Gaggia Enciclopedica.

Un’ipotesi sfiziosa.

Prendetela per quella che è, ma l’ipotesi dice che il termine gaggio è arrivato al vernacolo cagliaritano dalla lingua dei Rom, dove indica i non-Rom e che pare che in alcune parti di Italia sia utilizzato con valore di “ingenuo”. Quindi gaggio diventa quello che si distingue dagli altri, negativamente.

Gaggio, burdo, gabillo.

Gaggio, burdo e gabillo non sono sinonimi. Burdo e gabello sono entrambi sottoinsiemi dell’insieme gaggio. Il gaggio è una tipologia di persona che, tratti lombrosiani a parte, ha un comportamento, uno stile di vita, una mentalità, un modus vivendi direi, ben precisi. Il burdo è colui che utilizza i rituali della subcultura gaggia anche verso chi non li accetta e/o con aggressività. Il gabillo è il gaggio di paese.

Sono gaggio?

È giunto recentemente all’attenzione di questo comitato scientifico che molti gaggi non sono consapevoli di esserlo. Alcuni esemplari sono stati sgamati nell’atto di dire «là cussu gaggiu». La prima regola del gaggio sembra modellarsi sulla prima regola della stupidità umana: il numero di gaggi è sottovalutato. Perciò, per riconoscere un gaggio — o riconoscerci in quanto tali — è necessaria un’approfondita narrazione.

Partendo dal principio, e in principio era il Verbo, il gaggio parla una variante di Italiano molto diffusa nei bassifondi: non è né dialetto, né italiano, è una continua commistione segnata da espressioni tipiche e una pronuncia particolare. Esempi: Kiagliari e non Cagliari, shcoppio e scoppio, ghe e non che,  parlarlo invece di parlargli. Il gaggio ha un modo di scherzare che solo altri gaggi apprezzano. Ne distinguiamo due modalità: 1) prendere per il culo qualcuno con frasi sul genere di “minca di testa mi sembri…”, 2) storpiature come “ma la ghi… ma la ghi e fiumi!”, oppure “e inzà?… inzalara”. Altro segno distintivo è il minca-prefisso, cioè porre minca come incipit di ogni frase. Ancora, la parlata è molto veloce, spesso non ci sono pause fra una parola e l’altra: “uèohisgnorpaoloittasestottuincasinau?”. Nella versione gaggio-ultra-pro, le parole vengono proprio mangiate e si capisce solo il finale: “iahsnajnainicanaihdaittasesnarendi?”. Parole nate nella subcultura gaggia spesso migrano al mainstream, ricordiamo, per esempio, l’ora in voga “la verità?”. Fra i tanti sottoinsiemi di parlata gaggia ne spiccano due. Il primo è il gaggio col vocione rauco, che è presente in ogni gruppo gaggio che si rispetti. Il secondo è il gaggio-diesel, cioè che parte piano quando parla, s’incasina per un po’, incespica, fino a trovare le parole: “oh in pratic..cioè.. mì.. boh.. solo che.. oh scemo mì che ti stavo dicendo ghe…”

Il linguaggio è il veicolo del pensiero, quindi: a cosa pensa un gaggio? Innanzitutto, e ci colleghiamo a quanto appena scritto, il gaggio non pensa intransitivo, ma transitivo. Tipo: “non sto pensando niente”, “ma cosa stai pensando”. La mentalità caratteristica del gaggio è tipicamente quale malavita-omertosa. Il gaggio è antipolitico della tipologia fascista: odia tutti i politici con grinta grillina, ma ama l’autoritarismo del Duce, che immagina come un grande padre. È però anche trasformista ed è alla mercé dei grandi elettori che distribuiscono fondi e posti di lavoro in cambio di croci sulla scheda. Sparita la DC, molte enclave gagge sono state colonizzate da noti personaggi che hanno navigato nel consiglio comunale. Classico del discorso politico del gaggio è sa genti, o sa povera genti, utilizzato in genere per giustificare un crimine. È maschilista, ma di un maschilismo paternalistico “la mia pivella non si tocca” che diventa facile facile “le donne in cucina così non le guarda nessuno”. Il bello è che anche la gaggia è maschilista e giustifica gli schiaffi che prende. Una gaggia di nostra conoscenza disse “simo ieri mi ha dato questa passata di colpi, ma me la sono meritata”. Nei rapporti di tutti i giorni considera come un legame religioso l’amicizia, solidificata da qualche micro-crimine compiuto insieme. Ha rispetto per i preti e con i non gaggi ha rapporti occasionali, legati spesso da do-ut-des. Ha però grande stima per chi è simpatico e fa ridere e che lui definisce “shcoppiato perso”. Postilla, 2/3 dei gaggi è noto con un vezzeggiativo o un diminutivo: Fabietto, Sadrino, Paoletto, Simoncino…

Come veste il vero gaggio? Foot Locker sta a lui come Castangia alla CCC. L’indumento alpha è la canadese. Principalmente Adidas, oppure del Milan o del Manchester: difficilmente si esce da queste tre. Le ultime 4 quattro-cinque generazioni di gaggi tifano Milan, grazie al successo del Milan di Berlusconi. Ragione per cui sono spesso berlusconiani. Le scarpe sono rigorosamente da tennis, meglio se Adidas. I più smaliziati e adulti, d’estate mettono gli zoccoli in legno. Breve parentesi sull’estate: canadese da bisticcio. Non c’è gaggio senza occhiali da sole: mascherina, comunque grandi, preferibilmente Dolce e Gabbana. Se sono da visti, invece, gli occhiali sono rotti. Quando invece deve vestirsi bene (magari per entrare in discoteca), mette i jeans, le shox, se obbligato una camicia di 7camicie (quelle più gagge) oppure una maglietta aderente. Il gaggio più gamberone veste Armani. Il gaggio più gamberone, nell’epoca d’oro dell’Eurogarden vestiva Mariano Del Sele, quella sì che era roba gaggia.

La macchina del gaggio è la Golf, senza se e senza ma. Poi ci sono varianti, anche molto diffuse come la 206, ma un gaggio se è gaggio, aspira ad avere la Golf. Poi la trassa. Vetri fumè, mini-gonne. La macchina deve sempre pompare musica e occhio all’errore: non è mai house, quella è solo per la discoteca. In macchina vengono sparati esclusivamente e volume MAX: reggaeton, musica da discoteca commerciale (Prezioso, Pap ‘n’ skar, Gigi d’Agostino) oppure cantanti italiani, talvolta anche Gigi d’Alessio.

Gaggia Enciclopedica è un progetto di ricerca auto-finanziato. Ha la velleità di raccogliere tutto ciò che si è detto e che conta dell’universo Gaggio. È ovviamente un cantiere aperto, con una perenne scritta di lavori in corso.

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