bene. Era impensabile spendere 50.000 lire in una serata in discoteca (come si fa oggi). E chi li aveva mai visti? All’euro ci siamo abituati velocemente, la cosa più tragica era cercare un portamonete. Ricordo come se fossero ieri i discorsi: il minimo in banconota sono 10.000, mica mi posso portare dietro tutti quei soldi. È una frase così bella che mentre la scrivo mi viene da sorridere. Così proliferarono gli orribili portamonete, ce l’avevamo in tanti, lo abbandonammo presto. Quando venne l’euro entrare in discoteca costava 6. Le signore si lamentavano che il prezzemolo fosse passato da 1.000 L a 1 €, ma tanto per la spesa ci pensava mamma. Il panino da Mondo al Pacinotti costava 1.500 L ed era da competizione: ora neanche Mondo c’è più. È strano pensare che in quegli anni l’Italia vivesse un diffuso benessere e oggi fatica da matti, come Cipollini (per restare in tema di anni) ogni volta che arrivava una salita. Nonostante ciò, era impensabile per noi ipotizzare gli acquisti folli di oggi: quando le Hogan (280 euro al pezzo) sono nel guardaroba non più dei soli cremini, ma di grande diffusione, quando l’iPhone è oggetto ambito e posseduto a prescindere dal reale status sociale, ti accorgi che qualcosa è cambiato. Non sto qui a giudicare chi possiede questi oggetti — non c’è nulla di male in ciò — penso però che i nostri genitori  venivano da quell’Italia del boom che sapeva risparmiare e ci hanno infilato in testa quella mentalità. Non è meglio che te li conservi quei soldi? diceva sempre mia nonna. Molti di noi il vizio di risparmiare lo hanno perso e le nuove generazioni sono nate senza la cultura del risparmio che impregnava ancora la nostra. Non che fossimo immuni da spese, anche noi avevano le Dr. Marteens e i 3310, ma al di là della differenza di prezzi, erano acquisti che tenevi per anni. Altro che cambiare ogni modello di iPhone.

Il mondo era sensibilmente più piccolo, le partite si ricevevano con Tutto il calcio minuto per minuto in autoradio che al massimo montavano il mangia-cassette. E se gli anni ’90 li avevamo fatti spinti dalle parolacce e dalle menate degli 883, nel 2000 fummo colpiti tutti dai gruppi alla Blink 182 e dall’hip hop. Il terrapieno (io ignoro, o non ricordo, cosa ci fosse prima) si riempì di b-boys writers: anche Cagliari si apriva al grande mondo globalizzato. Viale Europa divenne meta di culto quando prendevi la patente, da qualche tua amica fidanzata con un patentato scoprivi che ci andavano anche a scopare. Tutti quelli che avevano sofferto per anni sui pullman — che comunque voleva dire emancipazione — una volta presa la patente non salivano più su uno, per intima reazione. I pullman dove incontravi Lattuca, che ancora ballava, con i quali passavi per piazza Giovanni, un centro smistamento di studenti come pochi. Al sesso ci si arrivava per passaparola, senza internet c’era poco da vedere. Scoprivi cos’era un pompino, ma ingenuamente alle medie potevi credere alla tua compagna che diceva che la crisi di astinenza è data dal non cuccare per più di due settimane. Dicevamo appunto cose come cuccare, chiaro, zeroserio. Internet apriva, a cavallo del millennio, Cagliari al mondo. Forse anche per l’età cominciammo a passare più pomeriggi a casa e più notti in giro (sera fatelo dire ai continentali), il computer da mezzo per pochi (mi pare costasse intorno ai 3.000.000 L) entrarono in tutte le case: mIRC, ICQ, c6, nuove possibilità di conoscere persone al di fuori della propria cerchia. Cagliari è una città che va a gruppi, ne hai uno o due di riferimento, ma fra loro sono tutti in qualche modo collegato. Facebook e lo strumento “amici in comune” ha solo reso scientifico tutto ciò. Fatto sta che internet, la TV via satellite cambiavano modi di fare e anche di vestire. E-bay permetteva a tutti di comprarsi le Air Max 97: per un periodo ci siamo un po’ ingaggiti. Dopo Maradona abbiamo avuto la fortuna di vedere anche Ronaldo in Italia (e parlo del primo, per me il secondo non c’è mai stato). Il Cagliari andava in Coppa Uefa e poi rapidamente in Serie B, le reti nazionali proponevano Mai Dire Gol e quelle locali Lapola. Il giorno dopo a scuola potevi parlare dei tre sardi, del pupazzo gnappo, di magica trippy e anche di magandugiogu, i gemellino Chessa e cantare Giulia ti ho incontrata a fiumicino. Per me erano tutte cose, nostalgia a parte, di gran lunga migliori di Zelig, Colorado Cafè e tutto il resto. Poi prodotto cagliaritano DOC venne iscallonarasa: possiamo parlare di massimi sistemi quanto vogliamo, ma come ha modificato il nostro vocabolario quel sito non c’è riuscito nessuno.

Di foto ne facevamo poche, anche le macchine digitali all’inizio non erano tante e comunque con spazio limitato. A riguardarle non siamo a fuoco, siamo brutti e vestiti male. Ci chiediamo come potessimo pensare che fosse bello indossare certe cose, airwalk a parte, o pettinarci in quel modo. Se c’è una cosa che forse non avevamo ancora capito è quanto il mondo sarebbe cambiato. Dal cliché bisogna sempre rifuggire, ma la storia non va a velocità costante e in questo nuovo millennio marcia con l’acceleratore premuto.

(1) Se il XIX è stato, secondo Hobsbawm, il secolo lungo, ritengo gli ’80 il decennio lungo: diciamo dal 1978 al 1990 (estremi non rigidi), a comprendere insomma tutta quella generazione che vissuto negli anni della sua adolescenza (dai 12 ai 19) la stessa Cagliari.

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